Intanto nella diocesi di Bergamo ci si vanta di usare questa prassi già da anni e nelle Filippine la Conferenza Episcopale ordina la comunione per tutti… e in tutto il mondo c’è la gogna mediatica per i sacerdoti che non si allineano al nuovo corso

di Riccardo Cascioli

Una coppia di divorziati risposati si presenta al parroco. Questi fa un discorso e alla fine dice che nella loro condizione non possono fare la comunione. Ma poi si discute, si approfondisce ed ecco il risultato: misurandosi con le parole del parroco, lui matura la decisione di non fare la comunione, lei invece fa la comunione tranquillamente. Il parroco è don Nunzio Galantino, oggi vescovo e segretario della Conferenza Episcopale Italiana, e a raccontare questo episodio è stato lui stesso domenica scorsa in TV nel programma di RaiUno “A sua immagine”. […]

Monsignor Galantino – che era lì per spiegare l’esortazione apostolica Amoris laetitia – ha raccontato questa storia per far capire cosa significhi discernimento, accompagnare le persone caso per caso: stesso discorso a stessa coppia, due “coscienze” diverse.
Si tratta di un episodio molto interessante, che sicuramente accomuna altri preti, alcuni dei quali non per niente – come don Nunzio – hanno colto l’occasione di Amoris laetitia per fare outing [per venire allo scoperto]. Finora la Chiesa ha infatti stabilito che un conto è accogliere le persone, un altro ammetterle all’Eucaristia.
Davanti a situazioni oggettive di peccato come quella dei divorziati risposati (ma non è l’unica), se per vari motivi non è praticabile la separazione, l’accesso all’Eucaristia è possibile solo se c’è l’impegno a vivere in castità, come fratello e sorella.
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A un comune fedele come il sottoscritto, il racconto non può non suscitare almeno due riflessioni.
La prima riguarda il valore dell’Eucaristia. Il Catechismo della Chiesa cattolica, dopo aver spiegato cosa è l’Eucaristia, invita a prepararsi adeguatamente prima di accostarvisi, anzitutto con un esame di coscienza, e cita San Paolo: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11,27-29)».
E chiosa: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione» (no.1385).
L’adulterio è un peccato grave, e sotto questa fattispecie rientra certamente il caso dei divorziati risposati, qualunque sia il grado di responsabilità con cui si è arrivati a quella situazione. Infatti ricorda ancora il Catechismo che «l’Eucaristia non è ordinata al perdono dei peccati mortali».
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Nella Legenda maior di San Francesco è raccontato un episodio della vita del santo, poi magistralmente dipinto da Giotto nel ciclo di affreschi che si possono ammirare nella Basilica superiore di Assisi: una donna era morta senza potersi confessare; San Francesco, tra lo stupore dei parenti, la fa resuscitare così che un prete possa raccogliere la sua confessione e poi lasciarla morire con l’anima in pace. Nell’affresco, sopra la donna, è raffigurato un angelo che scaccia via un diavolo con ali di pipistrello. A dimostrazione che nella Chiesa il peccato si è sempre preso sul serio; non per obbedire a una legge ma per amore delle singole persone.
Una seconda questione balza agli occhi. Ciò che monsignor Galantino e altri hanno detto in questi giorni lascia intendere che nel corso degli anni questi sacerdoti hanno tranquillamente privilegiato la propria opinione rispetto a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e raccomandato.
A dire il vero non è neanche così sorprendente visto che da decenni nei seminari e nelle facoltà teologiche viene insegnato un magistero parallelo, lontano da quello ufficiale della Chiesa. E i risultati si vedono.
Ma la domanda che ci poniamo è un’altra: se i primi a disobbedire sono certi preti, in base a quale criterio poi, questi stessi preti – magari diventati anche vescovi e cardinali – si aspettano l’obbedienza dei fedeli?

COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI, PRETI E VESCOVI IN CORSA PER ARRIVARE PRIMI
«Da “artigianato locale” a prassi della Chiesa». Così il settimanale della diocesi di Bergamo, Sant’Alessandro, con una sintesi efficace brinda alla comunione ai divorziati risposati. Finalmente «alla luce del sole», esulta monsignor Alberto Carrara, il parroco che ha firmato l’articolo.
Alla luce del sole in realtà sta venendo tutta quella parte di Chiesa che in questi anni non ha tenuto minimamente conto delle indicazioni pastorali oltre che dottrinali stabilite dal magistero.
Come abbiamo già scritto alcuni giorni fa, non sorprende dopo decenni di magistero parallelo insegnato in seminari e università pontificie. Forse un po’ sorprende la velocità con cui escono fuori coloro che ormai si sentono profeti della “nuova Chiesa”, che la vivevano già tanto tempo prima dell’attuale pontificato.
E meno male che sabato, tornando dall’isola di Lesbo, rispondendo alla domanda di un giornalista papa Francesco se l’è presa con i media che hanno ridotto l’evento dei sinodi a un referendum sulla comunione ai divorziati risposati.
Il Papa dovrebbe guardare piuttosto a preti e vescovi impegnati in una gara a chi rivela per primo di aver già dato la comunione ai divorziati risposati e a chi ne ha date di più. Come se si stessero disputando il Gran Premio della Misericordia.
Non solo la diocesi di Bergamo; all’indomani della pubblicazione dell’esortazione apostolica era stato don Giovanni Cereti, sacerdote genovese trapiantato a Roma, in una intervista al Quotidiano Nazionale ad affermare orgoglioso che lui lo fa già da 40 anni.
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E ancora: nelle Filippine è addirittura la Conferenza episcopale a correre: «La Misericordia non può aspettare», afferma in una lettera a tutti fedeli dell’arcipelago il presidente della Conferenza episcopale Socrates Villegas.
Seguiranno direttive concrete da parte dei vescovi però intanto «già fin d’ora vescovi e preti devono aprire braccia accoglienti a coloro che si sono tenuti fuori dalla Chiesa per un sentimento di colpa e di vergogna. Il laicato deve fare lo stesso».
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È proprio così scandaloso sospettare che alla fin fine i due anni e mezzo di dibattito sulla famiglia servissero proprio a promuovere tale prassi?
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Ma questo è ancora niente. Perché ora si apre anche la caccia ai preti che invece non ritengono di dare la comunione a chi convive o si è risposato dopo un primo matrimonio.
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A suo tempo riportammo il caso del sacerdote di Cameri, diocesi di Novara, ma più recentemente a farne le spese è stato il parroco di Montemurlo, nella diocesi di Pistoia. Padre Maurizio Vismara, brianzolo e religioso betharramita, si è visto dedicare una pagina dal quotidiano locale Il Tirreno perché a una riunione di genitori con bambini che si preparano alla Prima comunione, ha detto che non avrebbe potuto dare la comunione a coloro che erano in situazioni irregolari.
Uno dei presenti ha creato il caso su cui il giornale è andato ovviamente a nozze.
Ma è solo un assaggio. Nei prossimi mesi ne vedremo delle belle. E magari anche l’annuncio ufficiale del prossimo obiettivo: il celibato dei sacerdoti. Forse che anche questo non potrà essere definito un ideale, ma un giogo troppo pesante per tanti preti comuni?

Titolo originale: Divorziati risposati, la ricetta Galantino
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 15-18/04/2016
Pubblicato su BastaBugie n. 450

Fonte per Lucechesorge:
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4200