Una mattina d’agosto mi sono fermato con la macchina in uno slargo, lungo il marciapiede, per parlare al cellulare.
C’era un’altra macchina già ferma davanti a me. Una ragazza, dall’età apparente di vent’anni o poco più, stava lì in piedi e scriveva sopra il tetto dell’utilitaria.
Le ho rivolto uno sguardo di uno, forse due secondi.
I suoi capelli erano di un biondo insolitamente chiaro, ma non necessariamente artificiale, considerando la carnagione. Aveva comunque i lineamenti di una figliola italiana.
Il suo era un volto di avvenenza straordinaria, squisito per natura. Eppure, in quello sguardo quasi istantaneo, ho visto chiaramente che il velo dell’orgoglio era già sceso e si era impresso su quel viso così femminile, giovane e fuori dal comune.
L’orgoglio traspariva dal suo debole sorriso, da un’aria di vanità della vita e di mediocrità morale.
La delicatezza femminile delle sue braccia e delle sue spalle, in altri tempi e generazioni coperte dal vestiario, era esposta come povera nudità.
Allora ho pensato, ancora una volta, ai doni che riceviamo da Dio e alla nostra dimenticanza totale, all’ingratitudine dei suoi figli.
I cuori dei figli di Dio, diventati tali per la grazia del battesimo, oggi sono chiusi, impietriti, non conoscono più niente e nessuno. Vivono dei racconti che un mondo agonizzante fa di se stesso per glorificarsi.
Dio continua a donare, e la bellezza della natura, di certe opere e delle creature umane ci sorprende, ci meraviglia ancora.
Ma la bellezza esteriore delle persone è ormai svenduta, e per quanto un tale miracolo si ripeta e sia diffuso, nelle città dove viviamo manca del tutto o quasi la bellezza dell’anima.
Non si risale dal dono al Creatore che ce lo porge, ma ci si ripiega in un uso e consumo opaco di natura, cose, animali e persone.
Nel romanzo L’idiota, Fëdor Dostoevskij rievoca un pensiero a lui molto caro, un profondo convincimento spirituale. Lo fa emergere nel confronto tra un ateo e il principe Myškin, il cosiddetto idiota del romanzo, il quale avrebbe detto che «la bellezza salverà il mondo».
Che cosa fosse la bellezza per Dostoevskij, lui stesso lo dichiara in una lettera a una nipote: «C’è nel mondo una sola figura di bellezza assoluta: Cristo. Quella figura infinitamente bella è, lo si può capire, una meraviglia infinita».
Non sarà il mondo intero a salvarsi, perché ha rifiutato la bellezza di Cristo Signore e della sua e nostra Madre Immacolata.
Non sarà la terra a evolversi di slancio in una fioritura mai vista. La sua nuova vita nascerà dalle ceneri di ciò che è stato, dopo la grande tribolazione, dopo lo scontro apocalittico ormai alle porte.
Ma se non si salverà tutto il mondo, si salveranno i fedeli che hanno saputo scorgere la bellezza infinita di Gesù Cristo, che hanno agognato la bellezza indicibile della Vergine Madre.
Allo stesso modo che avverrà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, così sarà la sua bellezza a sorgere come aurora di una vita nuova per i fedeli.
Possiamo senz’altro aver fame e sete di bellezza, oltre che di giustizia. Possiamo, e questo vuol dire aver fame e sete di contemplare Lei, Maria Santissima.
Lei sola è bellezza spirituale fusa con la bellezza esteriore, al colmo del progetto divino.
E solo in Lei veneriamo la Madre di Dio, dei figli di Dio e della Chiesa che continueremo ad essere, per sempre.