di Giuseppe Butrimo

Tutto nella loro vita familiare sarà impastato con il motto: “Dio è il primo servito”. La loro storia di santità sarebbe rimasta forse nascosta se non avesse generato una figlia come Santa Teresa di Lisieux. In tutto ciò risalta la bellezza dell’intreccio tra la vocazione verginale e quella familiare…

Una famiglia secondo Dio e con lo sguardo rivolto a Dio

Sono note a molti le vicende di questa famiglia esemplare, di questa “terra vergine” e “terra santa” (così come la stessa santa Teresina la chiamava) che ha generato quel fiorellino che con la sua discreta bellezza ha attratto molte anime a Dio e col suo profumo ha inebriato il mondo di santità: come disse molti anni fa il Cardinal Mercier, santa Teresina non fu solo un dono del Cielo ma anche «la ricompensa ad una famiglia esemplare».

Ciò che balza subito all’occhio, come una stranezza per chi ragiona secondo le visuali umane, è che coloro che la Chiesa addita come patriarchi di una famiglia santa (è in corso anche il processo di Beatificazione per una sorella di santa Teresina, Leonia), e come esempio di santità coniugale, non avrebbero inizialmente voluto nemmeno costruire una famiglia.
Luigi, sognatore e romantico, durante una passeggiata sulle Alpi, incantato dal maestoso silenzio del Convento Agostiniano di Saint Bernard le Grand, avrebbe voluto farsi Religioso… solo l’ostacolo del latino causò prima il rinvio e poi l’abbandono completo del progetto di vita monastica.
Zelia, giovane energica di grande intelligenza e devozione incomparabile, era convinta di dover diventare Religiosa presso le Suore della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, sennonché, ancora postulante, si vide chiudere la porta dalla Superiora: «Non è questa la volontà di Dio!».
Ciò che poteva essere un fallimento esistenziale, fu da entrambi invece accettato come un doloroso ma consolante aiuto da parte dell’Onnipotente a discernere le vie della Sua Provvidenza.
Diversi anni dopo l’abbandono del progetto di vita religiosa, una voce interiore, mentre la ventisettenne Zelia transitava sul ponte Saint-Leonard ad Alençon volse il suo sguardo verso l’orologiaio Luigi, di sette anni più vecchio: «È questo l’uomo che ho preparato per te!».
Da lì a dieci mesi ecco i due convolare a nozze, obbedendo puramente alla Volontà di Dio e trascinati da un’attrazione reciproca singolare, non fisica ma spirituale: entrambi si sentivano spinti a ricambiare l’amore con cui Dio «ci ha amati per primo» (1Gv 4,19), eppure entrambi sentivano di dover rispondere a questa chiamata all’amore insieme, in famiglia e non in Convento.
Nella famiglia Martin questo “culto della Volontà di Dio”, amata anche quando impone itinerari e passaggi oscuri da vivere in spirito di Fede, sarebbe stata sempre praticata: ciò permise di sopportare le morti di quattro piccoli bambini, l’entrata in Convento delle restanti figlie e tante altre prove.
A Zelia che ripeteva spesso che: «Il Signore è il Maestro e fa ciò che vuole», Luigi ribatteva: «Messer Dio per primo va servito». Tale insegnamento lo trasmisero con radicalità e purezza alle figlie che testimoniarono di vivere in una famiglia in cui il primo posto spettava sempre all’Onnipotente, che, come afferma santa Teresina, vedevano riflesso nel volto del padre terreno: «Pensando al papà, penso naturalmente al buon Dio».
Davanti allo spettacolo di famiglie (o pseudo-famiglie, come le convivenze e i secondi “matrimoni”) che nascono per motivi meramente umani, se non addirittura un po’ animaleschi (come i motivi di ordine puramente fisico o sessuale), la santa famiglia dei Martin rappresenta una provocazione e una chiamata agli sposi e ai fidanzati a volgere lo sguardo verso Dio e a sottomettere a Lui e alla sua santa Volontà il loro progetto di vita, vivendo nella preghiera e nell’ascolto docile il tempo di preparazione al Matrimonio.
Famiglie che nascono per motivi puramente umani, ben presto cadono per motivi altrettanto umani, in quanto in mezzo a queste famiglie Dio non è mai entrato, tenuto fuori dalla porta dall’egoismo e dal desiderio di una sfrenata libertà!
Addolora molto vedere quanto questi motivi puramente umani, queste riflessioni secolari e secolarizzate (sociologiche o pastorali, che le si voglia chiamare) abbiano preso il posto della Volontà di Dio e della sana riflessione sul sacramento del Matrimonio e sulla santità degli sposi: anziché spingere i giovani alla ricerca e all’obbedienza alla Volontà di Dio, anziché educarli all’amore disinteressato, anziché indirizzarli all’eroismo della santità, si vuole addirittura trovare un posticino nella Chiesa anche per i mezzi matrimoni, le convivenze a tempo, le seconde nozze e addirittura per le convivenze omosessuali, contro natura e contro ragione.
Il ribaltamento del giusto ordine e del giusto pensiero ha portato infatti a pensare non solo che si possano fare “famiglie” senza Dio ma addirittura contro Dio, contro la sua Legge morale e contro la stessa legge naturale!
Davanti a questo però l’esempio e le parole dei Martin gridano a piena voce l’assoluto primato di Dio sulle nostre scelte di vita e sulle nostre famiglie, come testimonia uno scritto di santa Zelia: «Mio Dio, entrerò nello stato matrimoniale solamente per soddisfare la tua santa volontà, perciò ti prego di darmi tanti figli e che siano consacrati a Te».

Il profumo di verginità della famiglia Martin

Secondo sant’Ambrogio la Vergine Maria teneva tanto alla sua verginità, la più luminosa delle sue virtù, che avrebbe rinunciato addirittura alla Maternità Divina perché questa venisse preservata.
Sicuramente questo dilemma fu vissuto anche dai coniugi Martin: entrambi in giovinezza avevano pensato di entrare in convento per amare Dio “con cuore indiviso” e ora, condotti dalla santa Volontà di Dio a sposarsi, si trovavano di fronte alla difficoltà di coniugare amore divino e umano e, in particolar modo, ad accettare la dimensione carnale dell’amore coniugale.
In una lettera alla figlia Paolina, pochi mesi prima di morire, Zelia descrisse la tristezza che la avvolse nel giorno del suo Matrimonio, portando visita alla sorella Suora: «Ho versato così tante lacrime, che non ne ho mai versate così nella mia vita né mai ne verserò. Non era perché fossi triste di veder mia sorella suora lì nel chiostro ma, al contrario, avrei voluto essere lì anch’io. Paragonavo la mia vita alla sua […] mi sentivo così triste vedendomi vivere in mezzo al mondo».
Questa santa tristezza e l’imbarazzo evidente nei primi giorni di vita coniugale, spinse Luigi a rivelare alla moglie il suo desiderio di vivere un Matrimonio verginale, a imitazione di Maria Santissima e di san Giuseppe, «per coltivare intimità di cuore e di spirito, rinunciando all’unione fisica permessa dal matrimonio».
Dopo dieci mesi però il “Matrimonio giuseppino” dei Martin ebbe termine in quanto, su consiglio di un Confessore, i due decisero di dare attuazione al desiderio di avere dei bambini, e pertanto a condividere il talamo nuziale.
Come la Volontà di Dio li aveva spinti lontani dal Convento, per poi farli incontrare e sposare, ora la medesima Volontà, comunicata loro dal Confessore, li spingeva a rendere il loro Matrimonio fecondo, senza però nessuna concessione all’egoismo edonista e carnale: dare al mondo dei figli e arricchire tramite loro la Chiesa e il Regno dei Cieli divenne da lì in poi il loro ideale, per raggiungere il quale i rapporti matrimoniali dovevano essere il necessario mezzo.
In una lettera santa Zelia descrive la gioia sperimentata nel comprendere come la rinuncia alla verginità per dare alla vita figli fosse la sua via per adempiere il progetto di Dio: «Quando abbiamo avuto il nostro primo bambino, le nostre idee sono un po’ cambiate: abbiamo iniziato a vivere solamente per i bambini, erano la nostra felicità. […] Ogni cosa divenne facile per noi. Per me i bambini furono una grande ricompensa, e perciò volevo avere tanti figli, per allevarli per il Cielo».
È questo il “profumo verginale” di cui santa Teresina parlava circa i suoi santi genitori, e che questi seppero ben trasmettere alle loro figlie che, non a caso, scelsero tutte la via della verginità più perfetta, la verginità consacrata.
Quanto si oppone questo al triste spettacolo di molte coppie che impostano la loro vita matrimoniale solo sul sesso e sulla carne, mossi da un’attrazione fisica più animalesca che umana.
Ma, come insegna san Paolo, «chi semina nella carne, dalla carne raccoglie corruzione» (1Gal 6,7) e così da queste unioni non nasce che peccato e sempre maggior perversione: il desiderio passionale fa scadere sempre più in basso e da qui vengono i rapporti pre-matrimoniali, rapporti immorali nel matrimonio, tradimenti, l’uso di anticoncezionali e persino l’orribile crimine dell’aborto… matrimoni e unioni del genere anziché far trionfare l’amore, fanno trionfare l’egoismo e il peccato e sono l’inevitabile preludio a divisioni, separazioni, divorzi e di lì a nuove unioni contrarie alla legge di Dio.
Quanto aveva ragione a proposito san Giovanni Paolo II nello scrivere: «Un amore ridotto alla sola soddisfazione della concupiscenza, o ad un “utilizzo” mutuo dell’uomo e della donna, rende le persone schiave delle loro debolezze» (Lettera alle famiglie, n. 13).
Eppure l’insegnamento di questo grande Papa è considerato dai più ormai “superato”, con una presunta “misericordia” che sembra molto più la cancellazione totale del peccato; si vuole ammettere qualsiasi tipo di rapporto sessuale, considerare positivamente i rapporti pre-matrimoniali, aprire agli anticoncezionali nel Matrimonio, e, persino, giustificare gli aborti (quando non addirittura aiutare a praticarli)… in questa visione il peccato in materia sessuale diviene, al massimo, un errore di percorso e non più un peccato mortale.
Anzi tutto sommato, in queste situazioni di peccato, come le convivenze e le unioni omosessuali, dovremmo sforzarci di vedere il lato positivo… fu proprio profetico san Paolo nel dire: «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie» (2Tm 4,3).

Quando Matrimonio significa martirio

Al di là delle molte ambiguità di cui sono costellate tante dichiarazioni e strategie teologiche con cui si cerca di trovare la breccia “pastorale” alla fortezza “teologica” del dogma, ciò che più in generale preoccupa della visione anche di molti uomini di Chiesa è il rifiuto completo di proporre la santità, l’eroismo cristiano, come ideale di vita coniugale.
Anzi la presunta “misericordia” con cui questi Teologi avvalorano le loro proposte di riforma (una riforma che è in realtà una rivoluzione) non è altro che un compromesso con il peccato: abbassare arbitrariamente la soglia del peccato (se non cancellarla del tutto) per far rientrare tutte le situazioni familiari irregolari e disordinate nella Chiesa che, essendo Madre Misericordiosa, non necessiterebbe più una conversione oggettiva alla Legge di Dio ma un incerto sentimento soggettivo.
In realtà non esiste nessuna “classe media della santità”, se con questo vogliamo intendere una santità non eroica o una santità a metà, bensì esiste una santità nel quotidiano e nelle piccole cose: non dubitiamo infatti, che tra gli elementi umani (lasciando da parte i ben più importanti elementi soprannaturali) che hanno ispirato a santa Teresina la sua “Piccola via”, vi sia stata la pratica di vita e l’esempio dei suoi santi genitori.
L’ideale di ogni santo è la Croce e la Croce è veramente la misura della serietà e dell’impegno di ogni cristiano, oltre che l’antidoto ad ogni vano sentimentalismo e ad ogni superficialità di vita: è la Croce ad averci redento ed è la Croce che noi portiamo ogni giorno a prolungare l’opera della Redenzione nei secoli.
I coniugi Martin ben presto compresero questa fondamentale lezione di ogni cristiano e capirono bene che Matrimonio è molto spesso sinonimo di martirio. Tutta la loro biografia è un succedersi di prove e dolori, affrontate con assoluta confidenza in Dio e accettate con rassegnazione cristiana, anzi con gioia, fianco a fianco, come sostegno l’uno per l’altro.
La prima prova per Zelia fu la fatica e l’impegno veramente martiriale nel far nascere e crescere nove figli, senza lasciare il lavoro di ricamatrice: «Se avessi lavoro tre volte di meno – scrive Zelia alla cognata – ne avrei ancora abbastanza per non stare spesso senza far niente… è un lavoro così dolce occuparsi dei propri figlioletti! Se non avessi da fare che quello, mi sembra che sarei la più felice delle donne. Ma bisogna bene che il loro padre e io lavoriamo per procurare loro una dote».
Il lavoro e la fatica, insostenibile per chi nel Matrimonio vorrebbe vedere solo una soddisfazione e un calcolo personale, diviene “dolce” per chi ama veramente…
La seconda grande prova dei Martin fu quella di veder morire, ancora infanti e nel breve spazio di pochi anni, quattro dei loro nove figli, in particolare i tre maschi.
Non possiamo non commuoverci nel leggere la delicata confessione di santa Zelia in una sua lettera: «Spesso penso alle madri che hanno la gioia di nutrire esse stesse i loro bambini, mentre io devo vederli morire tutti, uno dopo l’altro».
Eppure la fede di diamante permise loro di superare anche questi quattro lutti, anzi di essere di conforto ad altri genitori, e a consigliar loro di spingere il loro sguardo oltre il mondo presente verso la Beatitudine eterna del Paradiso: «Che il buon Dio vi accordi la rassegnazione alla sua santa volontà – scriveva la santa moglie –. Il vostro caro piccolo bambino è presso di Lui; vi vede, vi ama, e lo ritroverete un giorno. […]. Molti mi dicevano: “Sarebbe stato meglio non averli mai avuti”. Non potevo sopportare questo linguaggio. Non trovavo affatto che le pene e le preoccupazioni potessero essere messi sulla bilancia con la felicità eterna dei miei figli».
La terza prova fu quella della morte della povera Zelia: madre modello ed esemplare di santità, Zelia morì proprio per un male che la colpì nell’intimo della sua maternità. Un giovanile incidente domestico, che già le aveva impedito di allattare i suoi figli, causò un tumore al seno di cui i dottori si accorsero troppo tardi, e che nel corso di pochi mesi la condusse alla morte.
Con le due figlie maggiori già in Convento, Luigi rimaneva da solo a dover crescere ed educare le tre figlie minori, delle quali la più piccola, Teresa, aveva soli quattro anni.
Anziché disperare, la reazione di Luigi, virile e umile allo stesso tempo, lo portò a rinunciare a tutto se stesso e a tutta la sua vita (il suo lavoro, le sue amicizie, la sua città…) per il bene delle sue figlie; come testimoniò Celina al processo di Beatificazione dei suoi genitori, il padre prese sul serio il paolino “farsi tutto a tutti” (cf. 1Cor 9,2) e, secondo le parole della figlia, «il suo tenero cuore paterno unì all’amore che già possedeva un vero amore materno».
Per quanto poi santa Teresina ci informi sul proposito eroico dei due santi genitori di offrire a Dio in maniera speciale tutti i loro figli («Essi chiesero al Signore di dar loro molti figli e di prenderli per Sé. Questo desiderio fu esaudito: quattro angioletti volarono nei Cieli e le cinque figlie rimaste nell’arena presero Gesù come Sposo»), tale offerta non fu senza travaglio e senza dolore.
Soprattutto dopo la morte di Zelia, l’offerta di Teresa, la sua “reginetta”, e di Celina fu la donazione a Dio di quanto aveva di più caro e di coloro per le quali si era dato completamente negli anni successivi alla scomparsa dell’amata moglie.
Nonostante il cuore crocifisso, splendida fu la reazione del Santo alla notizia della partenza di Celina: «Vieni andiamo insieme al Santissimo Sacramento per ringraziare il Signore che mi ha dato l’onore di prendersi tutte le mie figlie».
Nonostante tutte le fatiche della paternità e la tristezza del distacco dalle amate figlie, Luigi Martin, consapevole che non c’è limite all’amore per Dio e che in alcun modo le nostre sofferenze possono eguagliare quelle di Cristo, si trovò a pregare così: «Oh mio Dio, è troppo! Sì, sono troppo felice, non è possibile andare in Paradiso così. Voglio soffrire qualcosa per te! Voglio offrirmi a te come vittima».
E la sua preghiera fu esaudita: colpito da arteriosclerosi si vide umiliato nel profondo della sua umanità, privato della sua abilità manuale e della sua indipendenza, dovendo abbandonare la casa di Lisieux ed essere ricoverato in ospedale… vi sarebbe ritornato solo dopo tre anni, dopo una paralisi, per poi spirare due anni dopo.

Un modello di famiglia nella crisi della Chiesa

«Il Buon Dio – scriveva santa Teresina – mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra». La sicurezza della santa figlia sulla santità dei genitori viene ora confermata dalla Chiesa che, proprio durante il Sinodo sulla Famiglia di ottobre 2015 li ha canonizzati.
Possiamo essere sicuri di una cosa: i santi coniugi Martin, al di là di tutto, sono il modello che tutte le famiglie dovranno sforzarsi d’imitare, e questa sarà una medicina ben sufficiente per chi veramente voglia vivere nel Matrimonio il Vangelo senza compromessi!

Fonte:
http://www.settimanaleppio.it/dinamico.asp?idsez=6&id=895