Una storia bellissima iniziò con il fidanzamento tra Settimio Manelli e Licia Maria Gualandris, sposi e genitori tanto esemplari che si è aperto per entrambi il processo di beatificazione.
Tra i loro figli c’è Padre Stefano Maria, fondatore dei Frati e delle Suore Francescani dell’Immacolata insieme a Padre Gabriele Maria Pellettieri.

Settimio nacque a Teramo il 25 aprile 1886, giorno in cui quell’anno ricorreva la Santa Pasqua. Era il terzo di sei figli.
Purtroppo, in famiglia non gli fu data un’educazione cristiana. Eppure, ancora adolescente, mentre lungo una spiaggia contemplava l’aurora come amava fare, si mostrò al suo sguardo la Madonna. In età matura avrebbe poi parlato di quella visione, a lui tanto cara, come della “Madonna del Mare”.

Influenzato dall’ambiente familiare e sociale, arrivò nel pieno della giovinezza che era ormai sedotto dalla mondanità.
Aveva un’ottima predisposizione per gli studi e si laureò prima in lettere e poi in giurisprudenza. Possedeva una cultura profonda, un’eloquenza affascinante e la maestria nello scrivere versi, tra i quali alcune apprezzatissime odi. Gli fu facile guadagnarsi la stima dell’ambiente artistico e intellettuale della sua città.
Ma le vanità della vita e le cattive relazioni gli davano un’inquietudine che andava crescendo, soprattutto verso i suoi trent’anni. Alla fine, si decise a cercare un Santo di cui aveva sentito parlare, Padre Pio da Pietrelcina.
Padre Pio lo prese sotto la sua guida spirituale, aiutandolo a diventare un cristiano molto coraggioso.
Licia Maria Gualandris vide la luce a Nembro, in provincia di Bergamo, il 13 luglio 1907.
Era la sesta di nove figli, di cui i primi cinque morti pochi giorni dopo la nascita.
I suoi genitori erano credenti e praticanti, in particolare la mamma che desiderava per lei un’educazione cristiana. In più potevano contare su un sacerdote del luogo, molto devoto alla Madonna.
Dopo la terza media, Licia Maria non ne volle sapere di continuare gli studi. Tuttavia diventò, nel lavoro, un’impiegata modello.
I due sposi ebbero già da fidanzati la benedizione di Padre Pio. Entrambi volevano sposare la persona scelta da Dio per loro.
Leggiamo una testimonianza di Mamma Licia, riportata nel libretto Questa è la mia famiglia (Casa Mariana Editrice), dove sono raccolti i ricordi suoi e di Papà Settimio. Il libricino fu fatto stampare dai figli, come omaggio per le nozze d’oro dei loro amatissimi genitori.

Mi ricordo molto bene che, in viaggio di nozze nel 1926, da Bergamo mio marito mi condusse per la prima volta a conoscere e visitare padre Pio. Egli ci accolse come soltanto lui sapeva accogliere gli sposi, e proprio in quel primo incontro egli ci benedì e salutò dicendoci: “Crescete e moltiplicatevi”. Poteva dire parole più profetiche? A mio marito più tardi dirà a proposito del numero dei figli: “Supererete i venti…”.
In confessione, il giorno dopo, in quella mia prima confessione dal Padre, io gli raccomandai espressamente di voler assistere e proteggere la nascente famiglia. Padre Pio con dolcezza e fermezza mi rispose: “E come se la proteggerò! Questa è la mia famiglia; me lo sono assunto come un dovere.”

Settimio e Licia affrontarono molte difficoltà. Padre Pio intanto vegliava su di loro e fece persino miracoli per salvaguardarli insieme ai figli.
Si rendevano necessari dei grossi sacrifici per sostenere la famiglia. Inoltre Settimio si ritrovò contro, negli anni, prima i fascisti e poi i massoni. Nessuno però riuscì a piegare il suo coraggio.
Per un periodo abitarono anche a Lucera, in Puglia. Non a caso, perché da quelle parti c’era Padre Pio, a San Giovanni Rotondo.
Nel 1947 si trasferirono a Roma, dove sarebbero rimasti fino alla morte.
Ebbero ventuno figli, ma solo tredici riuscirono a sopravvivere alle morti premature. Papà Settimio comunque li battezzò o fece battezzare tutti, anche appena nati.
Erano quindi genitori che accoglievano i figli mandati da Dio, e facevano di tutto per portarli in Paradiso.
La Mamma specialmente portò il peso della vita familiare. Toccava a lei affrontare le gravidanze e allevare i figli, accudirli con le pesanti faccende domestiche, confezionare i vestiti troppo cari per comprarli, consolare i loro pianti infantili anche notturni, insegnare ai figli le basi del catechismo, intrattenerli con giochi, fiabe, letture spirituali, preghiere, canzoncine e quant’altro, per la gioia e la buona crescita dei piccoli.
In casa entrava il solo stipendio di Papà Settimio, arrotondato con lezioni private, e la numerosa famiglia Manelli non si poteva permettere una collaboratrice domestica.
Gli sforzi richiesti dai lavori domestici erano a volte stupefacenti. Ecco però come Mamma Licia riuscì a trovare la forza:

A me è capitato che nella mia vita di madre, via via che si moltiplicavano le mie maternità e i figli mi venivano alla luce come splendidi doni di Dio, perché creature destinate al Paradiso, si moltiplicavano anche i travagli per il loro sostentamento, la loro crescita e la loro educazione. Senza soste, senza respiro, giorno dopo giorno mi ritrovavo tra i mille affanni della famiglia. C’era qualche momento buio di sconforto, ma quasi sempre non c’era neppure il tempo di pensarci su. Dovevo muovermi, affaccendarmi, sbrigare.
Una volta, in uno di quei momenti di buio, mi capitò di trovarmi a San Giovanni Rotondo e di potermi confessare dal Padre. Ne approfittai per presentargli la mia depressione a causa dell’assillo quotidiano nella cura della numerosa famiglia (avevo già otto figli allora). Il Padre mi ascoltò, e poi, con tono forte e insieme affabile mi disse: “Ma tu che cosa vuoi? … Non lo sai che madre è sinonimo di martire?” Era un rimprovero e un conforto nello stesso tempo. Mi richiamava illuminandomi e consolandomi. Il buio che avevo dentro si dissolse alla luce della missione eroica di madre; lo sconforto si trasformò in conforto nell’intravedere l’aureola del martirio sul mio compimento dei doveri materni.
Non c’è bisogno di dire che il Signore e la Madonna mi hanno sempre sostenuto in questo martirio quotidiano, tanto più quando i figli diventarono tredici. Questo aiuto mi divenne così naturale che non ci facevo più caso, e anzi finii col credere che ce la facevo in tutto da me. Una volta il Padre mi richiamò anche su questo: “Figlia mia, non credere alle tue forze, perché è tutto l’aiuto di Dio che ti sostiene, altrimenti non ce la faresti per nulla a portare avanti la famiglia con i tuoi dieci figli.”

La famiglia rimaneva fedele e unita con la Santa Messa, la Comunione e il Rosario pregato insieme ogni giorno.
Settimio e Licia si fecero terziari francescani ed ebbero anche il dono di una vocazione al sacerdozio tra i loro figli. Si tratta del quintogenito, Stefano Maria, che nacque il 1° maggio del 1933. Alla sua nascita, avvenuta in casa come per quasi tutti i figli, si raccolse prodigiosamente un nugolo di uccellini a cinguettare sul davanzale della stanza del parto!
Un giorno Padre Stefano, diventato francescano conventuale, avrebbe dato inizio con il confratello Padre Gabriele Maria Pellettieri ai Frati e alle Suore Francescani dell’Immacolata.
Gli altri figli e figlie hanno invece seguito la vocazione al matrimonio, si sono laureati per la maggior parte e hanno trovato tutti una buona sistemazione lavorativa.
Papà Settimio lasciò questa vita il 26 aprile 1978. Da tempo soffriva a causa di un investimento subito nell’attraversare la strada.
Accudito dai figli, fece una morte santa; il suo ultimo sguardo cosciente, prima di entrare in coma, fu per un’immagine della “Madonna del Mare”. Era un quadro a lui particolarmente caro, che la figlia Pia aveva messo con premura affettuosa in fondo al letto del Papà morente.
Mamma Licia, rimasta vedova del suo amatissimo sposo, trovò la forza di andare avanti nella grazia e nella santa volontà di Dio. Finché conservò la salute si prese cura dei nipoti e pronipoti, dandosi anche da fare come poteva per le necessità dei poveri. Ed era assidua alle iniziative dei Frati e delle Suore Francescani dell’Immacolata.
Venne nominata, per i suoi meriti e la sua dedizione, Madrina della Missione dell’Immacolata Mediatrice (abbreviato, M.I.M.), che è l’associazione di questa famiglia religiosa aperta ai laici. La M.I.M. si trova ora sciolta a causa della persecuzione in corso.
Tutti erano conquistati dalla generosità d’animo di Mamma Licia e dalla sua prontezza nel confortare, consigliare e accogliere.
Sul finire della sua vita terrena patì grandi sofferenze e menomazioni fisiche, dovute a un ictus. Rimase semiparalizzata, ma senza perdere la lucidità mentale. Con fede e amore eroici affrontò ogni prova, circondata dall’affetto di figli, nipoti e pronipoti, ma anche di persone amiche e vicine.
Il trapasso di Mamma Licia avvenne il 17 gennaio 2004. Nell’agonia di quella notte rievocò dolcemente un canto della sua prima giovinezza, legato al santuario della Madonna dello Zuccarello, nel suo paese natale.
Rivolse, infine, un ultimo sguardo d’amore alla figlia Maria Teresa che le diceva, impressionata nel vederla tanto soffrire: «Mamma, mamma, perché vuoi andare in Paradiso?».
Settimio Manelli e Licia Gualandris Manelli sono stati proclamati Servi di Dio dall’autorità della Chiesa. È in corso per tutti e due la causa di beatificazione, avviata rispettivamente nel 2008 e nel 2009.