Felice Anno Nuovo!

Come anticipato sotto Natale, ecco anche per Capodanno (Solennità di Maria Santissima Madre di Dio) un racconto umoristico di un certo Isidoro, in italiano e in inglese.
Buona lettura!

PENSO DUNQUE SONO

Penso che la giovane signora che deambulava e parlottava poco fa lungo il vicino marciapiede sia senz’altro una donna d’affari. L’ho dedotto sentendola parlare con piglio decisionista.
L’argomento della conversazione non era proprio da ridere. Lei era stata dal dentista il giorno prima, e aveva cacciato qualche strillone durante l’intervento. Oh, le sedute dal dentista! Non ci ripensavo più da decenni, e quante rimembranze ha riacceso in me quel cenno fugace!
Non solo sono riandato con il ricordo a un fatto increscioso di vent’anni fa, ma ho anche inevitabilmente ripercorso il mio curriculum, ci ho proprio camminato sopra, prima indietreggiando, lievemente sospinto dalla memoria, poi mi sono girato e ho corso indietro nel tempo verso la fase delle mie origini.
Io sono una tempra d’acciaio, una punta di diamante, una riserva di energia e, raggiunta un’età che mi rende anche più interessante, trovo che non mi è neppure venuto meno un formidabile appetito.
Altri vent’anni prima, un quarantennio or sono, godevo ormai da tempo dello status di fiore all’occhiello di Re Zompo IV, sovrano del magnifico Regno della Trebisonda, nel cuore dell’Africa Nera. Questa Trebisonda non va confusa, si badi bene, con la città turca di Trebisonda.
Re Zompo IV mi voleva un gran bene. Aveva disposto che non mi mancasse mai nulla, e avrebbe dato ordini per me anche alle mosche, se gli avessero ubbidito, ma quelle molestavano un po’ tutti, Sua Maestà compresa.
Mi prestavo con piacere a coadiuvare gli insegnanti dei principini e dei figli dei più alti dignitari di corte, a mo’ di sussidio didattico: loro imparavano e io mi divertivo un mondo.
Un giorno qualcuno mi ha domandato, con la solita curiosità che non arriva molto lontano, chi fossero stati i predecessori di Re Zompo IV. Io allora ho istruito quella persona sulla semplicissima verità: Re Zompo I, Re Zompo II e Re Zompo III. Tutti fatti graziosamente decapitare da Re Zompo IV.
Ed ecco, già m’aspetto le polemiche, le questioni… Le preverrò sul nascere. Primo: com’è possibile che i tre predecessori di Re Zompo IV si chiamassero tutti e tre Zompo, lo stesso nome del mio splendido sovrano? Secondo: perché erano tutti e tre vivi con lui vivente? Terzo: si può davvero affermare che qualcuno è stato “graziosamente” decapitato?
Prima risposta: Zompo è un nome diffusissimo nel magnifico Regno della Trebisonda, il 73% della popolazione maschile ancora oggi risponde a questo nome. Zompo qua, Zompo là, Zompo giù, Zompo su.
Seconda risposta: per un richiamo cannibalistico che vi spiegherò con la terza risposta, i Re Zompo I, Zompo II e Zompo III venivano fuori come a getto continuo da una tribù del Regno.
Terza risposta: Re Zompo IV non avrebbe mai voluto far decapitare i suoi tre predecessori. Egli aveva fatto voto dinanzi alla Statua Verde di vivere per sempre da vegetariano. La sacerdotessa della Statua Verde gli rilasciò tanto di licenza a tal fine.
Re Zompo IV non toccò mai neanche con un dito la ciccia degli altri Zompo. Erano loro che volevano mangiarselo! Si vociferava infatti che il futuro Re Zompo IV fosse un uomo saporitissimo. Quindi venne preso di mira a ripetizione dai sovrani Zompo, che potevano ovviamente vantare più diritti degli altri sui propri bocconi. Però il nostro, al tempo già un altissimo dignitario, aveva per tre volte capovolto le proprie sorti, confidando nei potenti amici. Ma fece appunto “graziosamente” decapitare i suoi tre sovrani-attentatori, offrendo loro un gatto soriano per ciascuno come ultimo appagamento gastronomico.
Ripeto che lo splendido sovrano Zompo IV mi voleva un gran bene. Un doppio fiume di lacrime scese dai miei occhi fino alle sue regali pantofole, mentr’egli si tratteneva, regalmente, dal versarne altrettante, quando il destino volle che ci separassimo.
La mia figura era stata per così dire promossa a pieni voti, e innalzata a dignità d’attrazione mondiale. La mia scena non era più il solo magnifico Regno della Trebisonda, ma l’intero globo terrestre.
Fu così che la Signora Olga Paciùk prese a scarrozzarmi per i cinque continenti. Non si risparmiò per insegnarmi numeri sempre più strabilianti, mentre le folle accorrevano dovunque il nostro circo sostasse.
Si era ormai a vent’anni fa. Un crepuscolo primaverile, nei pressi di Napoli, ridente e fantasmagorica metropoli italiana. Mentre sonnecchiavo tra la paglia del mio recinto, l’inaudito venne a turbare un’esistenza che avevo condotto, indisturbato, sempre ai massimi livelli.
Un uomo, forse un malese, mi s’avvicinò furtivo con una tenaglia e un sacco di iuta floscio, cioè vuoto. Prima che potessi riprendermi dalla sorpresa, piazzò la tenaglia alla base della mia zanna destra e cominciò malevolmente, e, direi, anche assurdamente, a tirarla verso di sé con la tenaglia.
Feci per alzarmi, perché in ogni caso si trattava di un affronto e l’offensore andava schiacciato sotto qualcuna delle mie zampe, e magari ceduto, a mo’ di polpettone, alla mia amica tigre.
Al che lo sprovveduto malese mi diede una botta tremenda sulla zanna usando la tenaglia come fosse una mazza, e la mia zanna, fino allora emblema del mio lustro mondiale, si scheggiò.
Io m’impennai in un barrito spaventoso, preso dal dolore, dalla rabbia e dalla paura. Infine, colpito dalla ferita all’amor proprio, svenni, mentre il malese riponeva la scheggia della mia zanna nel sacco e se la dava a gambe. Subito i nostri vennero in mio soccorso da tutte le parti.
Quando mi risvegliai, la mia testona era tra le braccia della Signora Olga Paciùk in persona. Versai una lacrimuccia, e la Signora Paciùk l’asciugò subito con il suo foulard di gran lusso. Poco a poco ritornai a vedere le cose con una certa calma, anche se mi sentivo un tantino ridimensionato.
La Signora Olga Paciùk si dimostrò la gran signora che era del resto sempre stata. Ordinò una fornitura d’avorio facendola arrivare appositamente da Istanbul (non so perché proprio da Istanbul).
Con quel prezioso materiale mi accompagnò lei stessa dal dentista di fiducia del nostro circo, dove trovai una serie di strane bestie zannute che non avevo mai visto neppure nella mia lunga vita. La mia zanna tornò, apparentemente, ammirevole come prima.
Questi ultimi vent’anni li ho trascorsi in parte ancora come gloria del Circo Mondiale Paciùk, in parte infine in un pensionato albanese dove la Signora Paciùk mi ha lasciato, raccomandando ai responsabili di non farmi mancare mai niente, di giocare con me a scacchi e di farmi vedere in televisione i miei documentari preferiti.
A volte mi chiedo che cosa ci faccio io in un pensionato albanese per animali. Io che m’intrattenevo a tu per tu con il magnifico Re Zompo IV, sovrano dello sterminato Regno della Trebisonda, e che assistevo la Signora Olga Paciùk nel raggiungere le vette della fama e della professionalità.
Mi chiedo se questo è il naturale sviluppo degli avvenimenti di una vita dorata, e perché non mi fanno mai uscire da questo recinto. Magari potrei trotterellare dietro a quella giovane donna d’affari, che forse mi vorrebbe volentieri come consulente d’alto bordo.
Ogni volta che do segni d’impazienza accendono il televisore che mi hanno piazzato davanti, e ogni volta che alzo la voce alzano il volume del televisore.
E’ così che dovrebbe finire la vecchiaia una personalità del mio calibro? Uno di questi giorni faccio un macello.

Inedito di Isidoro D’Anna. Tutti i diritti riservati.

I THINK, THEREFORE I AM

I think the young lady who was perambulating and chattering on the pavement outside a short while ago is unquestionably a businesswoman. I deduced this from the decisive tone of her speech. I could not discern how she was dressed, but the light pedal music (played by a foot quartet) indicated to me the use of sandals, four feet paired with four sandals for the two refined interlocutors.
The topic of their overheard conversation failed to be a source of amusement. She had been to the dentist’s the day before, and had experimented with new ways of whining and howling during her treatment. Oh, fixing an appointment with a dentist! I had not thought about that for decades, and what memories the businesswoman’s fleeting hint rekindled in me!
Not only did I retrace in my mind a regrettable event that had taken place twenty years before, but inevitably I also moved again along the length of my curriculum vitae. Or rather, more precisely, I walked along it, stepping backwards at first, gently driven by my thickening recollections, until I definitely turned round and ran back in time towards the earliest stage of my origins.
In all modesty, I can say my strong fibre has never so far deserted me, and even now my character remains as hard as steel, as incisive as a diamond point and as brilliant as a brilliant – which is the stepfather of all sequins, I have lately discovered. Besides, having reached an age that renders me a thousand-fold more appealing, I even notice that I am still endowed with a formidable appetite.
Twenty years or more prior to the above-mentioned regrettable event – that is, about forty years ago – I had already long been enjoying the status of jewel in the crown of King Nghame IV, Sovereign of the magnificent Kingdom of Trebizi, deep in the heart of Black Africa. However, I hope you will not imagine that I am merely a stone in some kingly piece of jewellery. Also, mind that you do not confuse this Kingdom of Trebizi with the city of Trebizond in Turkey (which does not belong to a turkey).
King Nghame IV held me extremely dear. He instructed his servants that I should never want for anything, and he would have given similar orders even to the flies – had these had enough brain and intellect (and reward) to obey him, but they kept bothering everybody on an equal basis, including His Majesty.
I gladly conceded my attendance, as a sort of teaching aid, to help the teachers who had been rigorously selected for the little princes and the children of high dignitaries at court – so the little ones would learn and I would have a lot of fun.
One day someone asked me, prompted by the same old idle curiosity, who had been the predecessors of King Nghame IV. I acquainted that person with the simple truth: they were King Nghame I, King Nghame II and King Nghame III. All of them happened to be graciously beheaded, since King Nghame IV so demanded.
There, I am already expecting questions and objections … so I will pre-empt them as they arise. First: how is it possible that all three predecessors of King Nghame IV also answered to the name of Nghame? Second: how are we to account for the fact that all of them were living when he too was alive? Third: what kind of reasoning causes us to say that somebody has been ‘graciously’ beheaded?
First answer: Nghame was historically and still remains the most popular name in the magnificent Kingdom of Trebizi. Even today, 73% of the male inhabitants can boast this name. It’s Nghame here, Nghame there, Nghame everywhere.
Second answer: owing to a cannibalistic impulse about which I will provide more details shortly, kings Nghame I, Nghame II and Nghame III had been most rapidly churned out by a prominent tribe of the kingdom.
Third answer: King Nghame IV would have never had his three predecessors beheaded. He had recited before the Green Statue the vow to live forever as a vegetarian. The priestess appointed to the cult of the Green Statue had issued a regular licence for this purpose.
King Nghame IV did not even touch the flesh of the other Nghames with a finger. It was they instead who wanted to gulp him down! The future King Nghame IV was rumoured to be a very tasty man. Therefore the kings Nghame targeted him repeatedly, and obviously they could lay claim more than anybody else to any choice morsels of food.
Notwithstanding this, our Nghame, already at the time a very high dignitary, had all three times reversed his destiny, as he could rely on powerful (and crafty) friends. Anyway, he just had his sovereign assailants ‘graciously’ beheaded, after supplying each of them with a tabby-cat for a last gastronomic treat.
I repeat that the splendid Sovereign Nghame IV held me extremely dear. When fate commanded that we should part, a double stream of tears came down from my eyes to his royal slippers, while he regally restrained himself from shedding as many.
My personality had, so to speak, been given full marks, and raised to the dignity of worldwide attraction. My stage was no longer only the magnificent Kingdom of Trebizi, but the whole globe.
Thus it came to pass that Mrs Olga Patchook began to take me around the five continents. She did not spare herself in teaching me ever more marvellous turns, tricks which astonished the crowds that flocked to our circus wherever it stopped.
By now twenty years had passed. It was twilight one evening in spring, near Naples, the charming and phantasmagorical Italian metropolis. While I was dozing on the straw of my pen, an unheard-of event took place that upset my previously untroubled existence, invariably until then at the highest level.
A man, perhaps a Malaysian, came close to me with a pair of tongs and an empty jute bag. Before I could dispel the shock of surprise, he placed the tongs at the root of my right tusk and started to tug at it malevolently and, I would say, no less absurdly.
I moved to get up, because an outrage was being perpetrated and the offender had to be squashed under one or more of my feet, and then maybe handed over to my friend the tiger as a meat loaf.
The incompetent Malaysian reacted by dealing a terrible blow to my tusk, using his tongs like a mace, and my tusk, up to that moment the emblem of my worldwide fame, got chipped.
I pranced and trumpeted dreadfully, caught by pain, rage and fear. Finally, caught by the injury to my self-esteem, I fainted, while the Malaysian put my tusk chip into his bag and went off like a shot. A second later the circus people were rushing to my aid from every corner.
When I recovered my senses, my big head was lying in the arms of Mrs Olga Patchook in person. I shed a little teardrop, and Mrs Patchook wiped it with her luxury foulard. Gradually, I began to look at things again with a certain calm, though in a less grand perspective.
Mrs Olga Patchook proved to be the great lady I had always felt she was. She ordered an ivory supply from Istanbul for the sake of my physical, psychological and sociological well-being (I cannot say why precisely from Istanbul). Once she received the precious material, she accompanied me herself to our circus’ trustworthy dentist.
There I encountered a series of strange tusked beasts I had not seen or imagined ever in my long life. My tusk apparently became as admirable again as before.
I have spent the last twenty years first as one of the glories of the Patchook World Circus and latterly in an Albanian old animals’ home. This is where Mrs Patchook left me, after recommending that the people in charge take care that I should never lack anything, playing chess with me and letting me watch my favourite documentaries on television.
Sometimes I wonder what I am doing in an Albanian old animals’ home. I, who was entertained face to face by the splendid King Nghame IV, Sovereign of the vast Kingdom of Trebizi, and who assisted Mrs Olga Patchook in reaching the acme of fame and professionalism.
I wonder if this is the natural turn of events in such a golden life as mine, and why they never let me out beyond this fence, maybe to trot after that young businesswoman, who would perhaps appreciate my collaboration as a wise consultant of long experience.
Every time I give signs of impatience they turn on the TV set they have installed for me, and every time I raise my voice they turn up the volume.
Can this be right? Is this the way old age should turn out for a personality like me? One of these days I will commit a massacre.

Taken from A Book of Curious Tales, CreateSpace.