di Pierfrancesco Nardini

Uno dei più sentiti cambiamenti degli ultimi decenni è di certo la partecipazione attiva dei fedeli alla liturgia. O meglio, quel che oggi si insegna che sia. “Ora si canta, si legge e, soprattutto, finalmente si capisce”, mi dicono.

La percezione di una maggiore e più attiva partecipazione dei fedeli alla Messa è, però, solo l’effetto di una distorsione di questo concetto, che si fa intendere con un significato diverso da quello di sempre. La partecipazione attiva, infatti, non è mai mancata nella Messa e non è una novità del Novus Ordo (N.O.) [il Nuovo Ordine, ossia la liturgia riformata]. E, soprattutto, non è mai mancata perché intesa nella maniera corretta.

Si deve capire bene cos’è la cosiddetta actuosa participatio e, soprattutto, cosa debba intendersi con quell’aggettivo, actuosa. Esplicandone bene il significato si capirà l’impossibilità di asserire che il N.O. finalmente ha reso partecipi i fedeli, a differenza del Vetus Ordo (V.O.) [l’Antico Ordine, ossia la liturgia di sempre].

Ai nostri giorni viene intesa come qualcosa che riguarda il semplice aspetto esteriore, il “fare” dei fedeli, per cui il giudizio si basa inevitabilmente su un criterio puramente quantitativo: più i fedeli fanno all’interno della liturgia, più la loro partecipazione è attiva. Davvero, però, possiamo pensare che si limiti a due parole dette, ad una lettura, ad un amen in più, ad una epiclesi o ad una colletta recitata tutti insieme? Non sarebbe un po’ riduttivo? Se questo è il metro di giudizio, a maggior ragione, non si può dire che nel V.O. manchi la partecipazione con tutte le volte che i fedeli rispondono, tra le altre, «et cum spirito tuo» e «amen».

E ancora, siamo sicuri che l’essere attivi sia solamente fare materialmente qualcosa? Si deve veramente valutare la partecipazione del fedele solo sulla scorta di “quanto” compie? O, forse, il concetto del termine actuosa indica anche altro? Pensare al solo “fare” non è un assolutizzarlo?

Quando si dice che la Messa N.O. è più partecipata di quella V.O. si confonde il semplice “fare” con il più generale e complesso concetto della partecipazione del fedele alla liturgia.

Lo ha evidenziato anche il Card. Ratzinger, futuro Benedetto XVI, il quale lamentava che «purtroppo questa espressione [“partecipazione”, ndr] è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più spesso possibile» (Introduzione allo spirito della liturgia).

Ci sono molti elementi a nostra disposizione per valutare una partecipazione puramente fattuale. Ogni cosa si giudica dai propri frutti, ci ha insegnato Gesù, e quelli che vediamo non sono incoraggianti. Si vedono molti problemi portati da questa concezione della partecipazione attiva. Uno, ad esempio, è dato dagli inesistenti vantati miglioramenti dovuti a questa (malintesa) partecipazione. Da decenni, oramai, nonostante ci si dica che il fedele è più partecipe, ci troviamo a dover affrontare la perdita o l’annacquamento della fede, la diminuzione della fede nella Presenza Reale, il crollo delle vocazioni, la diminuzione delle presenze alla Messa domenicale, ecc…

Altro problema è il protagonismo a cui si induce il fedele, che distoglie l’attenzione dal vero Protagonista. C’è poi il rischio di far passare l’idea che, se nella Messa non c’è ogni volta qualcosa di nuovo o di coinvolgente, allora non si può dire che ci sia una partecipazione del fedele.

Recentemente il Card. Robert Sarah ha chiarito che «la participatio actuosa non può avere come parametro di successo l’intrattenimento ben riuscito dei fedeli» (La liturgia salverà il mondo, in «Radici Cristiane» n.110). E lo stesso aveva fatto il Card. Ratzinger: «È sorta qui spesso l’impressione […] che la liturgia debba essere fatta dalla comunità, perché sia opera veramente sua; e ciò ha portato, per dirla in parole povere, alla conseguenza che si cominciò a misurarne il successo dal suo valore di intrattenimento. Essa dovrebbe avere una forma molto avvincente per strappare dal ghetto anche i profani e portarli nella comunità» (La festa della fede. Saggi di teologia liturgica).

La Messa non è il cinema o il teatro, non ci si va per divertirsi, ma per il Sacrificio che ogni volta si ripete incruentemente e per la Presenza Reale di Cristo. Se poi questi non attraggono, non son problemi della Messa, ma di chi evidentemente ha perso (o non ha mai avuto) la fede. Non è peregrino ricordarlo, dato che spesso mi è capitato di sentire “mi annoio” o “non mi attrae”.

Anche la tanto sbandierata e ricercata comprensione di quel che si dice a Messa non ha nulla a che fare con la partecipazione attiva. È chiaro, infatti, che posso capire ogni singola parola della liturgia e comunque non essere attivo nella partecipazione: basta guardarsi attorno la Domenica in una liturgia N.O. e notare chi sta col telefono in mano, chi parla con il vicino, chi è comunque distratto. Tra l’altro molto spesso, pur comprendendo ogni virgola, non si sa cosa sia la Messa, cosa accade durante la liturgia.

La partecipazione attiva, dunque, non è protagonismo dei fedeli, che, per usare un eufemismo, porta a stranezze e brutture (si trovano molti esempi in una semplice ricerca su internet). Non è anche iperattivismo (emblematiche le passeggiate lungo le navate per stringere la mano a più persone possibile allo scambio della pace, invece di raccogliersi per l’Agnus Dei…). L’identificazione della actuosa participatio con il “fare”, dunque, sembra essere qualcosa che, non solo non aumenta la presenza attiva del fedele, ma, ancor più grave, svia l’attenzione dalla vera azione della Messa.

Pio XII aveva subodorato questo rischio; infatti spiegava che «v’è pericolo di provocare una diminuzione della riverenza, se vien distolta l’attenzione dall’azione principale, per rivolgerla alla magnificenza di altre cerimonie» (Vous Nous avez demandé, Discorso ai partecipanti al I Congresso internazionale di Liturgia Pastorale, 22 settembre 1956).

L’Actio a cui si prende parte nell’andare a Messa è il canone eucaristico, è qualcosa di misterioso, di divino che il Signore ci ha lasciato, che Cristo fa in modo che si ripeta, anche se in modo incruento, ad ogni Consacrazione. È, in sostanza, un’azione il cui Protagonista è Cristo stesso. «In essa accade, infatti, che l’actio umana […] passa in secondo piano e lascia spazio all’actio divina, all’agire di Dio». Ratzinger ricorda, insomma, quel che ogni cattolico dovrebbe sapere: «la vera “azione” della liturgia, a cui noi tutti dobbiamo avere parte, è azione di Dio stesso […] è Dio stesso ad agire e a compiere l’essenziale» (Introduzione allo spirito della liturgia). Quindi l’essere attivo del fedele durante la Messa dev’essere qualcosa di diverso da un fare che lo mette al centro, perché il vero Protagonista dell’Actio liturgica è N.S. Gesù Cristo.

Non si vuol assolutamente dire che il fedele non ha un ruolo, ma che ne ha uno diverso dal sacerdote e diverso nel modo di esplicarsi, non basato solo sul lato esteriore: ha il compito di prepararsi attentamente all’unione con il sacrificio di Cristo che si ripeterà incruento sull’altare. E questo è decisivo ai fini del modo di intendere l’actuosa participatio: l’azione esterna del fedele non è un valore assoluto, un valore a sé, ma è importante solo in funzione dell’azione principale, solo se permette di unirsi al Santo Sacrificio. Il Card. Sarah porta l’attenzione a quel che realmente è la partecipazione dei fedeli: «è quella che porta all’interiorità, alla relazione intima con Dio» (articolo citato). L’actuosa participatio è da individuare, principalmente, nel vivere la liturgia con la consapevolezza di quel che succede durante la Messa e con la giusta disposizione d’animo. È l’intima unione all’azione principale, al Sacrificio di Cristo; è l’azione spirituale.

Se, come abbiamo evidenziato, il fedele non è l’“attore” principale della liturgia (così come non lo è il sacerdote), se nella Messa è realmente presente N.S. Gesù Cristo, se nella Consacrazione si ripete in modo incruento il Suo Sacrificio, la partecipazione a tutto questo non può che essere qualcosa di spirituale, di interiore, in cui il dato esteriore è solo mezzo per facilitarla e non esso stesso partecipazione. Una delle caratteristiche maggiormente dimenticata di questa actuosa participatio è quella della consapevolezza, intesa come conoscenza di quel che è la Messa, di quel che accade durante la Messa.

In conclusione, si può affermare che, se la partecipazione attiva non fosse da intendere come qualcosa di diverso dal semplice “fare”, si porterebbe a credere che il lato spirituale è meno “actuoso” di quello fattivo. E davvero si può affermare che nel V.O. ci sia pochissima actuosa participatio, solo perché al suo interno è minore l’aspetto esteriore del “fare” per i fedeli? Davvero, per tornare all’esempio di sopra, è meno “actuoso” l’atteggiamento di chi allo scambio della pace si concentra sull’importantissimo “Agnus Dei” rispetto a chi invece si prodiga in mille strette di mano e altro? La partecipazione non è meno attiva se avviene con le facoltà dell’anima, se “fatta” di raccoglimento, se forgiata sulla consapevolezza di quello a cui si partecipa.

Le differenze tra i due modi di intendere la partecipazione attiva del fedele alla liturgia, salvo meritorie eccezioni, è quasi pari alla differenza tra V.O. e N.O., con il primo molto più “spirituale” del secondo, che invece «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa» (Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ», Card. Ottaviani e Bacci). Non si vuol dire che in tutte le celebrazioni N.O. manchi la spiritualità, ci sono molte Messe ben celebrate. Il fatto però che oramai siano la maggioranza quelle con protagonismo e/o iperattivismo dei fedeli è oggettivo.

La sensazione di una diretta conseguenza tra il cambiamento del rito e quello del concetto di partecipazione, infatti, nasce spontanea in chi pone attenzione alle differenze (il N.O. insiste in modo pressante sulla partecipazione esteriore del fedele). E, soprattutto, in chi conosce il V.O.. Molti che si riempiono la bocca di “partecipazione”, “miglioramenti” e “finalmente”, infatti, non sono mai stati ad una Messa in rito antico e non sanno nemmeno lontanamente di cosa si tratti.

L’effetto più grave di questa metamorfosi della partecipazione dei fedeli è che della Messa è andato «perduto il fascino interiore che le è caratteristico» e il motivo è che questo fascino «non deriva infatti da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade qualche cosa che noi tutti assieme non possiamo proprio fare» (Ratzinger, La festa della fede).

Trasformata l’actuosa participatio in qualcosa di puramente esteriore, in un “più si fa, più si partecipa”, si porta il fedele a sentirsi e a diventare protagonista di un’azione che si schiaccia sul fattore umano e perde attenzione e interesse per quel che la rende affascinante, la Presenza di Cristo. «Una volta che l’azione liturgica […] è vista come un’attività principalmente umana, la verità oggettiva della Dottrina e la cooperazione con la grazia attraverso l’obbedienza alla disciplina, diventano sempre meno rispettate in favore di un relativismo a misura d’uomo» (Card. R.L. Burke, I veri tesori della Chiesa, in «Radici Cristiane» n. 111). E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, o meglio, di tutti quelli che vogliono vedere.

Allora, dato che «non si vede in che cosa l’uso di esso [il V.O., ndr], con l’opportuna catechesi, potesse impedire una più piena partecipazione e una maggiore conoscenza della sacra liturgia» (Breve esame critico), non sarebbe il caso di tornare a concentrare le forze sulla “Messa di sempre”?

Fonte:
http://www.civiltacristiana.com/la-partecipazione-attiva-non-e-protagonismo-dei-fedeli/