di Paolo Risso

Se la vita è il paragone delle parole, Pio XII, non solo come Sommo Pontefice, per dovere d’ufficio, poteva farsi maestro dell’intimità con Gesù, ma come credente e come Sacerdote era vissuto sempre di Lui e per Lui, come i mistici più grandi della Chiesa.
Ragazzino di pochi anni (era nato il 2 marzo 1876 a Roma), i Padri Filippini della chiesa che frequentava erano soliti vederlo tutte le sere inginocchiato davanti al Tabernacolo, in colloquio con Gesù, tutto proteso, come un piccolo angelo verso il suo Signore.
Si entusiasmava fino alle lacrime, raccontano i biografi, ad ascoltare le avventure di missione che lo zio Sacerdote, reduce dell’America del Sud, gli narrava, e commentava: «Anch’io voglio dare la vita per Gesù, anch’io voglio morire in croce come Lui e per Lui».

E chi può aver orientato alla consacrazione totale a Dio nel Sacerdozio questo giovane patrizio romano che amava l’equitazione e la musica, che qualche volto femminile già guardava con ammirazione, se non un amore intenso, ardente a Gesù, capace di immolarlo a ogni sacrificio? Abbiamo soltanto un rammarico: che non ci sia o non sia mai stato pubblicato (se c’è) un diario che testimoni e riveli il suo straordinario rapporto con Dio, la sua “vita a due” con Gesù.
Già avviato appena dopo la sua Ordinazione sacerdotale verso una brillante “carriera” (se si può dire così) in Segreteria di Stato, a chi se ne complimentava, rispondeva: «Ma io mi sono fatto Prete per un grande ideale di preghiera». Basta questo a dire tutto.
Così viva e intensa doveva essere la sua intimità con Gesù, che persino nell’aspetto ne era stato trasformato, come poterono vedere i singoli e le genti nell’avvicinarlo.
Nunzio apostolico a Monaco di Baviera, dopo la sua consacrazione episcopale (13 maggio 1917, lo stesso giorno della prima apparizione della Madonna di Fatima), una religiosa gli chiese di potergli parlare per dirgli le pene che si portava dentro. Qualche giorno dopo, costei dirà: «Non posso esprimere quanto io sia felice. Ho potuto dirgli tutto. Il Nunzio non mi ha mai interrotta; ascoltava e taceva tenendo gli occhi bassi, e quando sono arrivata alla fine, è rimasto un attimo in silenzio… e mi ha detto: “Cara sorella, non sarà forse che le sue sofferenze dipendono anche dal fatto che lei pensa solo a se stessa, invece che pensare a Lui, a Gesù, al quale ha consacrato tutta la sua vita?”. Quindi si è alzato, mi ha teso la mano con un gentile sorriso, e mi ha benedetta dicendomi: “Cerchi solo Lui, Gesù, cui appartiene con tutto il suo essere. La sua vita diverrà anche nella sofferenza, nella malattia e nel bisogno, un’unica gioia!”».
Qualche tempo dopo, trasferito a Berlino, Mons. Eugenio Pacelli era solito recarsi ogni giorno a passeggiare nel parco della città. Un giorno, mentre percorreva l’ultimo tratto del suo cammino, un bambino che lo aveva notato altre volte lo salutò con la mano, gli si avvicinò, lo osservò da capo a piedi e gli disse: «Ma tu chi sei? Sei tanto diverso dagli altri uomini, sei così alto, fine, e hai degli occhi tanto belli! Sei forse il buon Dio?».
A questo punto era giunta la sua immedesimazione con Gesù: era stato “cristificato”, divinizzato, così che agli occhi di chi lo vedeva anche per pochi istanti, appariva come una rivelazione di Dio.
E ancora più, così apparve al mondo, quando il 2 marzo 1939 fu chiamato a essere il Vicario di Cristo, il Santo Padre Pio XII.
La sua “familiaritas stupenda nimis” [da L’imitazione di Cristo: “familiarità straordinariamente bella”] con il divino Maestro toccò il culmine già sulla terra, durante i giorni di malattia, la notte tra il 1° e il 2 dicembre 1954, quando dopo aver pregato con le invocazioni a lui assai care: «Anima Christi sanctifica me… in hora mortis meae voca me… et iube me venire ad Te» [«Anima di Cristo santificami… nell’ora della mia morte chiamami… e fa che io venga a Te»], a un tratto Gesù in persona venne a colloquiare con Lui. L’indomani, il Papa apparve radioso. «Che c’è, santità?», gli domandò Suor Pascalina, portandogli la colazione. Rispose: «Lì, dove si trova lei ora, c’è stato poco fa il nostro Salvatore Gesù». Quella mattina, si alzò guarito.
Poté riprendere le udienze, gli incontri, le attività, la dedizione ai fratelli. Scostante, lontano? Niente affatto, anzi così vicino e padre e confidente, che molti durante le udienze gli domandavano di confessarsi da lui. Arrivava tardi a pranzo, tuttavia felice non solo di aver tenuto splendidi discorsi, ma di aver riconciliato le anime con Dio. Spiegava: «Sa, io sono Sacerdote e stamattina ho fatto il confessore». Vero esempio, anche per molti Preti di oggi.
Colui del quale Von Hertling, ministro degli esteri tedesco diceva: «Quel Pacelli vale più di un’armata!», era prima di tutto uno che dava del tu a Gesù, e viveva faccia a faccia con Lui, già su questa terra, e invitava tutti al suo Cuore, come quando a giovani e ragazzi consacrati a Lui, il 23 novembre 1952 disse: «Oggi è il tempo dell’eroismo e della dedizione completa. Fate di Gesù la vostra vita: trasformatevi in lui, fate che Egli viva nel mondo, servendosi della vostra vita».

Da «Il Settimanale di Padre Pio» del 24 luglio 2016