La solitudine non è un bene, ma il suo significato davanti al mondo e davanti a Dio è completamente diverso.
Per il mondo, la solitudine è da condannare perché rappresenta il rifiuto della sua falsità, il ritirarsi dai suoi rapporti basati sul degrado e sul potere. Titolava emblematicamente, anni fa, uno dei giornali più venduti in Italia: «La follia dei solitari». Un marchio a fuoco, un’espressione di odio bruciante verso coloro che non hanno accettato di conformarsi e unirsi alla massa, sotto la guida di capi malvagi.
Il Signore Gesù invece di condannare semplicemente la solitudine ci invita ad uscirne, con le sue parole sublimi (Gv 12, 24): «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
Davanti al mondo, ciascuno di noi è solo qualcuno da schiavizzare, da abbassare nel fango. Davanti a Dio, che ci ha creati, tu e io abbiamo una grande fecondità di vita nascosta nel profondo di noi stessi. Quando spostiamo lo sguardo dal nostro nulla egoistico alla pienezza divina di Gesù, allora muoriamo a noi stessi e al mondo, e nasciamo a vita nuova, vita eterna.
Gesù ha anche detto (Gv 10, 10): «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Quel ladro che ci deruba, uccide e distrugge sono i nostri nemici: il mondo, il diavolo e la carne, e la falsa Chiesa che ha sposato la logica del mondo. Gesù invece è il vero Sposo della nostra anima, del nostro cuore, Colui che riporta la nostra umanità alla vera e unica Fonte, Dio stesso.
La solitudine si può sconfiggere non moltiplicando i rapporti superficiali, ma entrando innanzitutto in rapporto con Gesù nostra Vita (cfr. Col 3, 4). Solo Gesù vince la solitudine, donandosi a noi e rimanendo con noi. Nessun altro uomo può restare con un suo simile e donargli la pienezza di vita, se non quell’uomo, Gesù, che è vero uomo e vero Dio.
I mondani sono affamati di rapporti, compagnie e amicizie falsi. In realtà non stimano le persone che hanno accanto, ma l’una vale l’altra, così come loro stessi, per i loro compari, non valgono più di un altro conformista. Quanto ai giusti e ai santi, per i mondani non sono l’oro dell’umanità, ma la spazzatura da calpestare e perseguitare, o nel migliore dei casi da trattare con indifferenza.
I veri fedeli sono invece sempre ricchi di Cristo, della sua presenza reale nel loro cuore, nella loro anima, nella loro vita. In ogni momento stanno con il Signore Gesù e non sono mai soli, anzi, quando incontrano un’altra persona non vengono a mani vuote, ma portano Gesù. E così nascono rapporti, compagnie e amicizie veri e benedetti da Dio.
Certo, un conto è vivere da giusti, più o meno, e un conto da santi. Riguardo ai Santi, la Beata Elisabetta della Trinità afferma: «Mi sembra che i Santi siano delle anime che ad ogni istante “si dimenticano”, che si perdono talmente in Colui che amano, senza ritorni su se stesse, senza rimpianti delle creature, da poter dire con San Paolo: “Non sono più io che vivo, è Gesù Cristo che vive in me”» (Scritti, Ed. OCD, p. 307).
Tuttavia, la vita fiorisce già nei giusti, quelli che iniziano a osservare i Comandamenti, ad avere Gesù e quindi Dio e la Madonna dentro di loro e a portare una Compagnia così bella e necessaria ad ogni persona.
Entriamo dunque in questo santo cammino di confidenza con il Signore e la Madonna. Tendiamo la mano agli altri, in particolare a quelli che non sono induriti dal cinismo, ma feriti da un mondo che non riescono ad accettare. Formiamo cenacoli di preghiera, prendiamo iniziative a favore della fede e della vita umana. Questa è la strada sicura, e la Divina Provvidenza, se veramente la serviamo, non ci farà mancare dei buoni collaboratori.