A chi di voi può permettersi una totale ricreazione, almeno per le nostre sante Festività cristiane, ho pensato di offrire tre dei miei racconti, nella versione italiana e in quella inglese. Il primo oggi, gli altri intorno al 1° gennaio e al 6 gennaio.
Buona lettura, a voi e ai vostri cari!

DISCORSINO DI UN ESPATRIATO INGLESE

Io, Mr Scaroughphony (pronuncia: “scàrafouni”), mi trovo qua ma solennemente dichiaro di non appartenere alla razza della blatta italica.
No, la mia storia è diversa. Solo per sbaglio mi sono imbarcato su una nave che dalla mia amata Inghilterra mi ha condotto in Italia, attraccando al porto di Napoli.
Mi commuovo, se ripenso alla mia infanzia e a che cosa ho lasciato alle mie spalle, sia per il fatto di diventare un adulto, sia per il trasbordo nella soleggiata metropoli campana.
Quando io con le mie antennine gesticolavo rivolto alla mia mamma scarafaggia, e la seguivo con gli altri piccoli nelle scorribande per i sottoscala e i cortili, provavo la tenerezza di una blattina tanto rifocillata quanto tenuta cara.

Ora che non riesco più a reimbarcarmi per l’Inghilterra, senza correre come stamattina il rischio di un pestone o di una palata, mi sono visto costretto, io, Mr Scaroughphony, persino a imparare il dialetto napoletano degli scarafaggi di quaggiù.
Le blatte napoletane sono vivaci, folkloristiche, e con le loro maniere calorose mi tengono un po’ su il morale in terra straniera. Anch’io con loro mi adatto come posso. Il massimo dell’adattamento, e della simpatia, è quando io tiro fuori le mie reminiscenze di ex-scarafaggino inglese coccolato dalla mia mamma scarafaggia, e loro, unendo come due mani le due zampe più anteriori, esclamano ridendo: «E’ proprio vero! Ogni scarafone è bello a mamma sua!».
Quando arriva la sera siamo ancora indaffarati, ma infine quando l’ora si fa proprio buia ci prendiamo il meritato riposo, infilandoci di soppiattola in qualche teatro ad ascoltare commedie che ci facciano ridere come ci vuole, o canzoni che ci tengano su di umore o ci purifichino l’organismo tribolato con qualche lacrimuccia di commozione.
Per fortuna non tutti i napoletani ci prendono a scopate in testa, ma qualcuno ci lascia respirare almeno per qualche attimo vicino ai nostri ritrovi preferiti, come i depositi dei sacchi di spazzatura.
A questo proposito, già intorno all’anno 2008 abbiamo avuto a Napoli un famoso Festival della Monnezza, che quasi mi ha fatto perdere la nostalgia per l’Inghilterra, dove nessuno, da che Scaroughphony ricordi, si era mai sognato di offrirci tanto. Devo dire con mio imbarazzo che solo verso la fine del Festival mi sono ripreso da questa insensibilità verso le mie origini anglosassoni. Su quei monticelli si mangiava, si beveva e si cantava, rotolandosi giù per le colline e i loro rigagnoli, e non c’era più napoletano né inglese, ma tutti ci sentivamo una stessa blatta.
A Napoli non manca niente per noi, anche se purtroppo la concorrenza è piuttosto agguerrita. Io sono competitivo dall’infanzia, ma questa concorrenza ha del barbaro e sconfina talvolta in accozzaglie di bande armate. Circolano infatti scarafaggi più grossi, gonfi di leccumi, che invece di adoperarsi a cercare qualche bel saccone in una ricca discarica, o almeno qualcosa di simile in giro per il porto o la città, tormentano gli scarafaggi più smilzi che si sono dati da fare, per portargli via il bottino. Mentre il motto di noi anglosassoni e dei miei colleghi napoletani rimane: “Chi vuol mangiare corra”, questi ceffi storti si sono dati il motto “Chi vuol mangiare, camorra”, che non si capisce nemmeno che cosa voglia dire.
I nostri peggiori nemici comunque rimangono i topi e i gatti randagi, perché mentre gli scarafaggioni gonfi lecconi ci ammazzano in pochi, i topi e i gatti sono affamati come draghi e se riescono a mettere qualcuno di noi nell’angolo, ci resta solo il tempo per l’ultimo desiderio, che di solito è una maledizione blattoidea all’indirizzo del predatore. I topi d’altra parte non sempre ce la possono con noi, specialmente se siamo in tanti, perché dall’andazzo si accorgono che stiamo per ricoprirli e mangiarceli vivi. Per cui con loro sono frequenti le tregue, come quella splendida del Festival della Monnezza, quando c’era da rimpinzarsi per tutti. Si sono visti persino allora per la prima volta dei topi ben pasciuti elargire, in atteggiamento magnanimo, degli omaggi di croste di panettone o di grumetti di parmigiano reggiano a qualcuno dei nostri, abituati nel mangiare a tutt’altra musica che quelle raffinate prelibatezze.
Malgrado i pericoli, riusciamo a divertirci, specialmente con i funerali. Ovviamente non quelli degli scarafaggi, che serietà del nostro lutto a parte non hanno nemmeno una canottiera o un pantaloncino da vendere in cambio di un buco sottoterra. No, si tratta dei funerali già organizzati dai napoletani, ma non tutti. Andiamo per esempio al funerale della massaia che ci prendeva a scopate o a secchiate d’acqua (quest’ultima eventualità alquanto più rara della prima), per rimpiangere dietro alle sue amiche tutti gli allegri momenti passati insieme, e lamentarci come disperati perché dovremo farne a meno d’ora in avanti. La stessa cosa, anche se in un altro senso, dietro al libraio, al bibliotecario, al pescivendolo, al salumiere, al panettiere ecc., esprimendo accoratamente tutta la gratitudine per quei bocconi che loro ci incentivavano a conquistare come in un’impresa, e augurandoci tra i lamenti che i successori siano altrettanto brav’uomini e brave donne, brava gente insomma.
E io, alla mia età, comincio a sentire il bisogno di sistemarmi e di prendere moglie. Dopo tutto, sono anni che mi trovo qui e non penso proprio di riuscire a raggiungere una nave per l’Inghilterra, anche perché non so quale sia – il viaggio di andata fu un errore, del tutto a casaccio – e se mi avvicino in perlustrazione corro sempre dei pericoli.
Del resto, il mio aspetto anglosassone mi attira dietro gli sguardi ammirati di certe blatterelle, anche se quando qualcuna poco discretamente mi segue non è raro che io sia rivolto a qualche mio gruzzolo di cibarie particolarmente odoroso.
Ho pensato di mettere l’una o l’altra di loro alla prova, per vedere quale scarafaggia sia quella che fa al caso mio, la più sincera. Chiederò a ciascuna candidata, separatamente, dopo averle invitate per il provino, quante blattine sarebbe felice di avere con me. Se ne vuole molte, sarà segno che le piaccio e che si fida delle mie capacità di approvvigionamento, della mia forza insomma e della mia destrezza.
Per quanto riguarda il futuro ho pensato, quindi, a metter su famiglia e qualche specie di casetta, anche se vorrei che la mia mamma fosse qui a vedermi. Direbbe che me la sono cavata bene, e mi chiederebbe, teneramente: «Ti ricordi quando gesticolavi con le antennine verso di me?».
Io le risponderei: «Sì mammina, io non vorrei mai averti persa di vista, ma ora rieccoci insieme!».
E un giorno forse rivedrò anche i miei fratellini e le mie sorelline, così potrò insegnar loro qualcosa della sceneggiata napoletana, e vederli tirare fuori dei fazzolettini bianchi per asciugarsi le lacrimucce, in una circostanza artistica che non si sarebbero mai immaginati.

Inedito di Isidoro D’Anna. Tutti i diritti riservati.

OBSERVATIONS OF AN ENGLISH EXPATRIATE

I, Mr Cockroachester, am here actually, but I solemnly declare my total extraneousness to the race of the Italian cockroach.
Oh no, mine is an altogether different story. Only by mistake did I embark on a ship that brought me from my beloved England to Italy, and docked in the port of Naples.
I become deeply moved whenever I recall my ’roachildhood and all that I left behind – both because I’ve reached adulthood and because I was blindly transferred to this sunny southern metropolis.
When I gesticulated with my feelers at my cockroach mum, and scampered after her together with the rest of her offspring in our raids under staircases and around courtyards, I could feel the tenderness of a little cockroach who was as much well-fed as cared for.
In my present condition, I could never try to re-embark for England without the risk of being stamped on or struck with a spade, like this morning. Thus I eventually became aware that I would have to learn the Neapolitan dialect of the cockroaches living down here.
Neapolitan cockroaches are lively and folkloristic, and with their hearty manners keep up my spirits in this foreign land. In my turn, I’m trying to adapt myself to the best of my ability. The maximum of adaptation and affection is when I come up with my recollections of a little English cockroach, cuddled by my ’roachmum. Then they clap their front legs approvingly and say laughing aloud: “It’s really true! Every cockroach is a jewel to their mum!” which more or less translates a famous and slightly ironical Neapolitan proverb.
When evening falls among us, we are still very busy, but in the end, when the pitch-black hours come, we take our well-deserved rest. Then we sneak into some theatre – it’s typical of a cockroach to encroach – to watch comedies that make us laugh to our heart’s content, or listen to songs that raise our spirits or purify our troubled organism by means of some emotional little teardrops.
Luckily, not all Neapolitans are set on banging brooms on our poor little heads, but some let us breathe for a while close to our favourite meeting places, and especially where they graciously gather their rubbish bags.
That reminds me of the famous Rubbish Festival which was held in Naples in 2008. To tell the truth, it almost brought me to the verge of forgetting my homesickness for England, where nobody – as far as any Cockroachester can remember – had ever dreamed of granting us such a grand occasion. I’m very embarrassed to admit that only near the end of the Festival did I recover from such insensitive ingratitude to my Anglo-Saxon origins. On those mountainous heaps rising about the whole city, we ate, drank and sang, blithely rolling down their sides and rivulets. There were no Neapolitans or Brits any more, but we all felt like one mighty cockroach.
In Naples we lack nothing, even though competition is very aggressive. I’ve been competitive ever since my ’roachildhood, but competition here is somewhat barbarous and takes the form of infesting armed gangs. Unfortunately, there are big cockroaches around who lick far too much and aren’t fussy where they get it. Instead of making efforts to find some nice rubbish bag in a recommended dump, or at least something lying around in the port or the city, they torment the leanest cockroaches and snatch their hard-earned booty. Whereas the motto of us Anglo-Saxons and of my Neapolitan colleagues is “Search it out for your own belly”, these crooked mugs have the motto “Clean them out for your belly”, which strangely enough is what Mafia cockroaches say – those killjoys lurking further down in Italy.
However, mice and stray cats remain our worst enemies. While the ill-licking oversized cockroaches do in very few of us, mice and cats seem to be as famished as dragons (whose appetite we must assume is extreme). So, if they manage to drive one of us into a corner, the poor fellow is only left with time for one last wish, which usually consists of a ’roachcurse on the predator. On the other hand, mice don’t always win, especially when there are lots of us, because that usually means we are about to cover and eat them alive.
So mice and cockroaches often have truces, like the splendid one that took place during the Rubbish Festival, when there was plenty for everybody to eat. Then for the first time you could even see some satiated mice lavish on us, with a magnanimous air, crusts of panettone – a typical Italian cake – or small Parmesan lumps. For us, these are refined delicacies, a rare treat.
Despite all dangers, we still manage to enjoy ourselves, especially at funerals. Obviously not at cockroach funerals, since we don’t possess even a little vest or a little pair of trousers to barter for a hole in the ground. No, I mean the funerals arranged for certain Neapolitans.
For example, we attend the funeral of the housewife who used to persecute us with broom blows or bucketfuls of water (the latter case being rarer that the former). So, following her friends, we give vent to our regret for all the happy moments spent together, and we desperately moan because we will see nothing of the sort take place again for a while.
Similarly, we go on parade behind the now-relaxed bookkeepers, fishmongers, salami shopkeepers, bakers and others, expressing our passionate gratitude for those scanty morsels they stimulated us to conquer in a sort of challenge and, in the middle of our loud ’roachish mourning, wishing their successors to be equally nice men and women – in a word, nice people.
And now, at my age, I’m beginning to feel the need to get married and settle down. After all, I’ve been here for years and I really can’t hope to find an England-bound ship, if only because it’s beyond my powers to recognize one – my outward journey was by mistake, a real leap in the dark – and when I go scouting around I soon find myself in danger.
Anyway, my Anglo-Saxon appearance makes me the admiration of certain young female cockroaches. To tell the truth, when one of them takes to following me with dubious modesty, I’m often visiting some especially odorous food hoard of mine. Is that what interests them? I wonder, so I’ve decided to put all of them to the test, to see which ’roachmiss will be the one who suits me best, the most sincere. I will ask each candidate separately, after inviting the whole lot to a trial, how many ’roachbabies she’d be happy to have with me. If she wants many, that will prove she genuinely likes me and trusts in my hoarding skills, and thus in my strength and cleverness.
So, thinking about my future, I wish to start a family and set up some kind of little house, even though I’d dearly like my mum to be here and see me. She would say I’ve got on well, and would tenderly ask me: “Do you remember when you gesticulated to me with your little feelers? Good old times!”
To which I’d reply: “Yes, mum, I’d never have lost sight of you, but now here are the two of us together again!”
Perhaps one day I will see my brothers and sisters again as well. Then I will perform something of a Neapolitan melodrama for them, and they for sure will draw out little white handkerchiefs to wipe off their little emotional teardrops, in such artistic circumstances as they’d have never imagined could exist.

Taken from A Book of Curious Tales, CreateSpace.