Nella storia della Chiesa abbiamo avuto anche per l’abito prima una crescente consapevolezza e poi il declino, soprattutto nel XX secolo.
Seguiremo, molto in sintesi, il racconto fatto da Don Michele De Santi nel suo libro L’abito ecclesiastico, sua valenza e storia, dove l’autore si riferisce più che altro al clero maschile.
Come sappiamo, dopo la venuta del Signore Gesù i cristiani subirono persecuzioni non per poco tempo, ma per circa tre secoli.
Nei primi secoli (I-V), i sacerdoti non portavano vesti diverse da quelle dei laici. Finché duravano le persecuzioni, era impensabile darsi un segno riconoscibile dal potere imperiale. In più, la veste usata nell’Impero Romano aveva un aspetto molto dignitoso e scendeva all’incirca fino ai talloni.
In Oriente arrivarono i primi abiti diversi da quelli dei laici per iniziativa dei monaci. Con il diffondersi delle comunità monastiche, anche per i preti appariva desiderabile un modo di vestirsi diverso da quello comune.
Le invasioni dei barbari, verso la fine del VI secolo, portarono in Occidente gli abiti più corti tipici di quelle genti. Il clero invece conservò la veste talare romana, ben più decorosa.
Dalle notizie che abbiamo, fu il Concilio di Macon (581) a proibire per la prima volta al clero l’uso di abiti secolari, cioè comuni.
Tuttavia, solo con Papa Gregorio IX (1227-1241) fu stabilito in tutta la Chiesa Cattolica l’obbligo per il clero di indossare un abito proprio.
Gli abiti dei monaci iniziarono a differenziarsi e a prendere una forma stabilita nei secoli X-XI, con la nascita dei nuovi ordini di monaci benedettini: cluniacensi, camaldolesi, cistercensi e certosini.
Ancor più caratteristico di ciascun ordine diventò l’abito religioso con la nascita degli ordini mendicanti, tra il XIII e il XV secolo. Erano per esempio i Predicatori fondati da San Domenico, i Frati Minori di San Francesco d’Assisi, gli Agostiniani, i Carmelitani e i Servi di Maria.
Il Concilio di Trento (1545-1563) ribadì severamente l’obbligo di «un onesto abito clericale». Stabilì anche sanzioni per i disobbedienti, che andavano dalla sospensione alla riduzione allo stato laicale.
Quindi il Concilio di Trento non permetteva di tollerare la disobbedienza, ma imponeva di punire i trasgressori in modo efficace.
Fu il primo Concilio di Milano (1565), presieduto da San Carlo Borromeo, a prescrivere il colore nero per l’abito del clero secolare, cioè per i preti.
Sotto Papa Sisto V (1585-1590) venne indicata nell’abito talare la veste obbligatoria per i preti.
L’uso del colletto diventò legge con Papa Urbano VIII (1623-1644) nel 1624, mentre allo stesso tempo veniva proibito ai laici.
Fino al secolo XIX la Chiesa continuò a ribadire nella sua legge codificata, che è il diritto canonico, l’obbligo della veste talare e del colletto romano.
Il Codice di Diritto Canonico promulgato nel 1917 sotto Papa Benedetto XV prevedeva la sospensione e, nei casi più gravi, la dimissione dall’esercizio delle facoltà di sacerdote, anche se non la riduzione allo stato laicale. Quest’ultima restava possibile solo per i cosiddetti chierici minori, non ancora ordinati sacerdoti. Perciò le norme diventavano meno stringenti rispetto a quelle del Concilio di Trento.
Il primo drastico passaggio alla decadenza avvenne poco dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965).
In un comunicato del 20 aprile 1966, la Conferenza Episcopale Italiana, che è come dire la maggioranza dei vescovi italiani, autorizzò l’uso del clergyman, un abito di origine protestante, in alternativa alla veste talare. Si faceva eccezione per alcuni luoghi e circostanze, per esempio la propria chiesa o l’insegnamento della religione nelle scuole.
Si introduceva così un abito falso, anticattolico, rompendo con la tradizione dell’abito talare, l’unico veramente degno e sacro per il prete. In più, era assurdo quel contrasto fra quando si poteva indossare il clergyman e quando sussisteva ancora l’obbligo dell’abito talare. Roba da prete trasformista, da pagliaccio spirituale.
In sostanza, la nuova decisione spingeva al disprezzo dell’abito talare e della stessa figura del prete.
Un altro cambiamento vi è stato con il motu proprio Ecclesiae Sanctae, che Paolo VI promulgò l’8 agosto 1966. Contiene la disposizione secondo cui il vescovo del luogo o la Conferenza Episcopale «possono proibire ai chierici, sia secolari che religiosi, anche esenti, di portare l’abito laico in pubblico» (I, 25 §2,d: l.c). Questa volta addirittura la norma parla di possibilità, non di obbligatorietà dell’intervento dei superiori.
La situazione di decadenza si è poi fissata con il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983. Adesso, diversamente dal Codice del 1917, il non portare l’abito ecclesiastico non è nemmeno considerato un delitto contro gli obblighi dello stato clericale. Come aveva già stabilito Paolo VI nel suo motu proprio, c’è la possibilità, ma non l’obbligatorietà, dell’intervento da parte dei superiori per correggere chi non porti l’abito ecclesiastico. Inoltre, il canone 284 lascia a ciascuna Conferenza Episcopale il potere di stabilire per il rispettivo Paese quali caratteristiche debba avere l’abito ecclesiastico. Ci si regola a piacimento di una maggioranza di vescovi, insomma.
Con tutte queste innovazioni, i preti vengono dissuasi fortemente dal portare l’abito talare, le sanzioni per chi si veste in borghese sono praticamente inesistenti, e le persone consacrate non possono andar vestite secondo i criteri tradizionali e sacrali della Chiesa, se una maggioranza di vescovi ha qualcosa in contrario.
Nel frattempo sono stati apportati cambiamenti anche all’abito religioso femminile. Si espone sempre più il corpo della religiosa, persona sacra a Dio, invece di custodirlo come una volta avveniva nella Chiesa. Ormai da diversi decenni, si incontrano comunemente suore che mettono in mostra parte dei capelli e delle braccia, e il loro abito a volte scopre le gambe fino a poco sotto il ginocchio. È un modo per spingere le religiose alla ribellione, all’irriverenza e alla perdita della purezza e della castità.
A livello generale, un punto d’appoggio ai cambiamenti lo fornì lo stesso Paolo VI nella Perfectae Caritatis, Decreto sul rinnovamento della vita religiosa (28 ottobre 1965).
In un paragrafo si legge:

17. L’abito religioso, segno della consacrazione, sia semplice e modesto, povero e nello stesso tempo decoroso, come pure rispondente alle esigenze della salute e adatto sia ai tempi e ai luoghi, sia alle necessità dell’apostolato. Gli abiti dei religiosi e delle religiose che non concordano con queste norme, siano modificati.

Si stabilisce dunque che l’abito religioso debba adattarsi anche «ai tempi», altrimenti deve essere modificato. E sappiamo in che tempi di perversità e apostasia ci troviamo.
Papa Paolo VI aveva già davanti agli occhi una società gravemente malata. Senza accorgersene, con certe sue decisioni facilitò l’autodistruzione dell’umanità e della Chiesa.
Il Signore Gesù nel Vangelo dice di essere venuto come «medico» per i «malati» (Mt 9, 12). Ormai, il male ha raggiunto proporzioni mostruose, soprattutto a causa degli uomini di Chiesa. Ma si avvicina il momento in cui chiunque vorrà guarire sarà sanato, e chiunque preferisce il male passerà con la scena decrepita di questo mondo.

Tratto liberamente da Isidoro D’Anna, La forza della Verità, Youcanprint.