Ormai la gran parte della Chiesa Cattolica, e quindi del mondo, è ridotta a uno sterminato verminaio spirituale. Se avete notato i segni di questo fenomeno, difficilmente vi stupirà ciò che stiamo per raccontarvi del Terz’Ordine Francescano secolare in Umbria. Sì, proprio nella terra di San Francesco d’Assisi, che diede ai laici la possibilità di vivere la sua spiritualità riunendosi nel Terzo Ordine.
Veramente il racconto, che poi è un resoconto, risale a più di dieci anni fa. Da allora è trascorso diverso tempo, e pensiamo, anche se non ci scommettiamo, che quella fetta di verminaio si sia ancor più guastata.
D’altra parte, non vogliamo neppure deprimere i lettori. Quindi vedremo di mettere nella nostra narrazione una buona dose d’ironia, tanto per tenerci su. E comunque cercheremo di essere sintetici.
Il primo incontro ravvicinato, non del terzo tipo ma del Terzo Ordine, avvenne nella città dove il povero protagonista della storia risiedeva, in casa della capa francescan-secolare cittadina, una nubile d’animo veramente nubile.
La capetta intrattenne un po’ l’ignaro e giovane candidato, il quale era in cerca di Verità più che di avventure. Il malcapitato aveva girato poco nella sua vita, indi per cui la capa lo redarguì, con santa carità: «Non sei stato manco ad Assisi?». E gli espresse reiterate lamentele circa le proprie croci, anche se del Cireneo le bastavano le orecchie rassegnate all’ascolto. Bisognava poi fare i bravi ed evitare certe uscite orgogliose come quella della signora che era così sbottata, più o meno: «Ma io sono un’intellettuale… che ci faccio qua dentro?», e aveva mollato per sempre la combriccola.
Ora, l’uscita orgogliosa tradiva, a ben pensarci, non solo l’orgoglio, ma anche l’insensatezza di restare nel Terz’Ordine di quella città, uno sparuto gruppetto di donne attempate, che si riuniva all’insegna della tiepidezza e dello squallore.
Poi c’era il grado superiore, la “fraternità” regionale, che rappresentava la “crema” di quelli delle varie città, e quindi il superdistillato, la “fraternità” nazionale, la crema delle creme. Ovviamente esiste anche il livello internazionale, ma non facciamoci venire il mal di pancia.
Ogni “fraternità” doveva sborsare soldi per aiutare la “fraternità” di livello superiore. Aiutarla in che cosa? Intanto, a perpetuarsi.
Adesso vi raccontiamo due incontri del Terz’Ordine, uno regionale e uno nazionale. Il protagonista della storia se li è sorbiti entrambi.
Uno avvenne a Rivotorto, dove sorge un Santuario che custodisce il Sacro Tugurio, nel quale San Francesco trovò dimora con i suoi primi compagni.
Secondo quanto annunciato, quel giorno si sarebbe trattato di un ritiro spirituale. Infatti il nostro fu costretto a partire molto presto per essere lì di prima mattina, e venne “rilasciato” dal fraterno abbraccio della capa regionale solo verso sera.
In tutto il giorno, non si pregò una sola corona del Rosario. Al nostro che insisteva su questo, la capa regionale rispose, con aria misera ma non pentita, che chi voleva poteva pregarlo da solo. Ma quando, se tutta la giornata la si dedicava al “ritiro”? E questo è già un segno decisivo che non eravamo tra cattolici, ma neppure tra francescani, perché San Francesco d’Assisi era profondamente devoto alla Madonna. I Francescani dell’Immacolata, devastati dalle persecuzioni di Bergoglio, sono non una variante, ma la naturale evoluzione del Francescanesimo. In quelli che Don Alessandro Maria Minutella, prete coraggioso, chiama I tempi di Maria (titolo del suo ultimo libro), anche i Francescani devono essere dell’Immacolata.
In un ritiro in piena regola, non poteva mancare un sacerdote. Ed eccolo, un frate proveniente dalla Polonia ma che parlava molto bene l’italiano. I suoi discorsi “formativi” erano delle tirate allucinanti, con poco o nessun senso. Ma il personaggio si rivelò soprattutto in altre due fasi del “trattamento”: il pranzo e la Comunione. Per pranzo, fece un apprezzamento osceno riguardo a una giovane donna non presente, e raccontò ai commensali, con un mezzo ghigno, che in una certa occasione gli era venuta «voglia di bestemmiare». Poi ci fu la Messa, e al momento della Comunione il celebrante polacco mise sull’altare della liturgia riformata, la tavolona di derivazione protestante, un calice che si presumeva contenesse il vino transustanziato, e quindi il Sangue di Cristo; dopodiché invitò i presenti a prendersi ciascuno da sé un’Ostia, a intingersela nel calice e a consumarla. Arrivato il turno del nostro, il frate o “Padre” venuto da lontano fu condiscendente e accettò di dargli lui la Comunione.
Il nostro, bisogna dire, avendone viste di cotte e di crude già da un certo tempo, era a volte un po’ sospettoso. E gli è rimasta l’impressione che quel sacerdote polacco neppure credesse in Dio, anzi che magari fosse un infiltrato dei comunisti polacchi.
Della capa regionale possiamo ricordare il canto: una voce sonora, ma con un’aria malinconicamente disperata, un po’ come si sente nel raglio di un asino.
C’era anche un poliziotto, del quale poteva stupire, a un certo punto, con quanta durezza parlasse della propria anima, e sembrava che parlasse dell’anima dell’uomo in generale, e volesse manganellarla a puntino.
L’incontro nazionale si tenne a Roma, nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Il malcapitato che riferisce ci arrivò a bordo dell’auto della capa regionale, insieme a un altro personaggio, un frate del TOR, il Terzo Ordine Regolare.
La partenza non fu delle migliori, perché faceva caldo e la capa teneva l’auto sigillata e senza aria condizionata. In più, teneva accesa una radio con la solita musica rivoltante che trasmettono le radio, e anche a un volume piuttosto alto. Fortuna allora essere dei tipi poco calorosi…
Del frate TOR-inese ricordiamo due esternazioni. La prima era il disprezzo per il titolo di “Madonna” riferito a Maria Santissima. «È una parola medievale…» lamentò con aria di superiorità l’uomo in borghese, che poi disceso dalla macchina avrebbe indossato la sua “tenuta” ufficiale. Non risparmiò nemmeno, ai due compagni di viaggio, un’espressione oscena, per la contentezza della capa. Quest’ultima, anzi, durante il tragitto trovò modo di riferire al suo compare, al colmo del divertimento, che una sua studentessa le aveva dichiarato di voler fare la prostituta.
Nella Basilica, c’era o comunque a un certo punto comparve, placido, il Card. Camillo Ruini. Sua interlocutrice di prim’ordine, anzi, scusate, di terz’ordine, era la capa nazionale. Una donna di statura medio-alta, sembrava, a rimirarla da lontano. Aveva i capelli corti, alla maschietta. Una vera milite. Da una rivista di terz’ordine, anzi, scusate, del Terz’Ordine, il nostro s’era fatto un’infarinatura su quelli che dovevano essere i temi del momento. La presidentessa non fece altro che recitare una specie di filastrocca messa insieme con una frasetta per ogni tema. Sembrava proprio di vivere una farsa, con risvolti da verificare nell’aldilà.
Non c’erano inginocchiatoi. Per far spazio ai convenuti, si dirà. Mah. Qualcosa di santo o almeno di buono tuttavia non mancò: una sorella dell’Umbria chiese al nostro di pregare per il figlio che le era morto giovanissimo.
Bisogna dire infatti che non tutti i personaggi coinvolti erano gente barbara. I pesci “buoni” però sembravano imbalsamati o comunque capitati fuor d’acqua.
Tra tutto questo, che pure per voi magari saprà di scandalo, e che per loro sa di gioiosa normalità, ci sarà stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, come si dice. In effetti ci fu e si trattò di un episodio avvenuto nel circolino francescan-secolare della città del nostro.
Erano i tempi d’oro di Osama Bin Laden, il capo terrorista islamico. Oggi, per inciso, sono i tempi d’oro di tutti i terroristi, fatti accomodare in massa, con il loro seguito di popolo e di razza, in Italia e in Occidente. Dunque ecco che a un tratto, nella foga del parlare, la capa cittadina qualificò l’Osama: «Povero pazzo!».
Ora, è vero che quando Nostro Signore ci ammonisce: «Chi gli dice pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna», cioè sarà dannato, si riferisce «al fratello» (Mt 5, 22), e un musulmano non è nostro fratello, perché mancando del battesimo non è cristiano e non ha Dio per Padre. Tuttavia quelle parole della capa erano peccaminose, perché Dio chiama anche le semplici creature umane a convertirsi e a diventare cristiani e suoi figli. Dio ama dunque anche loro.
Il nostro, li per lì, riprese la capa, che reagì stizzita, con l’umiltà tipica delle grandi anime cattoliche e francescane. Allora intervenne rabbiosamente la più giovane delle comari che formavano il gruppetto terziario, fresca di noviziato: «Dire “pazzo” è anche poco!».
Qui termina il racconto del tempo di prigionia trascorso da uno di noi nel teatrino francescan-secolare dell’Umbria e dell’Italia. Al nostro non è mai piaciuto essere una marionetta…