Buona Epifania a tutti voi. Miei cari, siamo negli ultimi tempi e tra non molto dovremo lottare per la sopravvivenza, non solo di noi stessi, ma soprattutto della fede cristiana. Tuttavia, dato il giorno di grande Festa, vi propongo un racconto umoristico dei miei, seguito dalla versione inglese. Appartiene ai bei tempi, per così dire, in cui la società era atea, mentre oggi è anticristiana. Potete diffonderlo in internet se volete, citando la fonte. Divertiamoci onestamente finché possiamo…

La bella belva

Chi sostiene che una bella sia andata in moglie a una bestia, come favoleggia tra gli altri Charles Perrault, dice una bella bestialità.
Non è mai esistita una bestia maschio dai modi urbani e dal vestire impeccabile, ritta su due piedi e con l’idea fissa di sposare una bella, senza che gli importi se pure la bella abbia modi urbani e sappia stare ritta su due piedi.
Ci sono pervenute invece le prove certe che una bella belva (umana) abbia stretto vincoli matrimoniali con un omo bestia, una povera bestia.
L’omo bestia possedeva una megafabbrica di candele di sego, e andando gli affari a gonfie vele per l’impegno da lui profuso, lo si sarebbe detto certo il miglior partito per le belle belve della vallata.
In quanto omo era ufficialmente sposabile, in quanto povera bestia era sentimentalmente cedevole. E la bella belva lo conquistò.
La bella belva convinse poi il marito a favorirla, con la potenza dei quattrini, nella carriera di presentatrice televisiva di programmi spettacolo. Era ovvio che una volta divenuta celebre, la bella belva, beniamina del pubblico anche per la rinomata soavità, cercasse la prima occasione di una colpa imperdonabile dell’omo povera bestia sposato.
Il grande giorno infine arrivò. In una sera del mese di marzo, quando già l’aria s’intiepidiva e il pesco fioriva, quel fiore di giovane femmina impastato di carne e televisione colse l’omo povera bestia in una colpa senza rimedio.
L’omo suo cercava con delle maniere un po’ da semplicione di tenerla buona, di vezzeggiarla, di adularla. Disgrazia volle che quella sera, trovandosi la coppia nei pressi della fabbrica delle candele di sego, la bella belva si lagnasse perché non era sicura di poter mantenere con lui lo stile di vita adatto al suo prestigio. Al che l’omo suo fece un largo gesto verso la fabbrica e la rassicurò: «O mia diletta, ma sai che in tempo di prosperità le candele di sego portano ricchezza, e in tempo di ristrettezze le si può anche mangiare?».
Non l’avesse mai detto! Di lì a poco fu esposto dinanzi al ligio magistrato civile il caso di un’insanabile incomprensione per i sentimenti della sposa e dunque di un’evidente incompatibilità di carattere. Il magistrato, l’avvocato di grido della bella belva e i giornalisti fecero uno spezzatino del grossolano omo bestia, le cui risorse vennero spremute nelle grinfie della divorziatrice.
La bella belva, trascorso breve tempo in una privazione affettiva rivelata con struggenti interviste, tra tutti i nuovi partiti che se la contendevano scelse il più ambito: un minestrone.
Di quel minestrone i commentatori esaltavano coralmente l’abilità politica, l’incalcolabile patrimonio acquisito a colpi di genio, le qualità di carattere e l’irresistibile magnetismo dispiegato nelle relazioni. Si circondava sì di strettissimi collaboratori, persone di assoluta fiducia, ma ogni linea di condotta risaliva a lui, il Minestrone dal prestigio degno d’ammutolita riverenza. A dargli gloria era non meno d’altro la sua composita, profondissima coltura, che spaziava per i campi più vari e più vasti. Di quale pasta fosse fatto, solamente le prime personalità della nazione potevano a stento arrivare ad intuirlo.
Dunque che cosa valeva, malignavano trasversalmente certe firme del giornalismo e voci dell’alta società, un’avvenente promessa dello spettacolo a paragone di una tale grandezza? Una grandezza cui per nulla s’attagliavano le categorie e misure della comune umanità.
La bella belva, ripassata in padella nuziale e televisiva, dal centro della padella improvvisava mille moine, teatrini e balletti. Intanto però il manico della padella restava saldamente in mano ai consiglieri dell’opinione pubblica. Altre bellezze, non meno belluine e soavi, insidiavano il suo primato, e a tutela del suo destino doveva nuotare a estenuanti bracciate sulla cresta dell’onda. Per giunta non poteva sapere chi lei fosse, quanto valesse e che cosa la attendesse se non dal giro dei commenti e delle dicerie.
L’ineguagliabile Minestrone con cui era convolata a nozze non restava insensibile agli stimoli che si potevano cogliere nell’aria. Anzi, a poco a poco andò scemando il bollore sperimentato un tempo al suo interno per il fascino della bella belva. La bella belva cominciò ad accorgersi, con viva apprensione, che almeno guardando le cose in superficie, il Minestrone si manifestava anche nei suoi confronti in maniera praticamente appiattita, priva di slancio. E lei sudava freddo, impressionata da tanta tiepidezza.
“Che ne sarà del nostro grande amore? Dovrò rimettermi sul mercato?” si sorprese a pensare una sera, e sospirò.
I consiglieri più intimi del potentissimo Minestrone si ponevano in mezzo fin dai tempi della firma del contratto matrimoniale. La stessa bella belva comprendeva l’opportunità d’un intermediario, almeno nelle circostanze e nei tempi in cui più si percepiva la vertigine delle altezze del Minestrone. Ma le distanze si facevano ormai sempre più marcate, via via che le malelingue invidiose erodevano l’immagine della bella belva. I consiglieri si interponevano con peso e influenza crescente. E anche quell’allentamento nel connubio con il Minestrone trapelò, prestandosi a rendere più velenose le malignità.
La bella belva intanto aveva raggiunto il culmine della sua carriera, essendo la prescelta per condurre la trasmissione domenicale Il Baraccone. In quel giorno, una torma di mangiapane televisivi armeggiava davanti e intorno alle telecamere di servizio, mentre un numero incalcolabile di teleutenti impastoiati pascolavano con gli occhi in quel video, chiusi nei loro appartamenti.
Alla giostra de Il Baraccone sfilavano i grandi protagonisti, gli imperdibili. I teleutenti potevano sorbirsi un giorno Roberto Secchioni, con la sua strepitosa canzone vincitrice del Festival Vociatroci. Quella cioè in cui travolgeva gli ascoltatori prima chiamando «bastardi» delle persone e poi ripetendo, per la gioia opaca di tutti, «amore», «amore», «amore».
Oppure era il turno di Renzo Banchi, il Monaco Postconciliare, il quale, vestito col panciotto (la cravatta la riservava per occasioni meno democratiche), asfissiava potentemente i gonzi parlando di se stesso, di chi era, da quando lo era e come lo era diventato.
Un’altra occasione ghiotta poteva essere l’aggiornatissimo, navigatissimo politico post-confessionale, Pierferdinando Nasini. Su di lui era scesa, o piuttosto salita da sotto, l’illuminazione di un grande ideale, un progetto catartico per la sua e nostra Patria. Cioè a dire il Partito dei Moderati, da farsi praticando la dizione teatrale e raccogliendo manciatine di consensi qua e là.
La sposa del Minestrone aveva sempre tenuto con maestria le redini de Il Baraccone, e tutti, uomini e animali, si deliziavano di lei come d’un nettare. Questo ora cominciava a non essere più vero. Degli infiltrati di tanto in tanto si piazzavano sotto i riflettori, ospiti a tu per tu con la bella belva, e di punto in bianco buttavano là poche ma feroci parole a suo riguardo. Lei stessa perdeva visibilmente smalto e disinvoltura. Una domenica, in diretta, fece la sua prima papera, e quello fu l’inizio della fine.
Doveva dire, in scioltezza: «Siamo tutti entusiasti per questa gara di beneficienza!», ma esclamò invece: «Siamo tutti entusiasti per questa gara di bendeficienza!».
Alla papera inaugurale ne seguirono altre, come minimo due per puntata. L’aria inspiegabilmente avvilita della presentatrice, o i suoi discorsi inconcludenti, gelavano spesso l’atmosfera della trasmissione, il cui pubblico casalingo si riduceva paurosamente. Telefonate dalla presidenza dell’ente televisivo, volte a mettere la bella belva bonariamente in guardia, ottenevano il solo effetto di terrorizzarla. E nell’immensa villa condivisa con il Minestrone, questi quasi non le concedeva più compagnia, freddamente schermato dai consiglieri sotto pretesto d’un impegnativo lavoro diurno e notturno.
Una lite in diretta televisiva segnò la definitiva uscita di scena della bella belva. La più famosa stilista del Paese, Pinca Strass, solita assestare stilettate a chi le capitava a tiro, era ospite quella domenica a Il Baraccone. Comparve nell’ora di punta e cominciò a bersagliare la bella belva, fino a farle perdere le staffe… poi l’affondo: «Poverina, lo sanno tutti ormai che il Minestrone non ti ama più!». Si presero per i capelli, si graffiarono, venne oscurato il video e subentrò la pubblicità.
A tarda sera la bella belva rientrava a casa sbatacchiata, già con la notizia che il suo contratto milionario per Il Baraccone domenicale era sciolto. Provò ad avvicinarsi alla zona della villa frequentata dal Minestrone col presidio di consiglieri e collaboratori. Davanti a quella porta interna stava Lupo Ultracane in persona, detto Lupo il Grande, Primo Consigliere del Minestrone. Accanto a lui un gigante vestito di nero e con guanti di pelle nera. Aveva accanto due grosse valigie squadrate, una per lato.
Lupo il Grande degnò la bella belva appena d’uno sguardo e le porse un messaggio ufficiale, in cui si notificava che la bella belva era caduta in disgrazia presso il Minestrone, e doveva andarsene per sempre quella sera stessa. Il Primo Consigliere fece un gesto verso l’uomo vestito di nero e rientrò nelle stanze segrete del Minestrone, chiudendosi dietro la porta a chiave.
La bella belva, che ovviamente era bionda, con i capelli ancora scarmigliati per l’intervento di Pinca Strass guardò supplice l’uomo in nero. L’uomo in nero taceva. Ma poi raccolse le valigie e con un cenno del capo indicò alla bella belva di seguirlo.
Non crediate però che la bella belva sia caduta in disgrazia con il mondo intero! Le valigie contenevano per liquidazione banconote del più grosso taglio, ficcate dentro così fitte da formare una ricchezza enorme. Con quelle la bella belva avviò una catena di locali per il gioco d’azzardo e un’altra di centri estetici. Da allora non ha evaso un solo centesimo di tasse, e un po’ tutti la guardano con occhio benevolo. L’azzardo e le prestazioni estetiche a oltranza rientrano infatti a pieno titolo nei compiti educativi di Mamma Stato.
Soltanto, non chiedetele: «Che si mangia ora, dopo le candele di sego e il minestrone?». Non volete, vero, una riedizione della rissa televisiva? Pensateci bene: potreste non avere neppure metà della forza selvaggia della bella belva, per stagionata che sia, e ora lei è pronta a darvele anche per strada.

Inedito di Isidoro D’Anna. Tutti i diritti riservati, a parte la pubblicazione in internet, a condizione di citare la fonte.

The Beautiful Beast

They who claim that a belle was taken for wife by a beast, as Charles Perrault narrated among others, are really making a beastly mis-statement.
There has never existed a male beast of urbane manners and impeccable attire, standing on two feet and with a fixed idea of marrying, who would not want to know if the belle had urbane manners, was dressed impeccably and indeed could stand on two feet.
Rather, we have indisputable proof that a bestial man, indeed a poor beast, was caught in a marital trap by a beautiful beast. So came together the beautiful beast and the poor beast.
The bestial man owned a megafactory of tallow candles and, since the business was thriving thanks to his frantic commitment, he was considered the best match (or catch) for any of the beautiful beasts in the valley. His quality of being a man rendered him officially fit for marriage, and as a poor beast he was sentimentally accommodating. So the beautiful beast conquered him.
The beast beautiful persuaded her poor beastly husband to help her, by the power of his money, in her career of TV show presenter. Of course, having once attained celebrity, the beautiful beast, now loved by the public and renowned for her sweetness, sought hard to find some unforgivable wrong committed by her poor animal husband.
The fateful day finally arrived. One evening in March, as the air was warming up and the peach tree was coming into blossom, that flower of young female, a mix of flesh and television, caught the poor man in an inexcusable fault.
Her man always did his best to keep her quiet, to fondle and flatter her, although with rather a simpleton’s manners. That evening, the couple were standing a few steps from the tallow-candle factory, and the beautiful beast was complaining that he could not ensure a lifestyle fit for her new prestige. At which her man started, but then made a wide gesture towards the factory and spoke reassuringly:
“Oh darling, don’t you know that in time of prosperity tallow candles bring wealth, while in time of scarcity we could even eat them?”
Oh that he should never have pronounced such words! Within a short while, the case was put before a dutiful civil magistrate, and it revealed the husband’s incurable lack of understanding of his spouse’s feelings and therefore an evident incompatibility of character. The magistrate, the famous lawyer called into action by the beautiful beast and journalists, made mincemeat of the boorish bestial man, whose possessions were squeezed into the divorcing female’s clutches.
The beautiful beast, allowing an appropriately short time to elapse, carefully revealed her sentimental deprivation in tormented interviews. Getting back on track, she chose, of all her possible suitors, the most promising one: a vegetable soup.
Commentators unanimously exalted the political shrewdness of that Vegetable Soup, the inestimable patrimony gathered by dint of brainwaves, the qualities of his character and irresistible magnetism seen in all kinds of relations. He had a retinue of very close collaborators, people of absolute reliability, but every line of conduct went back to him, the Vegetable Soup whose stature demanded dumbfounded reverence. His wide, in-depth culture added to his glory, as it covered vast and various fields. What his stuff could be was comprehensible only to the most outstanding personalities of the nation.
In comparison to such greatness, how much lower lay even the most beautiful beast of show business – so of course she was fair game for gossip by big names in journalism and high society. The greatness of this Vegetable Soup couldn’t possibly be adapted to the categories and measures of common mankind.
The beautiful beast, while gyrating in the nuptial and television pan where she usually fried, improvised a thousand simpers, plays and dance steps. Yet at the same time the pan handle remained in the firm hold of public opinion persuaders. Other beauties, no less beastlike and sweet, undermined her primacy so, to defend her destiny, she had to swim with exhausting strokes on the crest of a wave. Besides, only by following every comment and rumour could she find out who she was, how much she was worth and what awaited her in the future.
The unrivalled Vegetable Soup she was married to did not remain insensible to the stir going on all around. In fact, the heat gradually began to subside that was once provoked within him by the beautiful beast’s charm. She realized, with painful anxiety, that at least superficially her Vegetable Soup now appeared flat, unenthusiastic. And she bathed in cold sweat, scared by such tepidness.
‘What will become of our great love? Is it time again to place myself on the market?’ she surprised herself thinking one evening, and sighed.
The intimate advisers of the mighty Vegetable Soup had interposed regularly between husband and wife ever since the signing of the marriage settlement. The very beautiful beast realized it was convenient having some intermediary, at least at those times when the Soup’s giddy heights were especially daunting. But the distance between them was becoming more and more marked, as envious backbiters attacked the beautiful beast. The advisers made themselves heard with growing weight and influence. And even the cooling of the Vegetable Soup leaked out, which gave a nasty taste to the malicious gossip.
In the meantime, the beautiful beast had reached a new peak in her career, being appointed to present the popular Sunday show, Circusfreak. That day each week, a swarm of television bread-eaters busied themselves on the relentless cameras, while innumerable shackled televiewers digested this telefodder, safely surrounded by their domestic walls.
In the spotlight of Circusfreak paraded the glorious protagonists, those individuals our society will always churn out and celebrate with. For example, one fortunate day, televiewers could lap up the poetry of singer–songwriter Louis Oldskin, who had just triumphed at the WVF or Wearisome Voices Festival. In his song he enraptured the audience first by calling some people ‘bastards’, and then by repeating “love, love, love”, which filled just about everyone with joy.
Or maybe it was the turn of the Ultimate Monk, who, wearing a nice waistcoat (he reserved neckties for less democratic occasions), asphyxiated the nitwits as he spoke about himself, illustrating who he was, since when he was it and how he had become it.
Another source of ear candy was the remarkably updated, wordly-wise, post-Christian politician. On him had descended, or rather ascended from deep underground, a stupendous insight and ideal, a cathartic project for his and our country. That is, the Party of the Moderates, to be promoted by practising theatrical diction and gathering a little consensus.
The spouse of the Vegetable Soup held the reins of Circusfreak in a masterly manner, and everybody, people and animals, took delight in her as if in delicious nectar. But then things began to change.
From time to time, some infiltrators plonked themselves on the show’s legendary sofa and out of the blue they came up with some needle-sharp words about the beautiful beast. Not only this, but she was visibly losing a good deal of her shine and self-assurance. One Sunday she made her first slip in live broadcast, and that was the beginning of the end.
She was supposed to say, with impressive fluency: “We’re all enthusiastic about this benefit performance!”, but instead she said: “We’re all enthusiastic about this benefit deformance!” The whole studio seemed to tumble down on her.
The inaugural slip was followed by others, at least two in every new show. The now strangely dejected air of the presenter, or her ever more pointless speeches, often froze the atmosphere of Circusfreak, whose domestic followers were dispersing in alarming numbers. Phone calls from the head office of the broadcasting company, amicably warning the beautiful beast, had only the effect of terrorizing her. And in the huge villa she shared with him, the Soup almost never granted his company to her any more. He was coldly shielded by his advisers, on the pretext that the Vegetable Soup was absorbed by his high duties.
A live broadcast row marked the inevitable departure of the beautiful beast. The most famous stylist in the nation, Guyess Rhinestone, who delivered jibes at anybody within her reach, was the guest star of Circusfreak on that evening. She appeared at peak time and very soon began to bombard her hostess. Then came the hardest blow: “Poor thing, by now everybody knows the Vegetable Soup doesn’t love you anymore!” The beautiful beast lost her temper, they grabbed each other by the hair and exchanged scratches, the video was blacked out and some ads followed almost immediately.
Late that evening, the beautiful beast came home the worse for wear, already knowing her multimillion contract for Circusfreak was dissolved. She tried to approach the part of the villa frequented by the Soup with his gang of advisers and collaborators. But before the passage door stood Wolf Ultradog in person, known as Wolf the Great, Chief Adviser of the Vegetable Soup. Nearby towered a giant wearing black suit and gloves, and keeping watch over two large square suitcases, one at each side.
Wolf the Great hardly deigned to look at the beautiful beast, and merely handed her an official message. This notified the beautiful beast that she had fallen into disgrace with the Soup, and had to forever leave that very night. The Chief Adviser nodded to the giant in black and retired to the Soup’s secret rooms, locking the door behind him.
The beautiful beast – who by the way was blonde – with her hair still ruffled by Guyess Rhinestone’s intervention, cast an imploring glance at the man in black, who remained silent. He picked up the suitcases and beckoned her to go after him.
But please don’t suppose that the beautiful beast lost the whole world’s favour! The suitcases were crammed with banknotes of the highest denomination as a retirement bonus, which gave her huge wealth. With the money, the beautiful beast arranged a chain of gambling halls, and another of beauty salons. She has never evaded one cent of tax and is generally regarded with benevolence. Were it not for the beautiful beast, let’s admit it, the national revenue would be in a sadder state, and the nation’s beautiful beasts would be less well adjusted.
Only don’t ask her: “What’s next then, after tallow candles and vegetable soup?” You don’t want another row like that last one, do you? Please reflect: you mightn’t be half as ready for it as the seasoned, beautiful beast.

Taken from Isidoro D’Anna, A Book of Curious Tales, CreateSpace. All rights reserved. It can be republished on the Internet, as long as the source link is mentioned.