di Carlo Codega

Il ’68, con la sua Rivoluzione esplosiva e distruttiva, ha segnato una svolta sociale che può dirsi totale, le cui conseguenze si risentono oggi nei più svariati campi. Uno dei suoi tratti distintivi è il soffocamento della trascendenza dell’uomo verso Dio.

Senza alcun dubbio la nostra società (quella cosiddetta occidentale) porta ancora su di sé le ferite della malattia più letale che abbia scosso l’organismo sociale negli ultimi secoli: il Sessantotto e quella che viene detta “Rivoluzione sessuale” ma che, scorta con uno sguardo più ampio, può essere ben detta “Rivoluzione sociale totale” (come definita dalla comunista ungherese Agnes Heller).

Già Plinio Corrêa de Oliveira, nel famoso libro Rivoluzione e Controrivoluzione, aveva intravisto come nel cammino dello spirito rivoluzionario – iniziato con la rivoluzione religiosa protestante del 1517 e proseguito con quella politica liberale francese del 1789 – nemmeno la III rivoluzione, quella bolscevica russa del 1917, fosse la rivoluzione ultima e definitiva.
Già una quarta rivoluzione premeva alle porte, minacciosa ed esplosiva come non mai, anche se contraddistinta dalla totale mancanza di unità, dall’eterogeneità e varietà dei suoi mezzi, oltre che dalla mancanza di chiarezza nei fini da conseguire.
Dato che la Rivoluzione (con la “r” maiuscola) segue la legge che la porta “dall’eccesso in eccesso”, ogni passo successivo della Rivoluzione tende a coinvolgere in maniera più ampia (cioè cerchie sempre più vaste) e più profonda (cioè l’uomo nella sua umanità in modo più completo) gli uomini nell’eversione contro l’ordine naturale della realtà.
In tal senso, questa IV Rivoluzione rappresenterebbe la fase più matura ed evidente del processo rivoluzionario.
Contraddistinta da un “tribalismo” in cui il collettivo umano sarebbe tenuto insieme (o meglio fuso) da un comune sentimento bestiale irriflesso (un “pensiero selvaggio”), la società della IV Rivoluzione non è altro che un’apparenza di società.
Assomiglia piuttosto a un branco, in cui gli uomini, abbandonato l’uso della ragione e della libera volontà (ciò che li rende veramente uomini), rifiutano il loro essere “persona”, a immagine e somiglianza di Dio, e si sottomettono ad abitudini e volontà comuni dai tratti animaleschi e primitivi (pensiamo alle discoteche…).
Come effetto più drammatico dell’abbandono della sua “umanità” da parte dell’uomo ne risulta la distruzione, sin dalle fondamenta, della trascendenza, della naturale spinta dell’uomo verso Dio.
Il Sessantotto fu soprattutto un movimento, una prassi e una rivoluzione sociale, ma affonda le sue radici nella scuola marxista di Francoforte, come sottolineato anche da uno dei “pentiti” del Sessantotto italiano, Paolo Sorbi: «Il vero dramma di quella generazione è stato l’avere avuto un ragionamento, che viene poi dalla Scuola di Francoforte e da altri filoni del marxismo rivoluzionario, sostanzialmente radical-borghese».
I tratti distintivi del movimento e della Rivoluzione sessantottina si possono infatti riassumere in alcuni punti:
1) La Rivoluzione sessuale, intesa come vera liberazione dell’uomo.
2) Se la liberazione sessuale diventa il fine stesso della Rivoluzione, l’obiettivo più vicino è distruggere ciò che effettivamente reprime gli impulsi sessuali, ovvero l’autorità legittima.
3) Non solo il freno dell’autorità esterna ma anche il morso della legge naturale, la legge interna a ogni uomo, deve essere rimossa per emancipare l’uomo dalla repressione.
4) Se molti movimenti sessantottini hanno utilizzato la povertà delle classi sociali più basse e dei lavoratori come pretesto, l’esito reale del Sessantotto è stato un progresso in quell’imborghesimento dei costumi da loro tanto denunciato.
5) L’esito più drammatico, come dobbiamo ripetere, è stato però l’abbandono totale della spinta verso Dio, specchio dell’attuale società dove la domanda riguardo a Dio e al destino della vita trova ormai tanti (troppi) cuori induriti. I mezzi usati dalla IV Rivoluzione per bloccare la trascendenza dell’uomo verso Dio risultano infatti ben più efficaci di qualsiasi teologia, di qualsiasi dottrina filosofica e di qualsiasi propaganda politica. «Non stanchiamoci dunque mai di corrompere… fate dei cuori viziosi e voi non avrete più cattolici.» Così già nel 1838 scriveva un membro dell’Alta Vendita della Carboneria a un “fratello”, svelando il lento programma di eliminazione della moralità che le forze più o meno occulte avrebbero messo in atto nel secolo seguente.
Rimane dunque la domanda: Che fare? Cosa dobbiamo fare noi cattolici, noi membri del Corpo Mistico di Cristo, davanti alla totale scristianizzazione della società?
L’unica vera soluzione è l’atteggiamento dei Santi: cercare Dio, alzare gli occhi verso nostro Signore, sforzarci di piacere a Lui solo e, attraverso questo intimo amore divino, catturare con l’amore avvolgente di Cristo molti uomini.
Infine, dobbiamo far sì che questi uomini, bagnati dal sangue di Cristo e tutti trasfigurati dalla sua divina presenza, sappiano ricostruire una società veramente cristiana e fondata sull’amore vero.
La Chiesa Cattolica infatti si è sempre prefissata due fini.
Il suo fine principale è la salvezza delle anime (salux animarum suprema lex, “la salvezza delle anime come legge suprema”).
Ma, in quanto fine secondario subordinato e finalizzato al primo, anche quello di evangelizzare la società.
E’ l’impegno a costruire una società migliore secondo i valori evangelici, il che crea in effetti condizioni ben migliori perché ciascuno salvi la propria anima.

Da «Il Settimanale di Padre Pio», n. 46 del 22 novembre 2015