«Sii sempre amante del dolore, il quale oltre ad essere l’opera della divina sapienza, ci rivela meglio ancora l’opera del suo amore.»
Padre Pio

Questo pensiero di Padre Pio non è certo alla portata di tutti i cristiani ordinari, legati alla loro mediocrità nell’impegno della genuina vita cristiana. Padre Pio, infatti, parla di amore al dolore, che è l’«opera della divina sapienza» e che, ancora di più, «ci rivela l’opera del suo amore».
Sono espressioni, queste, che fanno tremare il nostro modo di ragionare e di sentire, che è, invece, istintivamente contrario alla stessa parola dolore, per noi inconciliabile e incompatibile con la parola amore. Ancora di più, inoltre, la realtà dell’amore è pensata, di solito, come realtà di dolcezza e letizia, di gusto e felicità, che si contrappone al dolore, lo esclude, lo elimina.

Come mai, allora, Padre Pio può parlare di amore al dolore? Padre Pio stimola e spinge alla riflessione e alla meditazione. E insegna, perciò, che il contrario dell’amore non è il dolore, ma il peccato. Che cos’è infatti il peccato? È un’offesa, grave o leggera, a Dio Amore. Ciò che è contrario, in opposizione offensiva a Dio Amore, quindi, è peccato. Amore e peccato, perciò, si escludono a vicenda. Dove c’è l’amore non ci può essere il peccato; dove c’è il peccato non ci può essere l’amore.
Orbene, per riparare il peccato e per recuperare l’amore perduto con il peccato, Dio nella sua «divina sapienza», si serve del dolore, che fa giustizia della colpa commessa e ridona l’amore perduto. Ecco la grande funzione del dolore, quindi, a cui non pensiamo mai e che, invece, merita di essere accolto e “amato” perché libera, purifica dalle colpe e ridona l’amore perduto: l’amore a Dio e al prossimo.
La parabola evangelica del figliol prodigo che fa soffrire il padre, lasciandolo e andando via di casa, ci insegna con chiarezza che fu proprio il dolore della fame più acuta e umiliante, quello di invidiare le ghiande che i porci potevano mangiare e lui no (cf. Lc 15, 16) a fargli comprendere l’offesa fatta all’amore del padre, facendolo ritornare pentito fra le sue braccia.
Ancora di più, Padre Pio esorta ciascuno di noi ad essere «amante del dolore» perché esso rivela «l’opera dell’amore di Dio». Qual è quest’opera? Basta guardare Gesù Bambino nella greppia dell’umile e povero Presepe; basta guardare Gesù crocifisso fra gli strazi della morte come un malfattore. Basta guardare un Tabernacolo eucaristico, dove Gesù si è ridotto a un’Ostia per farsi mangiare dagli uomini… Tutto questo costituisce «l’opera dell’amore di Dio».
Qui è l’Amore infinito di Dio che si manifesta nel dolore più umiliante (la stalla di Betlem), più straziante (la Croce del Calvario), più nascosto fino all’annientamento (il “frammento” di un’Ostia). È l’Amore più grande nel dolore più grande: questa è l’«opera dell’amore di Dio». E Padre Pio, conformato a Gesù, ha amato appassionatamente il dolore più grande per possedere l’Amore più grande e consumante.

Padre Stefano M. Manelli

Tratto da Il pensiero di Padre Pio, ed. 2005, pp. 91-92

Fonte per Lucechesorge: «Il Settimanale di Padre Pio», n. 12 del 20 marzo 2016