Eccovi il terzo e ultimo racconto di queste festività natalizie. Ha un contenuto un po’ mangereccio, a seconda dei gusti.
Buona lettura!

QUESTIONE DI STILE

Insieme formavano una bella compagnia. Ai pasti veniva scodellata spesso carne di bestia ignota, ma non potendosi vedere il muso i ragazzi mangiavano senza pensarci su troppo.
Quando però l’ultima bestia servita nel mese di settembre venne chiaramente nominata, tutti tirarono un vero e proprio sospiro di sollievo.
Quel brutto muso infatti zia Luisa non aveva mai potuto sopportarlo. Ma quanto aveva dovuto sudare per completare la catena alimentare e portarlo in tavola, la povera ziona malata di pressione alta?
Da quando suo marito se l’era data a gambe, la povera zia Luisa non era più la stessa. Con il cuore gonfio per l’incomprensione, il fisico provato dalle incombenze, e l’animo turbato dalle spiacevoli dicerie, aveva tuttavia tirato dritto.
Per il bene dei suoi ragazzi, il ristorante da lei gestito doveva andare avanti, e con un sorriso poi ci si ritrovava insieme in cucina, a fine orario di lavoro, per mangiare del buono e del meglio.
Nessuno si sognava di chiedere alla cara, industriosa ziona dove e come si approvvigionasse per la sua cucina. E poi certe cose, alla fin fine, si capivano da sé.
Partiva, la ziona, alle prime luci dell’alba con un furgone provvisto di armi e trappole, e tornava alla sera con il suo bel carico di cacciagione già ripulita, spezzettata e pronta. Tra quella ciccia e quegli ossi nessuno poteva dire chi era chi, o cosa era cosa. La frutta e la verdura invece la raccoglieva, per così dire, là per i campi di coltivatori che non facevano in tempo a chiederle un contraccambio.
Quando venne la notizia che quel fuggiasco del marito era passato, si spera, a miglior vita, la zia Luisa era ancora una cinquantenne dal portamento fascinoso.
Il mattino dopo si presentò direttamente nell’ingresso del locale un facoltoso e distintissimo personaggio, signorilmente in cerca dell’ambita zia Luisa.
Era un orco. Un orco, sì, ma di che genere! Un gentilorco! Possente e alto sui due metri, rivestito dalla testa ai piedi d’alta moda maschile, con un alito fresco come una rosa e un autista in uniforme ad aspettarlo nella Maserati che sostava, mirabolante, là a due passi.
La capigliatura naturalmente arruffata, gli occhi di bragia, il pelo fulvo abbondante sul faccione e le mani, la pelle crespa, i lunghi canini sporgenti, le unghie ad artiglio appuntite, non gli toglievano nulla, perché nella sua grandiosità trasudava delizie, confortevolezza, agio e il massimo beneplacito sociale.
Non solo, ma il sommo gentilorco, oltre a supervisionare, come conveniva, gli affari del suo castello e delle sue incommensurabili proprietà, possedeva un fine intelletto e una vasta cultura funzionale, che riversava nell’attività enigmistica, scritta e orale.
Il mondo degli adulti lo aveva accolto nel suo abbraccio da tempo immemorabile, e andava in solluchero all’intendere l’enormità delle sue ricchezze, delle sue finezze e dei suoi vanti.
Solo i bambini, persino di quegli adulti, imbattendosi nella figura del gentilorco rimanevano spontaneamente allibiti. Il gentilorco, dal canto suo, fissando gli occhi di bragia su di loro si leccava fugacemente le labbra, con un filo d’acquolina appena visibile.
La zia Luisa non fece mistero di conoscere già il suo tempestivo pretendente, era anzi per lui tutta sorrisi e premure. Ben presto la ziona convolò a seconde nozze, ovviamente comunali, con il suo impareggiabile gentilorco.
Con malinconica rassegnazione, i ragazzi accolsero l’annuncio delle nozze e del trasferimento della ziona nel castello dello zione acquisito.
«Lo meriti ziona, hai tutto il diritto di rifarti una nuova vita!» disse il più aggiornato della compagnia.
Gli altri fecero eco, ognuno col suo frasario. La ziona sorrise con aria perspicace, mostrando d’aver appena ricevuto la più doverosa prova d’affetto.
Ma la zia Luisa non aveva dimenticato i suoi ragazzi. Erano ormai tutti grandicelli, e l’attività del ristorante sarebbe passata a loro, sotto la guida del più grande, che la ziona si apprestava a istruire sui segreti dell’approvvigionamento.
Malcomio, il maggiore dei ragazzi, quando fu il momento entrò in una stanza con la ziona, e là dentro, restando gli altri seduti fuori in trepida attesa, venne edotto sul come, il dove, il chi e il cosa.
Infine, dopo una buona mezz’ora, la porta di quella stanza si schiuse. Venne fuori la ziona, con il suo portamento ormai regale, e dietro Malcomio.
«Ecco il vostro Malcomio, il vostro condottiero!» esclamò la zia Luisa in tono perentorio, rivolta agli altri ragazzi, e diede una tremenda pacca sulla spalla di Malcomio, che rantolò e si piegò sotto il colpo.
«Eccomi…» fiatò Malcomio.
I ragazzi applaudirono, nervosamente.
Sul viso del condottiero, fresco della preparazione ricevuta dalla ziona, si leggevano insieme una nera disperazione e un risoluto, operoso sarcasmo. I ragazzi furono sorpresi ma anche elettrizzati nel cogliere quei segni, essendo tutto già nell’aria da tempo.
Il gentilorco e la zia Luisa tornavano di tanto in tanto, ma sempre più raramente, a trovare i ragazzi e a cenare nel ristorante a loro volentieri ceduto. Malcomio e gli altri non si risparmiavano per accogliere la potente coppia con profusione di fasto e riverenza.
Intanto il gentilorco ascendeva inarrestabile alle più alte posizioni di prestigio sociopolitico, come i ragazzi venivano a sapere ormai solo dai giornali e da televisione e radio.
Infine il gentilorco, poche settimane dopo essere stato acclamato «Uomo dell’anno», divenne il capo del governo di quella nazione di secolare tradizione democratica.
Nel suo discorso di insediamento, davanti a folle in delirio, il nuovo primo ministro dichiarò con voce carica d’emozione e istrionismo: «Nel nostro Paese i più grandi sogni si possono avverare!».
Purtroppo, a dodici ore, dodici minuti e dodici secondi dall’insediamento, le complicazioni per il morso d’una banale zecca lo portarono all’estremo.
Fu così che il più celebrato statista che quel Paese ricordi tirò irreversibilmente le cuoia.
Lasciava a piangerlo, ma per poco, la vedova, Malcomio e compagnia bella, la quasi totalità del mondo della finanza, della cultura, dello spettacolo, del volontariato, delle organizzazioni caritative, della moda, della stampa, dello sport, dei telepredicatori, della diplomazia, della medicina, delle casalinghe, dei consumatori, dell’astrologia, della politica, dell’arte, dell’oreficeria, dei comitati per il controllo della credulità popolare, dell’industria, del circo ecc. ecc.
Soprattutto il Ministro del Turismo risentì della perdita. Quando l’orco era vivo, accorrevano dall’estero folle enormi per godersi lo spettacolo del mostro – secondo le dichiarazioni del Ministro, per ammirare la sua statura culturale e politica.
Ma inaspettatamente, proprio al culmine degli arrivi (e delle entrate per il Turismo), una zecca sciagurata aveva infranto per sempre quella gloriosa fonte di guadagno.

Inedito di Isidoro D’Anna. Tutti i diritti riservati

AUNT’S WAY

In their house, the meat of unknown beasts was often dished up at meal times; however, since no actual muzzle was visible, the boys felt quite reassured. But when their aunt at last put that beastly chap out of his misery and served him up in September, the fact was clearly mentioned and all drew a deep sigh of relief.
In any case, a lady like Aunt Lisette could never have tolerated that ugly mug any longer. Yet how much did she have to sweat to complete the food chain and place him on their table? She, poor chubby Auntie, suffering with high blood pressure.
Since her husband had taken to his heels, poor Aunt Lisette was no longer the same. With her heart aggrieved by neglect, her physique tried by duty and her soul troubled by disturbing rumours, she had nevertheless kept ambling on.
For her boys’ sake, the restaurant that she managed had to fare well, and after work they all gathered in the kitchen with a satisfied smile to gulp down the best of their cuisine. Nobody would dream of asking dear, industrious Auntie where and how she found the necessary provisions. After all, this was easy to work out.
The chubby Auntie would set out at first light in a van packed with weapons and traps, and would return late in the evening with a conspicuous load of game, already gutted, chopped and nicely laid out. What with that meat and those bones, one could not guess who was who, or what was what. As for vegetables and fruit, Aunt Lisette would pick them, so to speak, around the fields of farmers who were not there in time to ask for repayment.
When the news came that her fugitive husband had croaked his last, the fifty-year-old Aunt Lisette was still, indeed especially then, a woman of charming carriage. The morning after, a wealthy and most distinguished personage presented himself at the restaurant entrance, and enquired, in a courtly manner, about fascinating Aunt Lisette.
He was an ogre. Yes, but such an ogre! A gentleogre! Sturdy and about seven foot tall, dressed in high fashion from head to toe, with breath as fresh as a daisy and an amazing Maserati parked nearby, with a uniformed chauffeur waiting for him.
His naturally ruffled hair and red fiery eyes, the plentiful tawny hair on his face and hands, his rugged skin, the long fangs that reached down his chin and his claw-like pointed nails, did not diminish his standing in the least – because in his greatness he was just oozing with delight, comfort, pleasure and the highest social approval.
And there was more. The excellent gentleogre, besides supervising, as befitted his status, the business of his castle and immeasurable properties, possessed a fine intellect and a vast drawing-room culture. These two gifts he employed in riddles for high stakes or just for showing off.
The world of adults had welcomed him in its bosom from time immemorial, and went into raptures at the very thought of his riches, refinement and hairy luxuriance. Only their children, those adults’ little sons and daughters, on approaching the figure of the gentleogre could not hide their dismay. The gentleogre, in his turn, would fix those red eyes, glowing on them and fleetingly lick his lips, with an eloquent trace of dribble.
Aunt Lisette made no secret of already knowing her timely admirer; on the contrary, she was all smiles and thoughtfulness to him. Very soon Auntie celebrated her second nuptials, obviously before a civil servant, with her incomparable gentleogre. The boys stood melancholically resigned at the announcement of the forthcoming nuptials. After this, their chubby Auntie would transfer to the castle of their massive uncle-in-law.
“Well done, Auntie! You have the right to make a new life for yourself!” remarked the one among them who best kept pace with society. The others echoed him, each embroidering the same concept in his own variant. Auntie smiled with a perspicacious air, meaning she acknowledged their inspired words as the only suitable tribute of affection.
Though Aunt Lisette had not forgotten her boys. They were all rather grown up, so the restaurant business could be handed over to them, under the guidance of the eldest, whom Auntie was going to instruct as to the secrets of provisioning.
When the fateful moment came, Malaisius, the eldest, went in a room following Auntie, and in there he was acquainted with how, where, who and what, while the others remained sitting outside anxiously. Finally, after a good half an hour, the door opened. The first to appear was Auntie, with her (by now) royal carriage, and behind her, slowly, Malaisius.
“Here’s your Malaisius, your appointed leader!” called out Aunt Lisette in a peremptory tone, addressing the other boys. And so saying, she slapped Malaisius on the shoulder with terrible violence, which made him bend under the blow.
“Here I am—” gasped Malaisius. The boys applauded, nervously.
On the face of the leader, fresh from his inauguration, one could read both black despair and resolute, ready sarcasm. The boys were rather electrified than surprised on perceiving those signs, since everything had been in the air for some time.
The gentleogre and Aunt Lisette returned every now and then, but less and less often, to visit their boys and have dinner in the restaurant graciously donated. Malaisius and the others would not spare themselves to welcome the powerful couple with a profusion of pomp and circumstance.
Meanwhile, the gentleogre was making his irresistible ascent to the highest positions in social and political life, as the boys learned, though only from newspapers, television and radio.
No wonder that the gentleogre, a few weeks after being proclaimed “Person of the Year”, became the head of government in that nation of ancient and glorious democratic tradition. In his speech of installation, before jubilant crowds, the new prime minister declared, in a voice ringing with emotion and histrionics: “Today, in our beloved country one more dream has come true!”
Regrettably, twelve hours, twelve minutes and twelve seconds after his assumption of supreme power, the complications of the bite delivered by a banal tick brought him to his last stage. Thus it came to pass that the most celebrated statesman in that country’s history irreversibly kicked the bucket.
The gentleogre left behind his widow, Malaisius and company, and was mourned for a short while by almost the whole world of finance, culture, show business, volunteer social workers, charitable organizations, fashion, the press, sport, diplomacy, medicine, housewives, consumers, astrology, politics, art and jewellers, not to mention committees for the defence of people’s credulity, industry, private investigators, circuses, etc.
The loss was deeply felt by the Minister of Tourism, who was still mourning it years later. While the ogre was alive, huge crowds had come from abroad to eye the monster each month – only out of cultural or political admiration, of course, as the minister was careful to say.
Then, when visitors (and taxes) were at their height, that dratted tick had forever shattered the minister’s biggest piggy-bank.

Taken from A Book of Curious Tales, CreateSpace