Dopo aver dato una risposta da credente alla domanda “Chi è il vero amico?”, ora ho il piacere di proporvi tre belle testimonianze sull’amicizia.
La prima parla dell’amicizia tra Davide e Gionata, come descritta nella Bibbia.
La seconda è il pensiero di Cicerone, sorprendentemente simile a quello del Cristianesimo sullo stesso argomento. La terza testimonianza è meno famosa, ma non meno toccante: una dichiarazione di profonda amicizia, presentata come una poesia memorabile da Elvis Presley al suo cugino Billy Wayne Smith, e sigillata con il sangue da entrambi.
Oggi per ragioni di spazio vi riporto qui le prime due testimonianze, e seguirà in un altro giorno, a Dio piacendo, quella di Elvis.

Il Primo libro di Samuele racconta di come il profeta Samuele consacra re il giovane Davide, perché Saul, che ancora regna, ha agito male nei confronti del Signore. Ma Davide, finché Saul è in vita, sa di non aver diritto alla successione e gli si dimostra sempre affettuosamente leale. Gionata è il figlio maggiore di Saul.
Dopo il grandioso combattimento contro il gigante filisteo Golia, Davide viene portato di nuovo alla presenza del re Saul, che lo tratta inizialmente con grande favore e gli fa domande. Davide gli risponde con molta riverenza.
Gionata è presente, e al suo sguardo puro non sfuggono la grandezza e l’amabilità di Davide. Lo guarda, lo ascolta e sente nascere in sé l’amicizia verso di lui:

Quando Davide ebbe finito di parlare con Saul, l’anima di Gionata s’era già talmente legata all’anima di Davide, che Gionata lo amò come se stesso. Saul in quel giorno lo prese con sé e non lo lasciò tornare a casa di suo padre. Gionata strinse con Davide un patto, perché lo amava, come se stesso. Gionata si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide e vi aggiunse i suoi abiti, la sua spada, il suo arco e la cintura (1 Sam 18,1-4).

Ecco, due giovani eroi, combattenti per Dio e per il popolo, seguendo le vie del Signore hanno anche potuto conoscersi e stringere un patto eterno di amicizia.
Guardiamo a Davide e Gionata, e incontriamoci tra di noi nello stesso spirito, che continua nello spirito della vera fede cattolica.
Tra il tempo di Davide (circa 1000 a. C) e la nascita di nostro Signore, emerge nel mondo romano Marco Tullio Cicerone (106-43 a. C.).
Cicerone è stato un grande scrittore e oratore latino, ma anche un influente uomo politico a Roma. La sua partecipazione alle vicende politiche lo costrinse a schierarsi nelle lotte di potere che videro prevalere prima Giulio Cesare e poi Marco Antonio, il quale dominò per un certo tempo nel cosiddetto secondo triumvirato. Cicerone aveva avversato fortemente Antonio, che una volta preso il sopravvento lo fece uccidere da un sicario.
Cicerone era ovviamente di religione pagana. Pagano fu anche il suo legame con due mogli e il divorzio da entrambe. Tuttavia la sua opera Laelius de amicitia, pubblicata nel 44 a. C., parla dell’amicizia con dei concetti profondamente etici e condivisibili da noi cristiani.
Cicerone attribuisce immaginariamente il discorso a un uomo saggio del suo tempo, Caio Lelio. Lelio aveva un giorno parlato dell’amicizia con altri due personaggi, e uno di questi, un certo Scevola, aveva riferito le parole di Lelio a Cicerone, che ne era rimasto ammirato.
Vi farò due citazioni dalla traduzione offerta su un utilissimo sito internet:
http://www.forumromanum.org/literature/cicero/amic_i.html
Ecco la prima:

20. Infatti l’amicizia non è niente altro che un accordo su tutte le cose divine ed umane, con benevolenza ed affetto; di esse certo non so se, eccettuata la sapienza, sia stato dato nulla di meglio all’uomo da parte degli dei immortali. Alcuni danno maggior importanza alla ricchezza, altri alla buona salute, altri al potere, altri agli onori, molti anche ai piaceri. Questi ultimi sono di certo propri delle bestie, le altre cose caduche ed incerte, poste non tanto nelle nostre volontà, quanto nella volubilità del caso. Coloro invece che ripongono il sommo bene nella virtù, certo fanno benissimo, ma questa stessa virtù genera l’amicizia e la mantiene e senza la virtù non vi può essere in nessun modo amicizia.

A parte la sua fede negli dei immaginati dai pagani, Cicerone afferma davvero delle grandi verità. Non si può essere veri amici se non condividiamo completamente la stessa fede, lo stesso sguardo sull’umanità e se non abbiamo nobili sentimenti gli uni per gli altri. Cicerone fa capire che la ricerca dei piaceri rende l’uomo simile alle bestie, e che tutto passa tranne la virtù. Da cristiani, noi possiamo dire che la virtù ci unisce a Dio e dà saldezza alle nostre amicizie.

In un altro passo, il nostro Autore scrive:

44. Dunque sia sancita questa come prima legge dell’amicizia, che agli amici chiediamo cose oneste, che per causa degli amici facciamo cose oneste senza neppure aspettare di esserne richiesti, vi sia sempre sollecitudine, non vi sia esitazione, anzi osiamo dare un consiglio apertamente. Moltissimo valga nell’amicizia l’autorità degli amici che ci incitano al bene ed essa sia utilizzata per ammonire non solo apertamente, ma anche severamente, se la circostanza lo richiederà, e si ubbidisca a tale autorità.

Quindi meritano il nome di amicizia quelle relazioni in cui tutto è onesto. Se un amico vuole davvero bene all’altro, ha il dovere di ricordargli le esigenze dell’onestà, verso Dio e verso il prossimo. Del resto, si può e si deve parlare francamente proprio quando è una sincera amicizia a unire le persone, e non la paura di restare soli o la ricerca di appoggio comunque sia.