Quesito

Caro Padre Angelo,

mi reputo un ragazzo tendenzialmente progressista ma fedele a quello che è l’immutabile insegnamento del Magistero.
[…]
La ringrazio per il suo tempo e le chiedo di pregare per la mia fede.

Patrizio

Risposta del sacerdote

Caro Patrizio,

1. Mi trovo a risponderti dopo alcuni mesi dalla chiusura della prima parte del Sinodo. Quando la mia risposta apparirà sul sito non mancherà molto alla seconda e conclusiva fase.
Il card. Kasper dice che bisogna offrire una zattera ai divorziati risposati.
La zattera, e anche qualcosa più della zattera, la troviamo nell’insegnamento di Nostro Signore, nel Vangelo.
Abbiamo sentito domenica scorsa le prime parole dell’insegnamento di Gesù secondo l’evangelista Marco: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).

Ecco la zattera: la conversione. Anzi, mi piace sottolineare che nella traduzione latina non abbiamo semplicemente conversione, ma “Paenitentiam agite”, fate penitenza.
Le due espressioni mirano al medesimo obiettivo perché non c’è vera conversione se non c’è pentimento dei peccati e degli errori della vita passata.

2. Qualche giorno fa il card. Baldisseri, segretario del Sinodo, ha detto che il prossimo sinodo deve indicare “scelte pastorali coraggiose”.
Che cosa c’è di più coraggioso che dire: “Convertitevi e fate penitenza” (Mc 1,15)?
Nel Vangelo di san Luca Gesù replica per due volte nello spazio di due versetti l’avvertimento: “No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,3.5).

3. Mi sono chiesto tante volte come mai taluni non ricordino queste esigenze fondamentali del Vangelo.
Come mai non riprendano in mano quello che Gesù ha detto nel discorso della Montagna: “Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,27-28).
Secondo l’insegnamento del Signore chi dopo un vero matrimonio va a vivere insieme con un‘altra persona “more uxorio” commette adulterio. Anzi, si mette in uno stato di adulterio permanente e pubblico.

4. Gesù ha messo in guardia dal “guardare una donna per desiderarla” dicendo che si tratta già di una grave perversione del disegno santificante di Dio sulla sessualità e sull’amore umano.
In altri termini si tratta di un peccato grave.

Che dire allora di una situazione ben più grave di quella enunciata dal Signore? E cioè di un adulterio vero e proprio e non soltanto metaforico?
Non c’è scelta più coraggiosa che ripetere l’insegnamento di Gesù: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).

5. Non è scelta coraggiosa invece per la quale si dice: copriamo tutto, usiamo misericordia.
Perché la misericordia non si limita a coprire il male compiuto, ma mira a formare un uomo nuovo.
In fondo è stata questa la differenza tra la misericordia proposta da Martin Lutero e quella della Chiesa Cattolica nel Concilio di Trento.
La misericordia divina infatti “non è solo remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento dell’uomo interiore, attraverso l’accettazione volontaria della grazia e dei doni, per cui l’uomo da ingiusto diviene giusto, e da nemico amico, così da essere erede secondo la speranza della vita eterna (Concilio di Trento, Capitolo VII sulla giustificazione).
Proprio perché raggiunti dalla misericordia trasformante di Dio i peccatori “si rivolgono contro il peccato con odio e detestazione” (Capitolo VI sulla giustificazione).

6. La misericordia o grazia divina attua dunque una trasformazione interiore che porta a ripudiare il peccato e a cominciare una vita nuova.
Giovanni Paolo II ricorda che “in nessun passo del messaggio evangelico il perdono, e neanche la misericordia come sua fonte, significano indulgenza verso il male, verso lo scandalo, verso il torto o l’oltraggio arrecato.
In ogni caso, la riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione dell’oltraggio sono condizione del perdono” (DM 13 1).

7. Vera misericordia è anche quella di scongiurare di non farsi del male e a non trasformare la santa Comunione da strumento di salvezza in strumento di condanna.
L’ammonimento dello Spirito Santo per bocca di Paolo “Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,28-29) è un ammonimento di autentica misericordia:
“Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore” (1 Cor 11,27).

8. Sorge una domanda: perché non prendono in minima considerazione queste parole gravi della Sacra Scrittura?
Perché nelle loro disquisizioni non vi fanno alcun riferimento?
Anch’io sono desideroso che ai divorziati risposati venga dato il massimo dei beni che Cristo ci ha donato.
Ma desidero che si parta dalle parole di Cristo e non se ne scarti neanche una.

9. La zattera evangelica è quella della conversione, della penitenza.
È vero che le situazioni sono talora molto complesse.
È vero che ci si trova dinanzi a divorziati risposati che nel frattempo hanno ricuperato la fede e hanno vivo desiderio di vivere in sintonia con Cristo, che nella nuova unione hanno figli e questi reclamano che i loro genitori stiano insieme sebbene essi non siano marito e moglie.
È vero che proprio per questo ci sono divorziati risposati che non potrebbero separarsi senza compiere con la separazione un nuovo peccato…
Ma perché prima di passare alla Comunione ai divorziati risposati non si dice in prima istanza di verificare se il precedente matrimonio era valido?
E che comunque, anche se non fosse valido, per ora nella nuova unione non sono ancora uniti sacramentalmente in matrimonio?
Perché se si concede loro la Santa Comunione bisognerebbe darla a qualsiasi convivente, anzi anche a quelli che, pur non essendo sposati, vivono abitualmente privi della grazia perché hanno rapporti sessuali in maniera abituale?
E allora perché non darla senza confessione e senza cambiamento di vita a tutti quelli che compiono atti impuri? Costoro non sono più peccatori di chi vive in stato di adulterio pubblico e permanente.

10. Mons. Forte dice: “E cosa diciamo loro? (riferendosi ai divorziati risposati) Che basta la comunione spirituale?
Ma così c’è il rischio di svalutare la forza della struttura sacramentale visibile.
Dobbiamo procedere con cautela ed esplorare tutte le vie che potrebbero riammettere queste persone all’Eucaristia”.
Ebbene, queste vie sono già state esplorate e indicate nella lettera della Congregazione per la Dottrina della fede “circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati” (14 settembre 1994):
Vi si legge: “Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio.
Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Familiaris consortio 84).
In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo” (n. 4).

11. Mons. Forte dice anche che non dare la Comunione ai divorziati risposati significherebbe svalutare la struttura sacramentale della Chiesa.
Ma i sacramenti sono essenzialmente dei segni e come tali devono corrispondere al vero, perché diversamente non sono leggibili e inutilmente vengono posti.
Ebbene a tale proposito Giovanni Paolo II ha detto che i segni visibili dell’unione con la Chiesa (e la Santa Comunione è segno visibile di quest’unione), devono essere segno dei vincoli invisibili, e cioè della vera comunione con Cristo e con la Chiesa mediante la grazia.
Diversamente si compiono delle falsità proprio usando i segni santi dei Sacramenti.
Ecco le sue testuali parole: “L’integrità dei vincoli invisibili è un preciso dovere morale del cristiano che vuole partecipare pienamente all’Eucaristia comunicando al corpo e al sangue di Cristo. A questo dovere lo richiama lo stesso Apostolo con l’ammonizione: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice» (1 Cor 11,28).
San Giovanni Crisostomo, con la forza della sua eloquenza, esortava i fedeli: «Anch’io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi» (Omelie su Isaia 6, 3).
In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1385) stabilisce: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione».
Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, «si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale»” (Ecclesia de Eucharistia 36).

12. Giovanni Paolo II sottolinea che non è la Chiesa a voler rompere questi rapporti visibili con i suoi figli, ma che “sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia” (Familiaris consortio, 84).
E ricorda anche che “la prassi di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati” è “fondata sulla Sacra Scrittura” (FC 84).
Questo perché “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia” (FC 84).
Inoltre, da vero pastore, ricorda che “c’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio” (FC 84).

13. Infine, nella discussione sulla Comunione ai divorziati risposati vi sono altri problemi che vengono del tutto disattesi come quelli legati alla castità matrimoniale.
Gli sposi cristiani sono chiamati a vivere in maniera santa e casta il loro amore coniugale.
Per castità qui s’intende la castità legata al loro stato di vita, che non è quello dei celibi o dei consacrati.
Di fatto gli sposi cristiani vivono in maniera casta e santa il loro amore coniugale quando seguono le vie di Dio.
Quelle vie di cui il Concilio Vaticano II ha detto: “Quando si tratta di comporre l’amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti e sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana, e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale.
I figli della Chiesa, fondati su questi principi, non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero nella spiegazione della legge divina” (GS 51).
Purtroppo questo richiamo per i divorziati risposati è eliminato.
Eppure Paolo VI scrive nell’Humanae vitae: “Non intendiamo affatto nascondere le difficoltà talvolta gravi inerenti alla vita dei coniugi cristiani: per essi, come per ognuno, è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita” (Humanae vitae, 25). E il Signore soggiunge: “e pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7,14).
Un discorso pastorale che intenda portare tutti alla santità e alla salvezza non può prescindere da questo.

14. Ripeto di nuovo: anch’io sono desideroso che i tesori di grazia e di santità che Cristo ha messo nelle nostre mani vengano portati a tutti gli uomini.
Anzi, lo voglio con tutto il cuore. Sono prete per questo!
Sono convinto però che la soluzione non si trovi glissando i problemi, ma proprio partendo da quello che finora la Chiesa ha detto insegnando il Vangelo.
Vi sono dei nodi: è realistico e doveroso prenderli in esame.
Ciò che attendo è la soluzione dei nodi, non l’accantonarli o l’aggrovigliarli ancora di più.
Io attendo questa soluzione.
Se verrà trovata tale soluzione ne ringrazierò il Signore con tutto il cuore, la farò mia e la proporrò a tutti a più non posso.
Ma se dopo tutta la discussione si dovesse dire: “non c’è soluzione al di fuori della conversione e del fare penitenza perché Cristo ha detto così” sarebbe bello che con umiltà, sì, con umiltà e coraggio la Chiesa scongiurasse tutti al cambiamento di vita, come ha fatto Pietro in At 2,40.

Molto volentieri assicuro la mia preghiera per la causa che mi ha indicato.
Ti auguro ogni bene e ti benedico.
Padre Angelo

Pubblicato 02.08.2015

Fonte:
http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=4243

Nella foto: matrimonio degli anni Cinquanta. Allora spose vestite e onorate, oggi mogli nudiste e disonorate.