A volte, in certi momenti di crisi nella nostra vita, siamo provati e oppressi, e forse in pericolo. Eppure Gesù, nostro Signore, rimane là dove noi ci troviamo e arde dal desiderio di donarci Se stesso.
Gesù rimane, ma noi dobbiamo saperci rivolgere a Lui. Solo in Gesù, come in nessun altro, possiamo trovare pace, gioia e coraggio.
Un episodio del Vangelo ci aiuta a comprendere la necessità di non perdere mai Gesù con lo sguardo del cuore.
Lo raccontano tre Vangeli (Mt 14, 22-33; Mc 6, 45-56; Gv 6, 16-21), ma leggiamone solo l’inizio da San Matteo, per poi ritornarvi con alcuni pensieri:

Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.
La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare.

Dunque Gesù, il Signore, è in alto, e prega. Nel raccoglimento dialoga con il Padre al cuore della loro unione divina, e nel suo pensiero infinito trova posto ciascuno di noi.
Lo scenario del racconto è in questa vita. Al giorno succede la sera, fin quando ci si addentra nelle ore della notte.
I discepoli, con Pietro fra loro, si muovono su una barca sopra le acque profonde del lago di Genesaret, chiamato anche Mare di Tiberiade, o di Galilea.
Il vento è contrario e oppone resistenza all’avanzare dell’imbarcazione, sospinta con fatica a forza di remi, tra le onde in subbuglio.
I discepoli sono stati istruiti da Gesù. Istruiti nella conoscenza di Dio e delle sue vie. E hanno ricevuto l’istruzione, in questa sera sempre più inoltrata, di passare da una riva a un’altra.
Ed ecco, il Signore prima raccolto in orazione si fa presente. Dove? Sulle acque stesse. Cosa al mondo mai vista né udita, Gesù cammina sulla superficie del lago, fin quasi a raggiungere le sue creature umane, i suoi discepoli, i figli tutti umani dello stesso Dio Padre.
Dopo l’iniziale spavento dei discepoli, sorpresi dall’apparire di quella figura capace di contendere agli elementi la loro forza, essi riconoscono il Signore e cominciano a rassicurarsi.
Pietro esclama, nella notte, nel vento, nella barca, sopra le onde in tumulto: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque».
Gesù accoglie il desiderio dell’uomo a Lui proteso, e gli dice: «Vieni!»
Pietro scende dalla barca e si mette a camminare sulle acque, andando verso Gesù.
Ed ecco, le acque profonde, il lago, il mare insondabile, oscuro, capace di inghiottire la persona che vi sprofonda priva di soccorso, tutto ciò è vinto dalla potenza di Dio che avvolge un suo figlio, uno di noi, e ne sostiene il passo con una forza miracolosa.
I turbamenti, i peccati anche atroci, il passato, l’incertezza, la malattia anche grave, l’abbandono, la miseria, la solitudine, la tentazione della disperazione: niente di tutto questo può far sprofondare quell’uomo, o quella donna, che si sono protesi verso il Signore Gesù conosciuto nella loro vita, e ai quali Gesù ha detto: «Vieni!», come se altro non aspettasse che di assecondare il nostro desiderio di un miracolo così grande.
Guardare a Gesù con lo sguardo dell’anima, essere interamente rivolti a Gesù con un cuore che vuole avere sete di Lui, che ha sete di Lui, permette di camminare sulle acque in cui altrimenti la fragile creatura umana sprofonderebbe.
Ma soffia il vento contrario. Un vento impetuoso, ribelle, che sta da tempo sollevando i marosi intorno a noi. A chi prestare più attenzione? A questo vento terribile, o al Signore che non smette mai di guardarci perché noi lo guardiamo, di amarci infinitamente perché noi lo adoriamo, di chiamarci perché noi andiamo al suo Cuore e nel suo abbraccio divino?
Pietro vacilla. Non è pronto come lo sarà dopo la Pentecoste, che per noi è la Cresima: la pienezza del dono dello Spirito Santo.

Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Uomo di poca fede, tu, io, perché hai dubitato? Perché hai distolto il pensiero e lo sguardo dell’anima da Cristo Signore? Egli era ed è presente per condividere con te i miracoli più grandi, quelli di cui Gesù stesso è protagonista: la fiducia incrollabile, l’amore, la fedeltà, il conforto, la guarigione delle piaghe dei cuori spezzati.
Il Signore Gesù mi ha ripreso, ti ha ripreso dalla caduta in cui sprofondavamo. Ma abbiamo forse il diritto, o la pretesa, che il Signore debba dirci ancora una volta le stesse parole, «perché hai dubitato»? O che debba tendere ancora una volta il braccio per salvarci, nonostante ci abbia già offerto tutto Se stesso come Signore, Amico, Redentore, Sposo, come Colui a cui guardare e con cui restare? Come il nostro più grande Amore, pensando al quale ogni nostro passo si fa grazia e non caduta?
Gesù ama. Gesù perdona. Ma non diamogli ancora motivo di doverci perdonare. Riflettiamo su chi è Gesù, e doniamogli ogni nostro respiro, con un cuore mai sazio della sua presenza.
Pietro e i discepoli avevano il Signore incarnato nel loro tempo, davanti agli occhi del loro corpo. Noi possiamo ospitarlo dentro di noi se siamo in grazia di Dio, e non smettere di guardarlo al centro della nostra anima, nel profondo del nostro cuore.
E dove c’è Gesù, là c’è Maria Santissima, il cui Cuore Immacolato è unito al Sacratissimo Cuore di Gesù.