Oggi concludiamo l’estratto dalla lettera pastorale del Card. Giuseppe Siri dedicata all’argomento del latino nella Liturgia. È il contributo altissimo di un Cardinale che già il Pastore Angelico, Pio XII, aveva indicato come suo degno successore. Ma la storia ebbe un voltafaccia.

Il latino e la Liturgia di sempre – le ragioni – seconda parte

ABOLIRE IL LATINO O ESAMINARSI LA COSCIENZA?

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Si è scritto da qualcuno (non troppi per la verità) che la causa, la grande causa per cui il popolo viene meno alle sacre funzioni ed è meno cristiano sta tutta nel latino della liturgia. Rimedio: abolire il latino e tutto fiorisce. Semplice! Abbiamo visto e toccato con mano che la causa del deperimento religioso è ben altra ed è terribilmente complessa.
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No, non è il latino il grande colpevole; è ben altro! In taluni ambienti operai la gente va pochissimo a Messa e niente a Vespro. La ragione è che là da decenni, se non da secoli, è completamente inefficiente od è stato inefficiente l’insegnamento del catechismo. Altrove la ragione è che i pastori non hanno avuto in grado efficace quegli elementi che arrecano la onesta e fruttuosa popolarità, per cui si sta vicini al popolo. Quegli elementi cominciano sempre dalla umiltà e dal sacrificio. In tale caso è semplicemente vigliacco dare la colpa all’ordinamento ecclesiastico, diventare autentici iconoclasti e costruire chiese che non hanno neppure l’apparenza di un vecchio e mal conformato solaio.
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Talvolta certe parrocchie rispondono poco ed hanno delle durezze resistenti. Badate di non scaricare i barili sul povero latino: cercate nel temperamento, difficile per gli altri; cercate nelle colpevoli carenze dei possibili strumenti di apostolato, cercate nella riottosità ad avere l’Azione Cattolica, nell’esempio di poco sacrificio, di impegno… Dare la colpa al latino è ripetere il gesto di chi calunnia per scolpare se stesso.

LITURGIA E FEDE DI PARI PASSO

Una grave istanza è quella della fedelissima custodia del deposito di verità ricevuto da Cristo. Ne abbiamo già parlato e qui è sufficiente riassumere e completare.
Le lingue attualmente parlate sono volubili. Le mutazioni alle quali vanno soggette, ove la liturgia si svolgesse a loro mezzo, metterebbero in pericolo il retto intendimento del contenuto. Si tenga presente che la Chiesa non ha la prospettiva di qualsivoglia associazione od ente umano, i quali possono tendere a campare il più possibile, ma che sanno di dover finire; essa i suoi conti di custodia del divino deposito li deve fare col criterio di durare fino a che durerà sulla terra il genere umano. […] In secondo luogo la liturgia costituisce una “lex orandi” [“legge del pregare”] che diviene “lex credendi” [“legge del credere”]. C’è pertanto un vincolo tra quello che si dice e si opera nella liturgia e quello che si crede. La custodia della ortodossia della fede implica la accurata custodia della ortodossia nella liturgia.

IL LATINO LINGUA UNIVERSALE

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Quanto si afferma che la unità è essenziale per la Chiesa cattolica, altrettanto bisogna affermare che quella unità implica atteggiamenti spirituali complessi ed impegnativi. Alla unità nella Chiesa si deve sacrificare tutto ciò che non è la verità e la legge divina, ove occorra. È su questo principio teologico che si deve ragionare a proposito di lingua liturgica.
Ciò premesso, ecco alcune osservazioni importanti: il massimo elemento unitivo, immediato e direttamente operante tra gli uomini è da tutti i tempi la lingua. Il suo primato è tale che la lingua, non solo ha fatto da alveo a tutta la cultura, ma ha fuso popoli di razza e tendenze diversi. Se ne deve dedurre, crediamo senza pericolo di smentita, che grande mezzo umano della unità della Chiesa è l’uso di una lingua comune. La lingua comune è la latina. La lingua comune della Chiesa non occorre sia comune a tutti e singoli fedeli. È sufficiente sia comune in quell’ambiente che forma il tessuto organico e giuridico della Chiesa stessa e dal quale dipendono e vengono formati i fedeli: il clero. Il clero non potendo abitualmente usare il latino nella vita quotidiana per ovvie ragioni, deve però essere in grado di usarlo in modo piuttosto robusto ogni giorno.
A questo punto si capisce che di mezzo per usare la lingua utile alla unità della Chiesa ogni giorno, in modo cospicuo, non esiste altro che la divina liturgia con tutto il suo Ordo, dalla Santa Messa alla Ufficiatura, ai santi sacramenti.
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Senza latino nella liturgia non è difficile immaginare che cosa succederebbe e quali difficoltà si creerebbero alla Chiesa. Chi vuol togliere il latino vuole semplicemente questo e non gliene importa della unità della Chiesa, nonché, in ultima analisi, di Gesù Cristo stesso, la cui ultima aspirazione fu la unità dei fedeli.

GRANDEZZA E IMPORTANZA CULTURALE DEL LATINO

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Il latino in se stesso con il greco è la porta di tutta la più profonda cultura umanistica. Non è qui nostro impegno discorrere compiutamente di quella. Basti qui dire che la cultura umanistica ha rappresentato e rappresenta tuttavia il più alto strumento, nel campo umano, per la più grande, profonda e solida apertura intellettuale.
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La lingua latina va attentamente considerata in sé e nella sua storia. Essa, più di tutte le lingue conosciute, ha architettura grandiosa, la logica perfetta nella disposizione del contenuto, la distinzione nei diversi piani del medesimo, la concisione rilevata eppure non disadorna, il senso potente del cursus e del ritmo, la connaturata capacità di sintesi, la cadenza pacata e solenne. Se cede in musicalità alla lingua greca, la vince nella forza. Questa lingua raggiunge un equilibrio meraviglioso tra la forma e la logica in cui imbriglia il contenuto. Essa si è accompagnata all’istinto del diritto, del quale il popolo romano fu il più mirabile fautore e di quel diritto divenne la stupenda ed insuperata forma espressiva. Per la sua potenza, la sua misura, il suo solenne ritmo, la lingua latina iscrive l’uomo, come non ha mai fatto alcuna lingua nella sua calma e potente maestà dominativa delle cose. È la lingua dell’uomo che è “signore”. Quando l’uomo lo si pensa o lo si coglie nel momento della sua forza intellettuale e morale, reggitore e dominatore, logico pacato e solenne, tale da incutere un vero rispetto, vien spontaneo di porgli sulle labbra per esigenza di armonia, la parlata latina.

IL LATINO AL SORGERE DEL CRISTIANESIMO

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Ora guardate ad un particolare della sua storia. Ci fu un momento in cui essa raggiunse la sua più perfetta capacità espressiva ed in cui diede avvio ai più fecondi ingegni della opulenta storia di Roma. In quel momento essa era la prima lingua ufficiale del mondo civile, perché in quel momento essa cristallizzava le leggi e dava espressione ai decreti del Senato romano ed ai rescritti dei Cesari. Quel momento è chiamato il secolo d’oro della letteratura latina ed anche se qualche voce maledica e leggera si è levata a contestare una simile qualifica, quel momento rimane tale. Fu il secolo di Augusto, fu il momento della pace universale. Un disegno grandioso non elaborato da uomini, attuato attraverso il momento greco, perfezionato nel momento romano, allora si compieva. Il silenzio dalle guerre pareva, in tale luce meridiana, indicare la scadenza di una attesa della umanità.
Allora il Figlio di Dio si fece Uomo ed entrò personalmente nella nostra storia. Fu all’apogeo della pace di Augusto. Nel momento in cui Dio si fece uomo, risuonava la lingua, che più di tutte le lingue si conviene all’uomo nella sua maestà di dominatore del creato. Non fu caso, come nulla è caso, perché tutto è provvidenza.
Dio volle che all’Uomo, che era figlio suo, si allineasse un modo di parlare glorioso, il più confacente alla dignità. Nel momento in cui la umana natura dava se stessa alla Incarnazione, l’umanità raggiungeva il suo trionfo. La dignità umana non andò mai più alto. In quel momento la lingua dell’imperio era latina.
L’accostamento di questa immortale lingua a Gesù Cristo ed in lui alla sua Chiesa ed alla secolare preghiera della sua Chiesa va decisamente fuori della pura contingenza: essa esprime una delle tante armonie che la storia vera disegna attorno alla incarnazione. Gesù Cristo non parlò latino, ma il mondo nel quale apparve pensava in latino.
A questo punto è possibile riprendere un discorso interrotto là ove abbiamo parlato della storia della lingua liturgica. Sì, abbiamo visto come e perché avvenne dai fatti contingenti che la lingua di Roma gestisse la stessa liturgia divina e divenisse praticamente universale; ora siamo in grado di capire che a determinare il fatto non è entrato solamente il cumulo delle circostanze, ma un peso, il peso stesso dei fini sostanziali di tutta la storia umana. Il latino nella liturgia va considerato con intelligente e religioso rispetto.

Da Card. Giuseppe Siri, Non per noi Signore. Lettere pastorali, Vol. 1, Stringa Editore, Genova, 1971, pp. 269-274.