Fintanto che la poesia rimane con noi, ancora possiamo soffermarci qualche momento e goderne.
La poesia ci aiuta, sia pure per una breve ricreazione, a elevare il cuore a Dio, a sentire che la nostra umanità può ancora salvarsi.
Vorrei proporvi allora una piccola manciata di poesie con toni di fede, amore e speranza. Gli autori sono Alessandro Parronchi, Guido Cavani, Giuseppe Ungaretti e un certo Isidoro (indovinate voi il cognome).


Senza titolo

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A quel filo di luce
che filtra nella camera fugando
i fantasmi notturni

a quel filo di luce
che rivela a chi giudica il tormento
d’una realtà più vasta

a quel filo di luce
che non trova più cuori in cui specchiarsi
né in tanti volti un solo sguardo vero

a quel filo di luce
che vagola in riflessi tra le molte
costruzioni dell’ombra

a quel filo di luce
che una goccia nel buio fa diamante

a quel filo di luce
dell’alba che ferisce a morte quanti
hanno vegliato in gioco, nello studio o nell’amore

a quel filo di luce
che contro il vento della notte ancora stacca
l’orizzonte

a quel filo di luce
che regge in vita chi dispera e ancora
lo fa vedere e vivere

a quel filo di luce
verso cui tende tutto ciò che rompe
la prigione di terra

a quel filo di luce dove esala
l’anima dei morenti

a quel filo di luce
che unifica gl’incanti e ne fa intensa
percezione di grazia

a quel filo di luce
che, rotta l’abitudine, fa che alfine si guardi
con occhi nuovi

non è rimasto alfine che afferrarsi
per chi spera che torni
un po’ di luce nei nostri atti umani.

Alessandro Parronchi (1914-2007)


La nonna

Pareva entrasse sempre
per la soglia dell’alba
nella mia stanza di bimbo,
la cara vecchia,
dopo la prima messa del mattino:
pareva che il suo capo
fosse fratello
delle nuvole bianche di primavera.
La domenica aveva il colore
del suo volto:
nelle sue mani congiunte
si raccoglieva la sera:
i suoi occhi celesti
guardavano lontano
e proteggevano la mia innocenza.
Era forte
come la sua terra reggiana,
tutta prode soleggiate ed alte,
coi seminati larghi.

Di lei m’è rimasto nei sensi
un lindore sereno,
un profumo d’erba cedrina,
tutta la divina
pace della sua morte.

Guido Cavani (1897-1967)


La madre

1930

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia.
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

Giuseppe Ungaretti (1888-1970)


Amicizia

Quanta più sufficienza
interrogando l’altro con l’amore,
quanti corsi distolti,
come a riparo d’un forziere colmo,
a difesa d’un io servo e padrone…

A fronte del donarsi in verità
pochi simili nostri
accettano se stessi per amati,
chi dona quale dono e viver stesso,
presenza per la gioia.

Amando tu propizi il risvegliarsi
di quell’essere umano,
chiami su voi la grazia,
e con essa la luce e il calore
d’un sogno ch’è divino e creaturale.

Eppure, non la cura,
non il costante sì gentile tratto,
non un’ardente fiamma,
non il tuo cuore intento
tornano a te in fiducia affettuosa.

«Già men di sentimento,
meno d’uno spaziare,
e più dei due o tre che noi saremmo
possediamo, né alato o cavalcante
è l’incedere intorno al nostro incedere.»

E tu, caro viandante,
ti meravigli d’uno sguardo al solito
insipiente ed opaco?
Forse ti meravigli per non più
d’un fuggevole istante.

Non tu solo alla porta
del sogno e della vita,
ma quanti ancor vagiti d’innocenti,
sui quali i ciechi e sordi
già tramano l’usato periodare…

Sì, certo riconosci
in principio e in fondo
Chi sempre sia l’Amico che te ha mosso,
di Gesù l’ineffabile dolcezza
non accolta pur resta tuo tesoro.

Isidoro

Nella foto: la scalinata di Trinità dei Monti vista da Piazza di Spagna, a Roma.