Il nostro adorabile Signore Gesù non solo ci comanda di perdonare, ma di perdonare «di cuore» al nostro fratello. Così sta scritto nel Vangelo secondo Matteo, nella parabola del servitore spietato (18, 23-35), che subirà una dura sorte perché non ha voluto perdonare.
Dunque abbiamo lo strettissimo obbligo di perdonare, con tutto il cuore. Ma come è possibile? Il Signore Gesù ci ha spiegato bene come e perché.
Da noi stessi, non possiamo nulla. Non ci siamo dati la vita da noi stessi, e non potremo nemmeno darci l’amore e la forza di perdonare.
Ma abbiamo Chi ci sostiene, Chi ci dona la vita e ogni grazia.
E’ Dio, che nella Persona del Padre ha tanto atteso ogni figlio che gli ha voltato le spalle, che l’ha rinnegato e offeso. Proprio questo ci dice Gesù nella parabola del figliol prodigo (Lc 15, 11-32).
Il Padre di ogni bontà sta già bussando alla porta del cuore dei figli ingrati. Sta già scrutando l’orizzonte, in attesa che finalmente permettano al loro cuore di pietra di farsi cuore di carne. Il Padre attende, e non aspetterà che quel figlio si trascini incerto fino alla sua porta. Sarà Lui, il Padre Eterno di tenerezza infinita, a slanciarsi fuori dalla porta, a correre fino a quel suo figlio, a gettargli le braccia al collo, a baciarlo, a rivestirlo con dignità e a raccogliere intorno a lui tutti perché lo festeggino, con amore fraterno.
Ecco che vuol dire “perdonare di cuore”!
Possiamo forse non perdonare perché qualcuno ci ha fatto i torti più gravi, più ripugnanti? Non siamo capaci di ricordare i nostri torti verso Dio e altre persone? Anche non perdonare di cuore è un grave torto.
Dio può trovarci migliori del nostro offensore, se tardiamo a perdonare? Siamo nella stessa situazione di chi ci ha offeso, perché non amiamo. Anzi, probabilmente siamo peggiori dei peggiori delinquenti. Questi, di solito, non hanno ricevuto un’educazione cristiana. Noi invece sì, ma non perdoniamo, o non lo facciamo con tutto il cuore.
Perdonare di cuore vuol dire prima di tutto farsi umili davanti a Dio, riconoscere il nostro nulla capace solo di peccati, la nostra durezza di cuore. Ma vuol dire anche rincuorarsi, perché abbiamo un Padre infinitamente buono, amante della vita, Autore di ogni bellezza e di ogni delicatezza donate ai suoi figli e a tutte le creature.
Il pensiero dell’Amore del Padre, l’invocazione rivolta al Padre è la forza più grande per riuscire a perdonare. Potremmo anche pensare alle sofferenze del Signore Gesù, alla sua Passione e Morte di croce a causa dei nostri peccati. Ma anche Gesù è Figlio del Padre, come noi e ogni uomo, come anche il nostro offensore.
Dio Padre ha voluto me e te per figli. E che, forse non ha voluto per figlio anche chi ci ha offeso? Forse spetta solo a me la speranza di poter tornare pentito tra le braccia del Padre? Di sollevarmi dal fango e dal sangue di questa vita peccaminosa alla contemplazione eterna di Dio?
Noi siamo responsabili per chi ci fa del male. La sua salvezza eterna può dipendere dal nostro perdono e dalla nostra preghiera a suo favore. Forse nessun altro l’ha perdonato prima, forse nessun altro ha finora pregato per il nostro offensore.
Gli hanno insegnato a fare il male, ed ecco: finalmente c’è l’occasione perché il male che fa non abbia a causargli altro male, ma anzi, la salvezza. Preghiamo con fede e con amore per quella persona. Offriamo per lei almeno un’Ave Maria alla Madonna.
Bisogna avere pietà di chi fa il male. «Buono e pietoso è il Signore,» dice il Salmo 102. E noi siamo i suoi figli.
Perché il perdono avvenga con tutto il cuore, non basta amare un po’ quella persona, ma bisogna desiderarla, come Dio la desidera, come anche la Madonna nostra Madre la desidera. Il desiderio non è rivolto alla persona nell’ostinazione dei suoi peccati, ma in quanto essere umano, figlio o figlia di Dio, chiamato a redimersi, a rinascere alla grazia.
Uniamo il nostro cuore e la nostra vita, interiormente ed esteriormente, al Cuore e alla Vita di Gesù che vive in noi. Lasciamo che sia Gesù ad amare, pensare, vivere, perdonare in noi. Stiamo sempre cuore a Cuore con Gesù perché possiamo essere veri figli del Padre, a imitazione del Figlio unigenito. Dice San Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).
Se siamo degni di chiamarci cristiani, saremo in pace nei confronti di chi ci ha offeso. Qualora mai ci domandi perdono, lo avremo già perdonato, e con slancio potremo anche noi abbracciarlo, baciarlo, rivestirlo con dignità, festeggiare il suo ritorno. Se non faremo questo, sarà vana per noi la parola che il Signore Gesù, Figlio unigenito del Padre, ha pronunciato una volta per sempre.
Per questo articolo ho scelto una foto di Papa Giovanni Paolo II durante il suo incontro con Ali Ağca, che aveva cercato di ucciderlo. Nel momento dell’attentato, come sappiamo, avvenne anche un miracolo: la Madonna deviò il primo dei due proiettili sparati, che altrimenti avrebbe ucciso il Papa. Ricorreva la Festa della Madonna di Fatima.
Papa Wojtyla, pur conoscendo bene la gravità dell’atto compiuto da Ağca, lo perdonò, andò a trovarlo in carcere e lo trattò con grande amore.
Ecco qui, incarnato, l’esempio del perdono dato con tutto il cuore.
Sta a noi la scelta se essere servitori spietati, che vanno incontro a una dura sorte, o figli amorevoli del Padre Nostro, secondo l’insegnamento del Signore Gesù.