Nella nostra lingua italiana distinguiamo tra danza e ballo. A volte può esserci una certa corrispondenza tra i due, ma qualcosa di buono la riconosciamo solo in un tipo, o meglio in un’idea di danza. Quale?
Nella parabola evangelica del figliol prodigo, è proprio il Signore Gesù che ce ne parla. Dopo il ritorno di quel figliolo tanto amato e tanto atteso, compare sulla scena il suo fratello, mentre rientra dal lavoro nei campi.

«Quando fu vicino a casa,» si legge nel Vangelo di Luca (15, 25), «udì la musica e le danze.» Il padre, figura del Padre Eterno, aveva detto: «Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Erano danze ispirate dal Cuore del Padre e movimentate dall’amore gioioso di fratelli e sorelle, uniti dalla stessa fede.
Purtroppo, di danze simili non mi risulta che abbiamo notizie dalla storia bimillenaria dell’Occidente. Da noi ci sono stati più che altro i balli, ora popolari, ora da gaudenti delle classi nobili, ora come passatempo della nostra società prima cristiana, poi atea e oggi sempre più anticristiana.
Quando la Chiesa si dimostrava davvero la Sposa di Cristo e la Madre di ogni battezzato, il suo insegnamento condannava apertamente il ballo.
Vi citerò due esempi di Santi tra i più grandi mai vissuti. Sono il Santo Curato d’Ars, Patrono universale di tutti i parroci, e San Pio da Pietrelcina, il nostro amatissimo e venerato Padre Pio.
In Francia, nel paese di Ars, San Giovanni Maria Vianney arrivando come Curato, cioè parroco, trovò una situazione spiritualmente deteriorata. Correva l’anno 1818.
La frequentazione dei sacramenti era trascurata, il livello morale era basso e l’abitudine peccaminosa del ballo faceva molta presa tra i paesani.
Leggiamo un paio di estratti da Il Curato d’Ars, importante vita del Santo scritta dall’Abate François Trochu (ovviamente nella traduzione pubblicata dalla Casa Editrice Marietti; ottimo regalo per un sacerdote, ma anche per i laici).

Il modo con cui Don Vianney fece sparire il ballo dalla sua parrocchia è rimasto celebre. Su questo punto riuscì vincitore su tutta la linea, ma la lotta fu lunga: il ballo era talmente entrato nelle abitudini locali che al Santo furono necessari venticinque anni per sradicarlo completamente. In alcuni era una specie di ebbrezza e di furore. Simili a pagani che non hanno coscienza delle loro miserie, i ballerini del paese cinicamente proclamavano che il loro divertimento era innocente e dunque permesso.
(Pag. 196)

Qui parla direttamente il Santo Curato:

«Mio Dio, come è possibile avere gli occhi accecati fino a questo punto, fino a credere che nel ballo non c’è niente di male, mentre esso è la corda con cui il demonio trascina all’inferno tante anime?…
Il ballo è circondato dal demonio come un giardino è circondato da un muro…
Le persone che entrano in una sala da ballo lasciano il loro Angelo custode alla porta e un demonio lo sostituisce, per cui, presto, nella sala, ci sono tanti demoni quanti ballerini».
(Pagg. 197-198)

Padre Pio non è meno chiaro. Ecco un episodio significativo raccontato da un penitente:

Umberto Antonelli di Marcianise (CE) tra il 1954 e il 1955 venne a S. Giovanni Rotondo e si confessò da P. Pio. Quando terminò l’accusa dei peccati, il Padre domandò: «Hai altro?». Ed egli rispose di no.
Il padre ripeté la domanda e lui ancora una volta disse di no.
Per la terza volta il Santo chiese: «Hai altro?».
Al reiterato diniego si scatenò l’uragano. “Egli – racconta il penitente – con una voce che non era la sua, ma quella dello Spirito di Dio, gridò: «Vattene, vattene, perché non sei pentito ancora dei tuoi peccati!».
“Rimasi impietrito anche per la vergogna che provavo di fronte a tanta gente. Cercai di dire qualcosa, ma lui incalzò: «Stai zitto, chiacchierone, hai parlato abbastanza; ora voglio parlare io. E’ vero o non è vero che frequenti le sale da ballo?».
“Alla mia risposta affermativa disse: «E non lo sai che il ballo è un invito al peccato?».
“Stupito non sapevo che dire: nel portafoglio avevo il tesserino di socio di una sala da ballo, a cui io non pensavo minimamente. Promisi di emendarmi e dopo tanto mi diede l’assoluzione.”

(Da “Il Padre” San Pio da Pietrelcina, Vol. 1: La missione di salvare le anime di Padre Marcellino IasenzaNiro, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, pag. 45 (bellissimo libro di una trilogia, ricco di testimonianze).

Ma diciamo anche due parole sul balletto.
Bisogna risalire al Rinascimento (dalla metà del XIV secolo a tutto il secolo XV), quando l’Occidente si trasformò da società teocentrica in società antropocentrica. Ossia da società che aveva al centro Dio, e quindi l’Amore, in società che aveva al centro l’uomo, e quindi il potere.
L’indebolimento del carattere morale delle persone nel Quattrocento lo dimostra anche la nascita dei balli di società, cioè come intrattenimento in feste e simili. Fino allora, il ballo e le danze erano rimasti legati più che altro a certe occasioni pubbliche e comunque venivano combattuti dai Papi e dalle autorità della Chiesa.
Altro segno di decadenza fu la nascita delle prime forme di balletto in Italia nel Cinquecento. Nel 1581 venne introdotto alla corte di Francia, dove in quegli anni era molto influente Caterina de’ Medici, dapprima regina consorte e poi regina madre. All’inizio a danzare insieme per spettacolo furono gli stessi cortigiani. Successivamente, nel 1661, il re Luigi XIV di Francia formò l’Accademia Reale di Danza e il balletto diventò così anche in terra francese una professione, disgraziatamente per la nostra civiltà cristiana.
Abbiamo capito, anche dall’esempio dei Santi, che la nostra dignità di cristiani ci porta a ben altro stile di vita.
All’indecenza di quelle pratiche in sé, si aggiunge l’oscenità delle ballerine e dei ballerini seminudi. E a farne le spese forse sono i ballerini più di tutti, perché con quelle movenze e in quel contesto osceno rischiano anche di perdere molto della loro virilità.
Ma la forma più abbietta e scandalosa di ballo è quello inscenato da persone consacrate, come si è visto avvenire in questi ultimi tempi che viviamo.
Alla Giornata Mondiale della Gioventù celebrata a livello internazionale, a Rio de Janeiro nel 2013, una schiera di vescovi là presenti ha offerto alle telecamere lo spettacolo di un balletto, facendo mosse di danza sul posto dov’erano in piedi.
Già da tempo, per esempio ad Assisi, città natale di San Francesco e Santa Chiara, frati e suore dal cuore sconsacrato danzano pubblicamente insieme in certe ricorrenze. Ovviamente, qui non si ha la dignità della danza gioiosa di cui ci parla il Vangelo, che riguarda familiari e servitù. Trattandosi di persone consacrate e di un contesto di degrado morale, quelle danze sono indegne molto più dei balli dei laici. Servono solo a dimostrare come si sono ridotte la vocazione religiosa che si avrebbe e l’investitura sacra che si è ricevuta.
Lasciamo la Chiesa del “dialogo col mondo” ai morti spirituali. Noi, teniamoci cara la Chiesa del Vangelo, della Tradizione e dei Santi.