E’ la vita di Luigi Calabresi che ci parla, molto più della sua uccisione.
La morte violenta di questo grande cristiano, proclamato dalla Chiesa martire della giustizia, manifesta l’odio disumano in risposta al suo amore, alla sua fedeltà, al suo servizio.
Ma la storia di Luigi, Gigi per gli amici, nato a Roma il 14 novembre 1937, vale proprio per il bene che quest’uomo ha saputo compiere.
Sì, il nostro amico, figura splendida anche nella sua veste di Commissario di Polizia, rimase vicino a Dio fin dalla sua infanzia.
La salda fede cattolica gli veniva dai genitori e da buoni sacerdoti. Un bravissimo autore di molte biografie, Paolo Risso, ci racconta di Luigi descrivendolo «adolescente limpido, leale e diritto, che non tollerava volgarità, pieno di dignità e di gioia».

(Cfr. http://www.santiebeati.it/dettaglio/-94632).
Studiò con profitto al Liceo Classico San Leone Magno e intanto frequentava una valida associazione cattolica locale, dove trovò dei sacerdoti capaci di guidarlo nella fede cristiana.
Poi scelse di iscriversi a Giurisprudenza, pensando che avrebbe così trovato una professione da mettere al servizio della società.
Quello che già aveva nell’animo ce lo dice la promessa di consacrazione che fece entrando nel movimento gesuita Oasi:

O Gesù, Re divino Salvatore del mondo, io ti rendo grazie per avermi scelto e chiamato a offrire a Te, per le mani di Maria Immacolata, tutta la mia giovinezza. Assumo l’impegno di conservare in essa immacolato il mio candore e di questo faccio voto oggi. Voglio meditare, visitarti e nutrirmi di Te ogni giorno. Voglio onorare Maria, tua e mia Madre con il Rosario quotidiano. Metto a servizio della Chiesa il mio tempo e le mie energie. Accetta in odore soavità questo mio olocausto e dammi la grazia di saper affrontare anche la morte per rimanere fedele a Te, o Re divino, Gesù Salvatore del mondo.

Luigi Calabresi si laurea brillantemente con una tesi sulla lotta alla mafia, ci riferisce ancora Paolo Risso.
Dopo una seria ricerca spirituale comprende che la sua vocazione è il matrimonio e quindi la vita di laico, impegnato per la sua famiglia e nel servizio del suo lavoro.
Prende la decisione di entrare in Polizia, e vinto il concorso per vice Commissario viene destinato a Milano. E’ il 1966.
A una tavola rotonda organizzata dal settimanale «Epoca», Luigi spiega così la sua scelta:

Ancora qualche settimana e sarò Commissario di Pubblica Sicurezza. Lo dico perché sappiate in quale mondo sto per entrare con queste mie idee. Ma è una strada che ho scelto per vocazione. Perché mi piace, perché sono convinto, perché costituisce una prova difficile. Avrei molti altri modi di guadagnarmi uno stipendio, ma sono affascinato dall’esperienza che può fare in polizia uno come me, che vuole vivere una vita profondamente, integralmente cristiana.

Viste la sua rettitudine e le sue grandi capacità, gli vengono affidate ben presto importanti indagini sulle attività eversive della sinistra extraparlamentare.
Nel 1968 diventa Commissario capo e acquista notorietà per la sua fermezza nel portare avanti, con rispetto per ogni persona, le esigenze dell’ordine sociale.
Si fidanza con Gemma Capra e la sposa nel 1969. Un anno dopo nasce il loro primo figlio, Mario, e poi viene Paolo.
Ma succede un fatto gravissimo che segna il corso degli eventi.
Un anarchico, Giuseppe Pinelli, viene trattenuto in Questura in modo illegale e muore cadendo dalla finestra dell’ufficio del Commissario.
Verrà dimostrato che Luigi Calabresi non era neppure in quella stanza. Anzi, sappiamo che già qualche anno prima aveva trattato Pinelli con carità fraterna, e si erano persino scambiati dei regali.
Ma il Commissario Calabresi era ormai ferocemente odiato dai terroristi e dagli intellettuali di sinistra, che in un delirio perverso scatenarono una campagna di odio nei suoi confronti. Lo accusarono pubblicamente di aver ucciso lui il povero Pinelli.
Le persone che negano Dio e odiano il prossimo sono capaci di pensare che in un cristiano irreprensibile ci sia il loro stesso odio omicida.
Comparivano ormai quotidianamente scritte sui muri con minacce di morte a Luigi Calabresi. Lo calunniarono in tutti i modi possibili e persino con uno spettacolo teatrale, ad opera di Dario Fo.
Venne scritta una lettera aperta al settimanale «L’Espresso», indicando il Commissario come responsabile per la fine di Pinelli. Alla fine si raccolsero le firme di 757 personaggi, dei quali alcuni occupano ancora oggi posizioni di prestigio.
Al Commissario Calabresi fu raccomandato di trasferirsi per evitare di essere ucciso e lasciare così la moglie con i due figli già nati e un terzo in arrivo.
Ma Luigi Calabresi disse che preferiva restare, perché sarebbe stato un disonore per i suoi figli se il loro padre fosse fuggito.
Rifiutò la scorta, per non mettere in pericolo altre persone, e persino di girare armato.
La mattina del 17 maggio 1972 uscì di casa, poi ritornò quasi subito per cambiare la cravatta con un’altra bianca, simbolo della purezza che sentiva in se stesso.
Ridiscese, e sotto casa lo aspettavano gli assassini che lo uccisero con due colpi di pistola alle spalle.
Così terminò questa vita un uomo che aveva fatto solo del bene.
Le autorità civili e politiche, ma soprattutto l’autorità della Chiesa, gli tributarono grandi onori.
Come vi dicevo, la Chiesa di cui Luigi era ed è figlio lo ha proclamato martire della giustizia ed è stato aperto un processo di beatificazione a suo riguardo.
La storia intanto prosegue e ha diversi risvolti.
Nel 1988 Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, si costituì come corresponsabile dell’omicidio di Luigi Calabresi. Chiamò in causa, tra i mandanti, Adriano Sofri, che di Lotta Continua, ai tempi dell’omicidio, era il capo.
Ne sono seguiti vari processi, fino alla condanna definitiva emessa nel 2000.
Leonardo Marino si è dichiarato sempre corresponsabile, Adriano Sofri sempre innocente sul piano penale, pur riconoscendo la propria responsabilità morale nella campagna di odio che portò all’omicidio.
Eppure, davanti a Dio, non è richiesto che un colpevole si costituisca, a meno che ciò non serva a scagionare un innocente incolpato.
Nostro Signore Gesù Cristo ci ha dato il sacramento della Confessione. Il ricorso fedele a questo sacramento avrebbe portato l’eventuale corresponsabile a non trascinare in carcere se stesso con altri, e l’eventuale mandante a non restare sospeso tra un omicidio nel passato e l’inferno nel futuro.
Nel 2012 Adriano Sofri, che intanto aveva continuato la sua attività di giornalista e scrittore, ha finito di scontare la sua pena che è stata ridotta di circa 7 anni, anche grazie a un indulto.
Si è riparlato di Sofri anche l’anno scorso, quando il 25 giugno 2015 il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, del Governo Renzi, lo ha nominato membro della Commissione per la Riforma delle carceri.
Come si poteva immaginare, questo incarico governativo a un uomo condannato per omicidio ha provocato forti perplessità e proteste. Mostrandosi contrariato, Sofri ha fatto un passo indietro.
Per ora, nessun’altra notizia al riguardo, ma rimane il ricordo di Luigi Calabresi che speriamo di raggiungere in Paradiso, la Patria che più di tutte avrà saputo onorarlo.