Pubblichiamo in alcune puntate un estratto dalla lettera pastorale del Card. Giuseppe Siri intitolata La lingua latina e la lingua italiana nella liturgia e pubblicata il 10 agosto 1958. Alla fine dell’estratto, nell’ultima puntata, offriremo una sintesi del discorso approfondito del Card. Siri. Oggi che nella Chiesa, dall’interno, si attenta al sacramento del Matrimonio, profanando allo stesso tempo l’Eucaristia e la Confessione, forse questo tema può risultare meno urgente. Tuttavia, come la storia ha dimostrato, e come tra le righe profetizzava l’eminentissimo Cardinale, la devastazione della Chiesa ha trovato nella riforma liturgica del 1965 e soprattutto del 1969 uno dei suoi mezzi principali. Leggere queste considerazioni rafforza la nostra fede cattolica, una fede da intendersi senza macchia, e ci aiuta a combattere la buona battaglia anche su altri fronti.

Il latino e la Liturgia di sempre – la storia

Il latino, lingua di Roma conquistatrice, tenne ovviamente tutto il campo nell’area occidentale dell’Impero. Essa non arrivò a sopprimere tutti i dialetti, neppure inibì specialmente nei ceti più elevati, una discreta infiltrazione del greco: ed ebbe la più larga diffusione progressivamente. Era capita da quanti vivevano nelle città romanizzate e nelle colonie, era la lingua ufficiale dello Stato atta ed abilitata a tutti i rapporti civili e culturali. Così fu per molti secoli.
Nell’area orientale dell’impero romano dominava il greco; tuttavia il latino vi era abbastanza capito ed anche parlato.
Nell’area occidentale la divina liturgia usò, ovviamente, la lingua parlata allora, ossia il latino, anche se a Roma, almeno da alcuni documenti che sopravvivono, dobbiamo ritenere sia stato usato in un primo momento il greco, od almeno “anche” il greco. Fu cosa di non lunga durata ed anche a Roma ed altrove, in Occidente, fu il latino quello che rimase e rimase solo.
Quando sopraggiunsero i barbari, nessun dialetto era lingua (a quanto si sa finora) e non vi era alcuna ragione perché il latino non continuasse ad essere la sola lingua delle manifestazioni liturgiche. Il latino continuò ad onta di tutto ad essere la lingua dei rapporti culturali tra gli stessi barbari e ad un certo livello restò la lingua dei contatti civili, degli atti pubblici, dei documenti notarili. Anche dopo l’arrivo dei barbari in Occidente per lungo tempo il latino fu qualche poco capito dovunque. Era dunque naturalissimo che anche la liturgia continuasse ad usarlo: essa non avrebbe trovato nulla per sostituirlo.
Nell’Oriente, dove prevaleva nettamente il greco, ma dove si usavano pure altre lingue orientali, e dove la divina liturgia si esprimeva in greco, in siriaco, in copto, tutto si immiserì. I barbari anche là premettero ferocemente, i mussulmani vi fecero un deserto che sarebbe arrivato fino ai nostri tempi, la cristianità superstite si spezzò a causa di eresie e quello che di essa rimase nella unità cattolica fu frammentario e discontinuo. Così, ben prima che finisse il millennio, nella liturgia il latino non ebbe più le concorrenti lingue orientali, che gli equivalessero come diffusione e come uso. Accadde di più: la cattolicità orientale, così ridotta, perdette quasi ogni fecondità, non fu missionaria e talvolta vivacchiò. Anche la civiltà, in quell’area, dopo talune brillanti sortite della vivace intelligenza e della esuberante fantasia araba, prese un andamento lentissimo, subì involuzioni, divenne statica e rinsecchita.
Al contrario l’Occidente restò il grande depositario della iniziativa, della espansione e di fatto anche dell’apostolato. Finì col prevalere e coi secoli guidò il mondo civile nonché il risveglio del mondo ancora barbaro. L’Occidente assunse funzione universale. Il latino seguì le fortune occidentali ed ebbe espansione universale; penetrando nei paesi di nuovo conquistati alla fede, raggiunse una diffusione universale e fu la lingua non solo liturgica ma altresì giuridica della grandissima parte della Chiesa.
Il latino resta così la lingua pressoché universale della Chiesa cattolica.
Si può concludere che a determinare si pregasse e si continuasse a pregare Dio nella lingua di Roma furono vicende e contingenze grandiose, le maggiori nella storia civile degli ultimi millenni. Che ha determinato è stato adunque un “fatto” non un “diritto”.
Un fatto è cosa ben diversa da un diritto e pertanto l’uso della lingua latina nella liturgia della Chiesa non appartiene all’immutabile deposito lasciato da Gesù Cristo: la Chiesa, per quanto concerne l’uso della lingua, mantiene tutta la sua libertà di iniziativa.
Tuttavia anche i semplici “fatti” possono diventare fondamento di un “diritto”; soprattutto possono determinare una “necessità di fatto”. Per tale motivo, che si parli in latino nella Chiesa resta questione da trattarsi con tutto rispetto e con nessuna leggerezza.
Fin qui si è parlato del come si introdusse l’uso del latino nella liturgia. Ora bisogna parlare della comprensione che ne ha avuto il popolo. È appunto questo che ci interessa.
Orbene, da almeno dodici secoli le masse popolari non capiscono il latino e da altrettanto tempo i fedeli non hanno la comprensione immediata e diretta dei testi recitati nella liturgia.
Attenzione! Questo non equivale affatto a dire che da dodici secoli il popolo capisce niente, perché, siccome vedremo più innanzi, la lingua non è l’unico mezzo di comprensione della divina liturgia. Vi sono altri mezzi per capire. Quando il latino cominciò a diventare incomprensibile ai fedeli, la Chiesa ha insistito costantemente nei Concili regionali e nelle disposizioni sinodiche, perché le parti destinate direttamente alla istruzione ed edificazione del popolo, fossero tradotte e spiegate ai fedeli nella loro lingua.
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Il fiorire della vita cristiana, l’esser la società medioevale intrisa di dottrina rivelata, il trionfo in quel tempo di tutte le arti espressive della vita liturgia, attestano che nonostante la sua ignoranza della lingua latina il popolo seguiva e capiva la divina liturgia. Questo è vero anche se non teniamo conto delle traduzioni volute dalla Chiesa per il popolo fin dal primo deperire del latino e delle quali abbiamo parlato sopra.
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La questione non ha che da essere posta per rivelare la sua naturale documentazione; tutti infatti sono in grado di osservare che nella liturgia prima ed oltre la lingua c’è il contenuto ed il significato dogmatico, c’è la regìa, la coreografia, il simbolismo, il gesto, il canto, il contorno, le persone, le vesti. Tutti questi elementi possono essere intesi senza la comprensione della lingua, mentre la stessa comprensione della lingua non sarebbe affatto sufficiente in via di massima a darne la completa intelligenza.
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In realtà generazioni e generazioni a non finire hanno vissuto la vita liturgica, hanno appartenuto a confraternite, hanno cantato Uffici divini, senza sapere il latino e bene spesso senza saper leggere l’italiano; hanno così dimostrato ad usura di non essere affatto passivi dinanzi al sacro Rito. Nelle nostre campagne esistono ancora dei vecchi che sanno a memoria l’Ufficio della Vergine, dei Morti, della Settimana Santa e che possiedono una cultura dei sacri riti, non certo rifinita e scientifica, ma ricchissima di particolari cerimoniali e giuridici.
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Che fa conoscere la sostanza dell’atto liturgico è il catechismo, non la lingua. Quasi mai a chi seguisse il testo con perfetta padronanza del latino e non avesse previa adeguata istruzione catechistica, capirebbe di afferrare il vero e grande significato del rito. Rimarrebbe forse avvinto dalla ricchezza di pensiero, dalla fusione stupenda della regìa, ma non sarebbe introdotto nell’intimo sacrario della realtà, che ha sotto gli occhi. Nella maggior parte dei secoli che ci separano dal tramonto del latino (come lingua parlata) il popolo cristiano, come popolo e non solo come cenacoli, aveva una cognizione religiosa assai superiore alla media di oggi.
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Noi possiamo ora giungere ad una chiara conclusione. La difficoltà per la comprensione della liturgia, derivante dal latino oggi è certamente maggiore di ieri, il che può spiegare l’interesse destatosi intorno al problema. Ma la difficoltà è diventata maggiore non perché il latino l’abbia di natura sua, ma perché si sono anemizzati altri fattori riassunti in questi termini: catechismo, frequenza, profondità religiosa.
Dare al latino la colpa della diminuzione della frequenza popolare alle sacre funzioni è porre così male una questione da slittare nella ingiustizia e nella falsità. Infatti le componenti della cognizione popolare della liturgia sono diverse; la intelligenza del latino è solamente una di quelle. Il popolo va meno in Chiesa perché non tutti abbiamo fatto il nostro dovere davanti a Dio in modo tempestivo col grado di umiltà e sacrificio che si sarebbe richiesto. Dare al latino la responsabilità dei nostri difetti non è atto leale e veritiero e può essere facilmente multato di vigliaccheria. Se una soluzione vi può essere per la difficoltà recata dal latino, essa non può essere altra che questa, riportiamo il popolo alla profonda e nutrita cognizione del catechismo e del Vangelo, rieduchiamolo alla profondità e coerenza della vita religiosa e riavrà dalla liturgia tutti i benefici che ne hanno tratto per tanti secoli i suoi padri. Oltre questo noi possiamo fornire tanti sussidi (didascalie, pubblicazioni, versioni, etc.) che i nostri padri non avevano e possiamo pertanto arrivare a superarli, senza distruggere quello che invece ha molte ragioni per essere salvato.

Da Card. Giuseppe Siri, Non per noi Signore. Lettere pastorali, Vol. 1, Stringa Editore, Genova, 1971, pp. 252-258.