Quando si parla di farsi responsabili per il bene del nostro prossimo, ci sono due estremi. Per darvene un’idea, prima ancora di descriverli vi farò due citazioni.
Una è da San Padre Pio da Pietrelcina. L’altra, da Caino. Sì, proprio lui che, ci ricorda il Signore Gesù, versò il «sangue del giusto Abele» (Mt 23, 35), suo fratello, figlio dello stesso padre e della stessa madre.

Dunque sentiamo cosa ci dice Padre Pio:

«Se so poi che una persona è afflitta, sia nell’anima che nel corpo, che non farei presso il Signore per vederla libera dai suoi mali? Volentieri mi addosserei, pur di vederla andar salva, tutte le sue afflizioni, cedendo in suo favore i frutti di tali sofferenze, se il Signore me lo permettesse».
(Epistolario I, 462 s., citato in Padre Gerardo di Flumeri, Omaggio a Padre Pio, Ed. Padre Pio da Pietrelcina, 1993).

Ed ecco le parole di Caino dopo aver ucciso suo fratello Abele, in risposta a Dio che lo interroga: «Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4, 9).
Da una parte, la santità, che è l’eroismo dell’amore, l’amore più grande, l’unico veramente degno dell’Amore di Dio.
Dall’altra parte, l’omicidio, il cinismo, l’indifferenza, il disprezzo rivolto a Dio stesso, Padre e Creatore di ogni essere umano.
Ordinariamente, noi non riusciamo subito a essere come Padre Pio e gli altri Santi, tutti pronti a sacrificarsi interamente per amore di Dio e del prossimo.
Non siamo obbligati a raggiungere in poco tempo quella vetta di carità cristiana. Abbiamo però l’obbligo morale di raggiungere il massimo di amore che Dio si aspetta da noi nella nostra particolare condizione.
Le persone più libere di offrirsi a Dio come vittime per ottenere benefici ad altri, sono i preti, i religiosi e le religiose.
Ma anche i laici dovrebbero essere disposti al sacrificio, almeno per i loro familiari. I nostri cari sono spesso bisognosi di conversione, o di protezione dai pericoli di questi ultimi tempi.
Siamo disposti a offrirci a Dio nella sofferenza per salvare o difendere i nostri familiari?
Certo, non dobbiamo prendere un peso superiore alle nostre forze.
La capacità, anzi, il desiderio di soffrire per altre persone nascono spontaneamente dall’amore. E’ l’amore che trabocca e si riversa in sovrabbondanza anche su altri.
Bisogna chiedere a Dio la grazia di crescere nell’amore. Più cresciamo nell’amore, più saremo desiderosi di sacrificarci.
Come dice il proverbio, non si può fare un passo più lungo della gamba.
Però affrettiamoci a crescere nell’amore, vivendo come Dio comanda, istruendoci nella nostra vera fede cattolica e facendo continui passi avanti, senza mai fermarci.
Intanto, siamo tenuti a fare il bene possibile in questo momento.
Finché rimane aperto al grido e al bisogno dei nostri cari, ma anche di altre persone, il nostro cuore continuerà ad espandersi.
E’ già possibile sacrificarsi, innanzitutto con la nostra pazienza, ma anche con dei fioretti di non poco peso compiuti nel segreto.
Se invece volessimo ignorare quel grido e quel bisogno, il nostro cuore da subito diventerebbe crudele, di pietra, non più dimora dove si degnano di abitare Dio e la Madonna.
Muoviamoci adesso come figli di Dio, figli della luce e non delle tenebre. E qualche volta, se il nostro amore è sincero, ci ritroveremo a camminare dove prima non avremmo osato.