Domandona: l’euro è il marco tedesco in Italia, oppure è la lira italiana in Germania? La risposta è piuttosto semplice: è entrambe. Da un punto di vista dell’economia tedesca, l’euro ha avuto gli stessi vantaggi della lira (svalutata), poiché da una parte ha favorito quei settori produttivi che non esportavano (attraverso una svalutazione locale della moneta) e dall’altra ha favorito quei settori dell’economia tedesca che esportavano, poiché un euro sensibilmente più debole del marco tedesco ha reso più appetibili i prodotti tedeschi all’estero.

Da un punto di vista dell’economia italiana, le cose sono andate più o meno all’inverso. L’euro, valuta più forte della lira (1 euro vale 1936,27 lire), ha determinato il crollo dell’economia interna. I settori che non esportavano hanno subito un incremento dei costi delle materie prime e di produzione. I prezzi sono lievitati e i salari paritempo si sono dimezzati, impoverendo gli italiani, che si sono ritrovati con uno stipendio ridotto alla metà e i beni di prima necessità con i prezzi raddoppiati. L’export ovviamente è crollato: quello che esportavamo con la lira abbiamo iniziato a esportarlo con l’euro. La conseguenza? I nostri prodotti all’estero sono diventati più costosi e meno appetibili.
Qualcuno ora potrebbe oppormi che l’Italia ha avuto la colpa di avere un debito pubblico alle stelle (e che tuttora ha) e una spesa pubblica fuori controllo, le quali, entrambi, hanno determinato un cambio lira/euro svantaggioso. Può essere. In tal caso però la domanda sarebbe un’altra: se così fosse, perché abbiamo accettato di entrare nell’esclusivo club dell’euro se non eravamo in grado di reggerne il peso?
Qui entrano in gioco gli interessi tedeschi. L’Italia ha sempre avuto un forte export, un’economia comunque robusta che ha attenuato l’impatto dell’eccessiva spesa pubblica e del debito: un settore manifatturiero da fare invidia al mondo, una ricca varietà produttiva e un’inventiva che hanno da sempre reso i prodotti italiani fra i più pregiati e venduti al mondo (arte, moda, tecnologia, cucina) e che generava un PIL importante. Magari con una maggiore spregiudicatezza politica, una cultura autenticamente liberale, un senso identitario più forte, saremmo diventati una delle nazioni politicamente, militarmente ed economicamente più influenti e importanti. Purtroppo è mancato il quid politico e culturale, e ci siamo lasciati colonizzare.
Chi invece non si è accontentata è stata la Germania. Dopo aver perso la seconda guerra mondiale e aver accumulato miliardi di dollari di debito, tanto da essere stata “colonizzata” politicamente e militarmente dagli alleati, una volta liberatasi dalle catene forgiate nell’infamia nazista, ha pensato bene di riprendersi tutto, rimettendo in campo il mai sopito progetto di germanizzazione dell’Europa. Non più con gli eserciti e i cannoni, ma con l’economia. L’Europa unita è stata l’arma vincente, tanto che attraverso Maastricht e l’unificazione monetaria, sostanzialmente, è stata l’intera Europa a pagare i costi della riunificazione tedesca.
Un imbroglio grande come una casa, che comunque è stato via via raffinato negli anni, con il progressivo svuotamento della sovranità economica e monetaria degli Stati aderenti all’UE e all’euro e l’introduzione di una serie di vincoli imposti in nome dell’euro e della stabilità economica e monetaria. MES, vincoli di bilancio, rapporto debito/PIL, spesa/PIL. Tutti hanno avuto sempre e solo lo stesso scopo. Nel caso dell’Italia, indebolirne l’economia, colonizzarla e renderla terra di conquista per gli stranieri. Una forma subdola di espansione e di influenza economica e finanziaria, attuata in nome dell’unità europea.
Oggi è difficile per il nostro paese scrollarsi di dosso il peso di Bruxelles e dei suoi vincoli, senza il rischio di patirne le conseguenze economiche e finanziarie. Quando il Governo Berlusconi si oppose ai diktat della Troika, fu messo da parte. In Grecia è successo persino di peggio, come abbiamo potuto apprendere in queste settimane. Alla fine, persino Tsipras, che sembrava dovesse spezzare in due l’Europa, è caduta sotto il peso delle imposizioni europee e dell’enorme debito accumulato che i creditori intendono far valere anche a costo di chiedere l’ipoteca del Partenone.
E sicuramente tutto ciò non certifica il successo dell’Unione Europea. Semmai ne certifica la morte come progetto politico, come sogno di un’unione dei popoli. Ha vinto e continua a vincere la Germania, la quale seppure abbia perso la battaglia della seconda guerra mondiale, sta vincendo la guerra dell’espansione egemonica tedesca in Europa, e questo oggi con il paradossale supporto e l’aiuto degli altri paesi europei, tra i quali il nostro paese.

Davide Mura

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Pubblicato originariamente il 17 luglio 2015
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