Siamo alla seconda puntata della miniserie dedicata al latino nella Liturgia. Continuiamo ad attingere dalla stupenda lettera pastorale del Card. Giuseppe Siri dedicata all’argomento.

Il latino e la Liturgia di sempre – le ragioni – prima parte

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Questa conoscenza solo relativa pone un problema che può formularsi così: “perché mai la Chiesa ha tollerato si avesse solo una conoscenza relativa immediata nella liturgia e non ha seguito il criterio di adattarsi via via all’uso delle lingue che si sono formate o che ha trovate nei popoli di recente conquistati alla fede?”.
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Per rendersi conto che la Chiesa ha agito con saggezza sostenendo in tanti secoli l’uso della lingua latina per la liturgia e tollerando per il popolo una conoscenza relativa dei testi recitati in essa, occorre riflettere su qualche dato fondamentale.

LE TRE DIMENSIONI DELLA LITURGIA

La liturgia non ha una sola dimensione, ne ha bensì tre ed il giudizio di quanto la riguarda non può essere dato secondo una sola dimensione; deve invece darsi secondo tutte le dimensioni.
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La liturgia si protende anzitutto verso Dio. In questo volgersi a Dio sta il primo aspetto che è essenziale ad essa. Ecco la prima grande “dimensione” della liturgia, quella che la estende in “alto”.
La liturgia ha un essenziale rapporto all’ordine sacerdotale. Tale seconda “dimensione” non ha alcun bisogno di essere dimostrata; nella sua sostanza e negli atti “divini” la liturgia è competenza dell’ordine sacro. Quando non occorre l’ordine sacro, si tratta di riduzione, di margine, di supplenza. È la dimensione “in latum” [“in ampiezza”].
La liturgia ha a che vedere col popolo cristiano e ciò a due titoli. Anzitutto perché è stata dotata, fatto unico nella storia umana, della funzione di veicolo della grazia di Dio, realizzando un rapporto che va dal cielo alla terra. Questa grazia è per tutti i fedeli, anzi è a disposizione di tutti gli uomini. In secondo luogo perché la società dei fedeli realizza una comunità familiare il cui capo è Gesù Cristo e stabilisce una entratura familiare dei fedeli nelle cose che riguardano Dio. […] Abbiamo qui la terza “dimensione”, quella che, tanto per intenderci, potremmo chiamare “in profundum”.
La liturgia compie un dovere di culto verso Dio. Essa accoglie tutti gli atti coi quali l’uomo caduto e redento assolve i suoi doveri di culto – adorazione, ringraziamento, propiziazione ed impetrazione – li interpreta e realizza secondo il criterio stabilito dalla condizione nuova, originata dal sacrificio della Croce.
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Il culto a Dio è così sostanziato da una ragione superna e questa è così la intima ragion d’essere di tutta la liturgia, che a determinare anzitutto quanto concerne la stessa liturgia non sono e non possono essere anzitutto gli uomini o le esigenze degli uomini.
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Non si può dire: “la determinazione della lingua liturgica deve essere fatta secondo che essa rappresenta un maggior comodo per gli uomini”. Occorre dire: “la determinazione della lingua liturgica va fatta anzitutto secondo quello che possono indicare le generali ragioni del Regno di Dio”. Il che è ben altro. Ragionare della liturgia come di una istituzione popolare in cui è sovrana una qualche volontà collettiva è mettersi nell’errore, con serio pericolo per la ortodossia.
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La liturgia ha parti (e non facciamo qui ora questione di volumi o proporzioni) che sono fatte anzitutto e talvolta essenzialmente per l’ordine sacerdotale (vedi il Canone della Messa); ha parti che suppongono la disciplina canonica degli ecclesiastici e non suppongono affatto necessariamente la disciplina canonica dei fedeli. Tutta la liturgia ha come attori qualificati degli ecclesiastici.
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Si rende chiaro dall’esame storico della elaborazione dei riti (nella parte non concernente la sostanza dogmatica immutabile), che la finalità del loro arricchimento è stato anzitutto il clero e che tale arricchimento, in quella forma e misura non si sarebbe avuto, se il clero non si fosse presentato capace di sostenere la dignità dei riti stessi. Ciò significa aver la Chiesa ritenuto pacifico e giusto che nei sacri riti vi fossero cose accessibili al clero, anche se non tutte e nella stessa ampiezza erano ugualmente accessibili alla massa dei fedeli.
Tutto questo costituisce quella che abbiamo chiamata “altra dimensione” della liturgia. Essa è pienamente logica ed è nella stessa natura di rappresentanza che il clero tiene presso Dio. Il sacerdote agisce certo ed anzitutto per divino mandato e per divino potere, tuttavia Gesù Cristo dando alla sua Chiesa fisionomia di famiglia e partecipando al sacerdozio la sua funzione di mediatore, ha voluto che il sacerdote rappresentasse pure i fedeli. Orbene il rappresentante, chiamato a fare questa parte perché attrezzato a supplire quello che non è nelle possibilità del rappresentato, deve fare sempre qualcosa di più del rappresentato. […] È naturale dunque che nella azione sacra il sacerdote faccia ben più del popolo e trovi nella azione sacra qualcosa che è dimensionato a sé e può eccedere la capacità dei fedeli meno istruiti.
Solo l’investimento del sacramento dell’Ordine è deputato al santo Sacrificio, ai sacramenti (eccettuato il Matrimonio e, in caso di necessità il Battesimo o l’amministrazione della SS. Eucarestia), alla benedizione costitutiva, al culto ufficiale e solenne; ai fedeli rimangono la assistenza, la partecipazione del canto, la partecipazione spirituale e qualche parte marginale. Solo il clero ha funzione “ministeriale”, intimamente connessa colla liturgia e questo non cambia affatto per la ragione che i fedeli sono membri del Corpo Mistico di Cristo. La diversità tra clero e popolo, tra Chiesa discente e Chiesa docente è segnata da una precisa ed inderogabile volontà di Gesù Cristo nonché da capacità precise; essa è marcata da rinunce, da distacchi e da sacri voti dei quali è inutile quanto falso provarsi a sminuire la importanza. Esiste una disciplina canonica che investe il clero e che non riguarda direttamente il popolo; tale fondamentale distinzione ha il suo logico riflesso nella liturgia.
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Altra cosa è attenuare le distinzioni che mancano di ragionevoli fondamenti; altra cosa è combattere le distinzioni basate sul bene della società, sul risalto dei pubblici uffici, sulla maestà della legge, sul valore, capacità e merito degli individui e sullo stesso divino decoro. Abolire la distinzione delle “funzioni” è tentativo di abolire la società (sia essa religiosa o civile); abolire la distinzione del valore e del merito è tentativo per abolire l’uomo. Gli equivoci e i complessi di inferiorità del nostro tempo non dobbiamo portarli in chiesa, neppure per battezzarli.
Si avverta finalmente che se nell’arricchire la sua liturgia la Chiesa non avesse avuto la mira anzitutto del clero, adeguandosi anzitutto alla capacità di quello, non avrebbe dovuto arricchire, ma “spogliare”. Il livello medio culturale dei fedeli bene spesso non era all’altezza di quegli arricchimenti. C’è una terribile logica in quella spogliazione. È stata la logica protestantica. Essa è tuttavia una logica protestantica. Lutero ha creduto che il criterio fosse quello di fare solo quanto il popolo intero era in grado di fare e di capire e questo era logico in lui che respingeva la istituzione divina della gerarchia; orbene egli ha così dovuto abolire pressoché tutto. Collo stesso criterio si arriva ineluttabilmente allo stesso epilogo. E non sarebbe neppure una modernità, perché sarebbe cosa assai vecchia.

IL SENSO DEL MISTERO NEL LATINO

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Finalmente la media dei fedeli ha bisogno di quello che si potrebbe chiamare il chiaroscuro. Ossia qualcosa la deve superare e trascendere. Non perché sia in se stesso appetibile il non sapere o il non comprendere; ma perché il rimanere qualcosa nell’ombra e nel mistero fa afferrare in via emotiva ed intuitiva una realtà ben più grande: la maestà ed infinita transcendenza delle cose divine. Può sembrare un paradosso il dirlo, ma non lo è affatto: è l’ombra che dà paragone e risalto alla luce; è il mistero che drappeggia stupendamente il proscenio della vita; è la debolezza a sopportare tutta la realtà, che invoca l’ombra. […] Il non pensare a tutto questo è posizione cerebrale ed inumana. Luci ed ombre danno una singolare polivalenza, inafferrabile agli aridi indagatori, eppur capace di rispondere a stati d’anima che nessuno legge e descrive. Claudel fu convertito dal canto del Magnificat sentito la notte di Natale in Notre Dame di Parigi: non si trattava solo del contenuto del mirabile cantico, ma piuttosto della profonda emozione che esso era capace di suscitare in quell’ambiente, in quella notte con quella musica.

IL LATINO ESPRESSIONE SENZA TEMPO

Tra i criteri della saggezza didattica esiste il criterio delle “dosi”.
È troppo difficile usare in volgare i testi liturgici complessivamente e per uso liturgico, in ragione della profonda differenza tra l’“ingenium letterario” col quale furono concepiti e l’“ingenium letterario” corrente.
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Ora la diversità del “genio letterario” può avere la conseguenza di non potersi noi contare sulla recettività della gente, allorché è passato il momento di sua affermazione. Ciò significa che parlare alla folla col linguaggio, coi termini e colle movenze di un’altra età, può lasciarla inerte ove prima la eccitava, annoiata dove prima la divertiva, spinta al riso ove prima l’impegnava a serietà.
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A tutto questo nella liturgia si aggiungono le forme. Il modo di svolgersi del responsorio, del canto antifonico dei semplici versetti non è più nel nostro uso, anche se il canto permette talvolta di riprendere alcuni ritmi. Per questo, ove quelle forme suonassero nella lingua italiana, farebbero per lo meno meraviglia alla massa media dei fedeli.
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A questo punto è doverosa una osservazione. Mentre il brano scritto secondo un ingenio letterario diverso e recitato oggi in una lingua parlata può facilmente dare uno sconcerto più o meno grande in chi lo ascolta, l’inconveniente cessa se il testo stesso viene esibito in “traduzione”. Il fatto di “tradurre” è sufficiente in genere ad avvertire chi ascolta (anche in modo subcosciente) che quel testo viene da altro ambiente, da altro tempo ben diverso. […] La “traduzione” scarica delle responsabilità; tutto rimane non solo serio, ma diviene generalmente incantevole e la liturgia continua ad avere il seducente fascino, che ha, talvolta, tanto maggiore quanto più rivelata ai “lontani”.
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La conclusione diventa ovvia: coll’adottare la lingua volgare per la liturgia si risolverebbe una questione e se ne aprirebbe un’altra. La quale è difficilmente solubile. Infatti (per ovviare alla situazione creata dalla diversità di “ingenium letterario”) ove si usasse la lingua volgare, occorrerebbe eliminare una quantità di testi e di procedimenti. Essi tenuti come sono, e resi accessibili con le traduzioni (siccome si è detto sopra), vanno benissimo e mantengono la solennità dalla quale il fedele ha sempre tratto edificazione, gioia ed esperienza di un senso di divina maestà.
La eliminazione di quanto fosse necessario eliminare per adattare i testi e le rubriche liturgiche all’ingenio letterario del nostro tempo diventerebbe la spogliazione e la pratica abolizione della liturgia. Esattamente come è accaduto a Lutero. Il cambiamento poi, per continuare ad adattare, sarebbe indefinito e sarebbe proprio l’adattamento ad esigere la progressiva spogliazione già attuata dai protestanti soprattutto luterani e calvinisti.

Da Card. Giuseppe Siri, Non per noi Signore. Lettere pastorali, Vol. 1, Stringa Editore, Genova, 1971, pp. 259-267.