Non sono pochi ventisei anni per una vita terrena, se arriva alla sua pienezza.
La Beata Elisabetta della Trinità, suora carmelitana, era così giovane quando fu il momento per lei di entrare nell’eternità.
Ormai, condivideva tutto con il suo Signore.
Era la casa in cui Dio abitava, come dice il significato del nome Elisabetta. Non solo, ma Gesù l’aveva unita a sé come sua sposa, affidandole ultimamente la croce di una grave malattia, in vista di un premio eterno più grande.

Francese, figlia del capitano Joseph Catez e di Marie Rolland, Elisabetta venne alla luce il 18 luglio 1880 in una baracca di un campo militare.
Poco dopo il parto si temeva per la vita della madre, mentre sembrava già perduta la figlia, il cui cuore non batteva più.
Ma nel frattempo era stata celebrata dal cappellano militare, su richiesta del padre Joseph, una Santa Messa per implorare l’aiuto di Dio.
Madre e figlia si salvarono. Sarebbe poi nata una sorellina, Marguerite, detta Guite.

INFANZIA E GIOVINEZZA

Elisabetta cresceva piena di vitalità. Aveva una grande forza di volontà, che però spesso tentava di usare per imporsi, tra uno scoppio d’ira e l’altro.
Era ancora una bambina di sette anni quando le morì il padre amatissimo. Sempre a quell’età, fece la sua prima confessione.
Si avvicinava intanto il giorno della prima Comunione, e un provvidenziale avviso della mamma cambiò radicalmente l’animo di Elisabetta.
Sua madre, Marie Rolland, le aveva detto che non poteva avvicinarsi all’Eucaristia, al Signore Gesù come suo nutrimento, se non rinunciava alle solite intemperanze.
E così a undici anni Elisabetta, per amore di Gesù, si trasformò da bambina turbolenta in un’anima già quasi mistica.
Dopo la prima Comunione, ricordava la sorella Marguerite,

«La si sentiva presa da Dio: un’impressione di santità. Si dimenticava. Non pensava che agli altri. Solo a vederla pregare si capiva che tutto scompariva per lei.»

(Da Summarium, in Positio super virtutibus, Roma 1978, in Padre Antonio Maria Sicari, Elisabetta della Trinità, Jaca Book, p. 34)

Nel pomeriggio dello stesso giorno, Elisabetta fu portata in visita al locale monastero carmelitano. Ricevendola amabilmente nel parlatorio, la Madre Priora le disse qualcosa che avrebbe pure lasciato il segno.
Le spiegò il significato del nome che portava: Elisabetta vuol dire “Casa di Dio”.
Pochi giorni dopo, le arrivò dalla stessa Priora un’immagine con una delicata poesiola in rima. Si riferiva al cuore della piccola Elisabetta come «casa di Dio, di un Dio d’Amore».
Anni dopo, Elisabetta, ormai suora carmelitana, ricordava:

«La preghiera mi era così cara e amavo talmente il Signore che, già prima di fare la prima Comunione, non arrivavo a comprendere come fosse possibile dare il proprio cuore ad altri che a Dio: cosicché risolvetti fin da allora di non amare altri che Lui e di non vivere che per Lui.
Stavo per compiere quattordici anni, quando nel ringraziamento alla Comunione, mi sentii ispirata irresistibilmente a scegliere Gesù per mio unico Sposo, e, senza indugio, mi legai a Lui col voto di verginità perpetua. Non ci scambiammo parole… ma ci donammo l’uno all’altra in silenzio, con un amore così forte che la risoluzione di non appartenere che a Lui divenne in me definitiva.
Un altro giorno, dopo la santa Comunione, mi parve di udire in fondo all’anima la parola Carmelo, e da allora non pensai più che a seppellirmi dietro le sue grate».

(Madre Germana di Gesù, Ricordi, Firenze 1959, in Padre Sicari, op. cit., pp. 37-38)

Negli anni che seguirono alla sua prima Comunione, Elisabetta già riusciva a immergersi in un profondo raccoglimento spirituale.
Da un lato sentiva, con straordinaria intensità, Dio presente dentro di lei e intorno a lei. Dall’altro, riusciva così a vivere una vita irreprensibile e gioiosa.
Non svolse studi particolari, ma si dedicò a suonare il pianoforte, con risultati notevoli e anche riconoscimenti in competizioni musicali.
Partecipava non di rado a feste e incontri, ma non era in quelle occasioni che Elisabetta si sentiva realizzata.
Il suo direttore spirituale confermò la sua autentica vocazione di religiosa carmelitana, ma non le fu facile ottenere il consenso della madre. Elisabetta si lasciò trattenere fino al 1901, quando fu maggiorenne.
Intanto, già prima di farsi suora, il suo amore per Dio e il prossimo appare già eroico da come lo manifestava. Nel Diario del 1899 possiamo leggere:

«Tuttavia, poiché Egli è in me, vive in me, gli parlerò nel fondo del cuore, gli porterò nuovi sacrifici che gli dimostreranno quanto lo amo e quanto desidero soffrire, espiare con Lui. O Gesù, mio amore, mia vita, mio Sposo diletto, la tua croce, ti supplico, dammi la tua croce, voglio portarla insieme con te. Tu hai sofferto abbastanza per me, voglio ora consolarti. Mi carico dei peccati del mondo. Non vedere che me, non colpire che me. Io sono la tua vittima, come sono la tua sposa e la confidente del tuo Cuore. Grazie, Gesù, per questa bella parte che mi hai assegnato!».

(Elisabetta della Trinità, Scritti, Ed. OCD, pp. 599-600)

MADRE CARMELITANA

L’entrata nel Carmelo, nel 1901, fu per Elisabetta un momento sublime. Sentiva la presenza di Dio mentre si addentrava nella clausura del monastero, e ne era come rapita.
La Madre Priora e le consorelle notarono da allora il suo raccoglimento, la dimenticanza di sé, la naturalezza nel rivolgersi alle consorelle, l’obbedienza e lo spirito di servizio, il comportamento esemplare e l’assenza della minima colpa fino all’ultimo istante della sua esistenza terrena, che si concluse nel Carmelo.
Il nome stesso del Carmelo è in onore della Santissima Vergine Maria. Su quel monte sacro della Palestina il profeta Elia avvistò una prima piccola nube in arrivo all’orizzonte dopo una terribile siccità (1 Re 18, 42-45).
In quella nube lo sguardo della Chiesa ha sempre riconosciuto un’immagine di Maria. Sul Carmelo sorse l’ordine carmelitano, dedicato in modo speciale alla Madonna.
Nei primi tempi come suora, Elisabetta attraversò circa un anno di agitazione e oscurità. Era una prova mandata da Dio per purificarla e santificarla.
Elisabetta riuscì a mantenersi fedele per l’intero periodo. Non avvertiva più Dio presente, ma la fede e la buona educazione cristiana le dicevano che Dio era con lei.
Nel donarsi a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, Elisabetta sentiva la sua anima farsi cielo sulla terra, perché in lei abitava la Trinità divina. Da una lettera del 1902:

«Mi sembra di aver trovato il cielo sulla terra, perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui ho capito questo, tutto s’è illuminato in me e vorrei sussurrare questo segreto a coloro che amo, perché anch’essi, attraverso ogni cosa, aderiscano sempre a Dio e si realizzi quella preghiera del Cristo: “Padre, che siano consumati in uno”».

(Op. cit., p. 231)

Ecco un’altra sua splendida testimonianza:

«Egli è in me e io in Lui. Non ho che da amarlo e lasciarmi amare, ad ogni istante, in ogni cosa: svegliarmi nell’amore, muovermi nell’amore, addormentarmi nell’amore, con l’anima nella sua anima, il cuore nel suo cuore, gli occhi nei suoi occhi, affinché attraverso il contatto Egli mi purifichi, mi liberi dalla mia miseria. Se sapesse come sono piena di Lui!».

(Lettera dell’agosto 1903, Op. cit., p. 295)

La Beata Elisabetta aveva scoperto la beatitudine di volgersi da «colui che non è», noi stessi, a «Colui che è», Dio nostro Creatore, per trovare la pienezza della vita. E Dio è dentro di noi, se davvero osserviamo i suoi Comandamenti.
In una lettera mostrava come vivere questo grande dono:

«Così, quando le viene voglia di impazientirsi, di dire una parola contro la carità, si riporti verso di Lui, lasci cadere questo moto della natura per fargli piacere. Quanti atti d’abnegazione gli possiamo offrire, conosciuti da Lui solo! Cerchiamo, sorellina, di non perderne neppure uno. Mi sembra che i Santi siano delle anime che ad ogni istante “si dimenticano”, che si perdono talmente in Colui che amano, senza ritorni su se stesse, senza rimpianti delle creature, da poter dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, è Gesù Cristo che vive in me”».

(Op. cit., p. 307)

La Beata Elisabetta ci ha lasciato diversi scritti spirituali, e alcuni li rese noti lei stessa. Ma la sua opera più splendida non la consegnò a nessuno. Fu ritrovata postuma fra le sue carte, senza titolo.
E’ la preghiera detta Elevazione, o Preghiera alla SS. Trinità, composta il 21 novembre 1904.
Leggendola, possiamo sentirci anche noi invitati e accompagnati nel mistero infinito di Dio, nelle intime confidenze del suo Amore:

Mio Dio, Trinità che adoro, aiutatemi a dimenticarmi interamente per stabilirmi in voi, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità; che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile Bene, ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero. Pacificate la mia anima, fatene il vostro Cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del vostro riposo; che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede, tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice.
O mio amato Cristo, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa del vostro Cuore, vorrei coprirvi di gloria, vorrei amarvi… fino a morirne!… Ma sento la mia impotenza e vi chiedo di rivestirmi di voi stesso, di immedesimare la mia anima con tutti i movimenti della vostra Anima, di sommergermi, d’invadermi, di sostituirvi a me, affinché la mia vita non sia che un’irradiazione della vostra vita. Venite nella mia anima come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore. O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarvi, voglio farmi tutta docilità per imparare tutto da voi. Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio fissare sempre voi e restare sotto la vostra grande luce. O mio Astro amato, incantatemi perché non possa più uscire dallo splendore dei vostri raggi.
O Fuoco consumatore, Spirito d’amore, scendete sopra di me, affinché si faccia nella mia anima come un’incarnazione del Verbo ed io sia per lui un’aggiunta d’umanità nella quale Egli rinnovi tutto il suo mistero; e voi, o Padre, chinatevi sulla vostra piccola creatura, copritela della vostra ombra e non guardate in lei che il Diletto nel quale avete riposto tutte le vostre compiacenze.
O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, mi consegno a voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze.

(Op. cit., pp. 699-700)

Nell’ottobre del 1905 la beata Elisabetta cominciò ad ammalarsi, dapprima con dei sintomi di sfinimento. La malattia portò presto altre gravi infermità. Era il morbo di Addison, che allora, a differenza di oggi, non si conosceva né si sapeva curare.
Madre Elisabetta soffriva di violenti dolori addominali, intolleranza al cibo, ipertensione arteriosa con collassi cardiocircolatori, fortissimi mal di testa, disidratazione, insonnia e debolezza.
Le sue condizioni andarono peggiorando, fino alla morte avvenuta circa un anno dopo.
Più che mai, Madre Elisabetta fu vera sposa di Cristo. Affrontò i suoi patimenti con abnegazione, serenità e la chiara coscienza di soffrire a imitazione di Gesù nostro Signore.
La Priora del monastero, Madre Germana di Gesù, poi autrice dei Ricordi, le rimase dolcemente vicino. Cercava di procurarle qualche sollievo, per quanto fosse molto difficile.
Rispettivamente nel luglio e nell’agosto del 1906, la Beata scrisse due Ritiri, cioè due trattati spirituali, chiamando le sue debolissime forze a raccolta. In entrambi è racchiusa la sua altissima spiritualità, e si trovano nel volume degli Scritti che ho già citato.

LASCIA QUESTA VITA

Si rendeva conto del dolore provato dalla mamma nel saperla così malata. Sua madre ci ha lasciato un ricordo del loro ultimo incontro nel parlatorio del Carmelo:

«Tutta la sua vita era concentrata nei suoi occhi. E alla fine di quell’ultimo colloquio, ebbe il coraggio eroico di dirmi: Mamma! Quando la sorella verrà ad avvertirti che ho cessato di soffrire, tu devi cadere in ginocchio e dire: “Mio Dio, voi me l’avete data; mio Dio, io ve la rendo. Sia benedetto il vostro santo nome”».

(Ricordi, Firenze 1959, in Padre Sicari, op. cit., p. 115)

La mamma diede poi compimento all’invito della figliola, quando ebbe la triste notizia della sua fine terrena.
Dopo otto giorni di dolorosissima agonia, verso le ore 6 del 9 novembre 1906 Madre Elisabetta emise dolcemente l’ultimo respiro.
Il processo che avrebbe condotto alla sua beatificazione iniziò nel 1931. In capo a un cinquantennio furono riconosciuti le virtù eroiche della Serva di Dio e un miracolo di guarigione, avvenuto per la sua intercessione dopo la morte.
Il 25 novembre 1984 Papa Giovanni Paolo II la proclamò beata davanti a un’immensa folla di pellegrini, esaltandone la santità e gli insegnamenti spirituali.
Madre Elisabetta della Trinità negli ultimi tempi della sua vita aveva scelto per sé un nuovo titolo, un impegno sopra ogni altro.
Voleva essere per sempre «Lode della Gloria», cioè dell’immensa Gloria del Dio vivente. E per come ha vissuto, merita davvero di essere così ricordata.