Quando una persona scende nei dettagli di un argomento erudito, non ci si stupisce che usi parole diverse dall’italiano.
Se poi la platea dei lettori è chiaramente ristretta agli specialisti, di quei termini se ne possono trovare molti e senza traduzione.
Il problema nasce quando l’argomento potrebbe o dovrebbe interessare tutti, e si scrivono parole comprensibili solo a pochi.
Per non dire di quando si parla di cose tali e in un ruolo tale che presuppongono una testimonianza cristiana, cioè l’annuncio del Vangelo a tutti i nostri contemporanei.
Allora, chi si esprime con parole latine o straniere non tradotte, o con altre particolarmente difficili, sembra davvero un somaro che si guarda allo specchio.

Comportandosi in questo modo, una persona fa diversi torti.
Intanto, se l’uso di quelle parole non è davvero necessario, toglie dignità alla lingua italiana.
Poi, se quelle parole sono necessarie ma rimangono non tradotte, è un atto di disprezzo nei confronti di chi ci legge o ci ascolta. Non interessa che tante persone, ognuna delle quali è preziosa, non possano capire quello che diciamo.
Ma peggio di tutto è il tradimento del Vangelo. Invece di attirare più persone possibili a Dio, le si respinge rendendo incomprensibile il discorso.
Alla fine, a cosa tiene chi agisce così? Solo a compiacersi di se stesso, del proprio sapere e della propria intelligenza, che in realtà si rivela ben poca.
Quanto al sapere e alla conoscenza, bisognerebbe avere l’umiltà di testimoniare la grandezza di Dio, della sua sapienza e onniscienza, invece di mettersi scioccamente in mostra.
C’è pure un altro aspetto da considerare.
L’italiano, senza tante complicazioni, è la nostra lingua natia e familiare. E’ la lingua nella quale esprimiamo, nella vita di ogni giorno, i nostri affetti e convincimenti più grandi.
Non è certo la lingua adatta per la liturgia, come ci hanno fatto credere i vili riformatori della santa liturgia cattolica.
Quando però si tratta di arrivare al cuore delle persone nelle relazioni con loro, usiamo la lingua delle nostre comuni origini.
In quelle circostanze l’uso improprio del latino, dell’inglese o di altre lingue o ricercatezze mostra l’incapacità di rapportarci affettivamente con gli altri. Manca l’autenticità dei sentimenti.
Immaginiamoci Gesù, ma anche gli Apostoli, incluso San Paolo, l’Apostolo delle genti. Pensiamo poi a tutti i Santi e missionari.
Cosa ne sarebbe stato del loro annuncio del Vangelo, se avessero usato parole non comprensibili da qualcuno, tra tutte le persone che li ascoltavano?
Riflettendo su chi riserva per se stesso e per pochi altri la comprensione, vengono in mente certe parole del Signore Gesù riguardo ai dottori della legge.
Gesù si rivolge a loro dicendo: «Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc 11, 52).
Allora avanti, andiamo e annunciamo il Vangelo «ad ogni creatura» (Mc 16, 15), come il Signore ci ha comandato di fare.