Le nuove chiese sono spesso costruite mettendo in pratica (con qualche secolo di ritardo) i principi eretici del protestantesimo

di Andrea De Mao Arbore

“Si ordina che tutti gli altari siano rimossi e demoliti, che le nuove mense eucaristiche, abbandonata la parete orientale, siano poste in qualche altro luogo adatto e conveniente; che tutte le balaustre rimosse e che il pavimento di qualsiasi presbiterio venga livellato alla pari con il resto dell’aula; che i candelabri siano tolti dalla tavola eucaristica e non vengano più usati; che tutti i crocifissi, le croci e tutte le immagini e i dipinti di una o più persone della Trinità o della Vergine Maria, e tutte le altre immagini di santi o iscrizioni superstiziose siano eliminate e cancellate e che non ne vengano introdotte di nuove… Che tutti gli organi, con le loro casse e cornici, siano rimossi e non più reintrodotti e che le cappe, i piviali, i paramenti, le croci processionali e i fonti battesimali, siano ugualmente eliminati.”

LA RIFORMA PROTESTANTE: UNA MANOVRA TEOLOGICA E POLITICA, NON DI POPOLO

Questo documento confermava ciò che è noto: la povertà delle chiese, la scialba e disadorna apparenza dei loro interni, le superfici ammutolite dei muri, il tacere dei simboli, non furono dovuti ad un movimento popolare, non vi fu alcuna necessità di fede che potesse mai spingere il popolo dei credenti ad un impoverimento della vita.
La Riforma Protestante non fu un moto di popolo, ma una manovra teologica e politica che godette del sostegno delle autorità. Già, perché il documento sopra citato è l’estratto di un’ordinanza del Parlamento d’Inghilterra volta a rafforzare l’avanzamento della Riforma Protestante nel regno britannico, ed emanata il 9 maggio del 1644, non certo il decreto di qualche vescovo nostrano di quarant’anni fa. Ho usato appunto il passato remoto per evitare che la descrizione si confonda con quanto è accaduto da noi negli scorsi anni Settanta.
Ed in effetti non si può negare che il prototipo di buona parte degli adeguamenti liturgici e di quasi tutte le nuove chiese, quelle strane, quelle aniconiche, quelle passate in varichina, quelle della CEI per intenderci, risieda stabilmente nel modello di chiesa proposto e imposto dal clero luterano, o diversamente eretico, ai cristiani del Nord Europa all’indomani della Riforma Protestante. Non c’è un solo punto del programma marcato CEI, simile del resto a quello di tante altre conferenze episcopali, che si discosti sostanzialmente da quel modello.

LA CEI APPLICA IL PROTESTANTESIMO?

L’eliminazione degli altari a muro, la fabbricazione dei nuovi altari a forma di tavola, la negazione dell’oriente liturgico, la scomparsa del tabernacolo alla vista dei fedeli, il diradamento delle immagini, la centralità dell’ambone: la prassi scritta e costruita che si è affermata all’indomani della Riforma Liturgica ha seguito per filo e per segno quanto aveva attuato e comandato la Riforma Protestante. Eppure in quel contesto ormai storicizzato ognuno di quei comandi, ognuna di quelle modifiche, obbediva a qualche articolo di fede caratteristico di quelle eresie.
Il tabernacolo doveva scomparire poiché non si doveva più credere alla permanenza sacramentale; l’altare spogliarsi del ricordo del Calvario e alludere alla sola tavola del cenacolo per rimarcare l’irripetibilità del sacrificio della Croce; le balaustre distrutte come riflesso della cessazione dell’ordine sacro, il sacramento che distingue i religiosi dai laici fu eliminato dalla teologia protestante; l’ambone doveva acquisire centralità per la centralità attribuita alla Scrittura. C’è da chiedersi quanto questo effetto sia consapevolmente servito da esempio ai riformatori ecclesiastici nostrani. Mutate le nostre chiese, quanto sono riusciti a mutare la nostra fede?

Titolo originale: La Riforma e i templi di oggi: quante somiglianze
Fonte: Il Timone, novembre 2016 (n.157)
Pubblicato su BastaBugie n. 485

Fonte per Lucechesorge:
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4508