Esprimersi nella propria lingua, fosse anche solo il dialetto, è fondamentale per dare un senso alla vita. La persona che ritrova se stessa trova anche, malgrado tutto, l’amore per la sua patria, e comprende di parlare una lingua unica al mondo. È il linguaggio della nostra storia, delle nostre tradizioni, dei nostri affetti.
L’inglese ha fatto un’entrata prepotente nella società italiana. Era già così ai bei tempi andati della società atea, quando c’era ancora da qualche parte un rimasuglio di normalità e buon senso. Allora poteva sembrare che l’Italia dove si diceva tranquillamente “Okay” e “Buon weekend” fosse una bonaria italietta, un’ordinaria repubblica delle banane.
Oggi, stiamo invece sprofondando nell’incubo che satana aveva preparato per noi nella sua mente perversa, scegliendo per realizzarlo una nuova generazione di politici. Si tratta della «distruzione dell’idea stessa di Cristianesimo», come trapelava già nell’Ottocento dagli scritti della Carboneria, associazione di stampo massonico.
Per distruggere completamente la fede di una persona, di un popolo, bisogna distruggere anche tutto quello che le persone hanno di umano. E tra questo ci sono anche la cultura, l’amor di patria, il ricordo del nostro passato.
A inizio febbraio 2017 sono stati diffusi dei dati sull’ignoranza abissale degli studenti che arrivano all’università: il 70% non è in grado di capire un testo adeguato alla loro età e al grado di istruzione raggiunto. Centocinquant’anni di dominio ateo-massonico, dall’unità d’Italia ad oggi, hanno potuto anche questo. Televisione, internet superficiale, vizi e perversità diffusi con insistenza martellante, libri di scuola infarciti di menzogne e cose turpi, e una Chiesa avvelenata dal “dialogo col mondo”: in questo contesto quale giovane può reggere, se non i figli di pochissime famiglie fedeli?
La funzione dell’inglese si rivela per quello che è nel progetto dei potenti: un mezzo per farci perdere la nostra identità, appartenenza, dignità. Uno stupido intercalare per ricordare a noi stessi che dobbiamo lasciare per sempre da parte i Santi, i letterati e i pensatori che hanno fatto grande l’Italia.
La nostra nazione, agli occhi di Dio, era la prima fra tutte, benedetta persino con il dono di ospitare il cuore della Cristianità, nella Roma che fu dei Pontefici prima di cadere in mano alla massoneria e ai liberali del Regno di Sardegna.
Oggi, questo inglese insensato, che non rende giustizia nemmeno alla vera cultura anglosassone, arriva dovunque. Se ti rivolgi a un ospedale, può capitarti che le scimmie nella posizione di decidere abbiano chiamato “front office” l’ufficio ricezione. Se si manda un collegamento internet a qualcuno, ci si precipita a definirlo un “link”. Il governo italiano, quando ha preso una serie di provvedimenti per riformare il mercato del lavoro, li ha riuniti sotto il nome di “Jobs Act”. Gli stessi credenti, quelli di maggioranza, nel 2016 hanno indetto non una “Giornata della Famiglia”, ma un altro “Family Day”, non rendendosi conto, forse, che così la famiglia viene banalizzata, più che mostrata nella sua vocazione di santità.
È inevitabile e anche socievole adoperare qualche parola straniera, ma l’uso che se ne fa attualmente trasforma quelle e le nostre in ciance. Poi non va dimenticato che l’italiano è una lingua di pregio, e se lo parliamo e scriviamo correttamente ne guadagniamo anche in dignità personale.
A chi o a che cosa ricorrere per rimediare? Certamente ai libri spirituali, la Bibbia innanzitutto, nelle versioni meno adulterate possibili. E poi anche alla buona compagnia delle persone che non si lasciano andare, perché sanno che gli uomini e le nazioni devono conquistarsi il loro posto nella storia.