Dopo aver offerto ai lettori degli estratti dalla lettera intitolata La lingua latina e la lingua italiana nella liturgia, che il Card. Giuseppe Siri pubblicò il 10 agosto 1958, ora presentiamo una sintesi e la raccolta di tutti gli estratti.
A quella data, regnava ancora il Pastore Angelico, Pio XII, per quanto ormai mancassero pochi mesi alla sua dipartita. Le riforme che avrebbero devastato la liturgia cattolica e quindi la Chiesa stessa sarebbero venute solo alcuni anni più tardi, una prima nel 1965 e la più generale nel 1969, entrambe con Paolo VI.
Le considerazioni del Card. Siri sul latino nella liturgia sono fondamentali sia per comprendere quale tesoro ci è stato tolto, sia perché l’Autore già prospettava le possibili conseguenze dell’abbandono del latino.
Storicamente, il latino si era diffuso in tutta l’area occidentale dell’Impero Romano, e mantenne la sua importanza anche quando sopraggiunsero i barbari. In quella parte del mondo, la Chiesa adottò il latino come lingua della divina liturgia. In Oriente, dove prevaleva nettamente il greco, tutto si immiserì, tra eresie, invasioni dei barbari e violenze musulmane. La cattolicità e la civiltà orientali divennero stagnanti e infeconde.
Al contrario l’Occidente restò il grande depositario dell’iniziativa, dell’espansione e dell’apostolato. Finì col prevalere e nei secoli guidò il mondo civile, come pure il risveglio del mondo ancora barbaro. L’Occidente assunse funzione universale. Il latino seguì le fortune occidentali ed ebbe espansione universale; penetrando nei paesi di nuovo conquistati alla fede, raggiunse una diffusione universale e fu la lingua non solo liturgica ma anche giuridica della grandissima parte della Chiesa.
Il latino resta così la lingua universale della Chiesa cattolica.
Venne poi il tempo in cui la lingua parlata popolarmente non fu più il latino (almeno dalla prima metà dell’VIII secolo). Allora, la Chiesa si curò di tradurre e spiegare ai fedeli nella loro lingua le parti destinate direttamente all’istruzione ed edificazione del popolo.
In ogni caso, la divina liturgia veniva compresa anche grazie ad aspetti che non si limitavano alla lingua adoperata: il contenuto e il significato dogmatico, la regìa, la coreografia, il simbolismo, il gesto, il canto, il contorno, le persone, le vesti.
Ciò che fa conoscere la sostanza dell’atto liturgico è il catechismo, non la lingua, e sono fondamentali lo spirito di preghiera e la profondità religiosa per motivare il clero e i fedeli a insegnare e conoscere.
Ci si potrebbe domandare: “Perché la Chiesa non si è adattata nella liturgia all’uso delle lingue volgari, cioè quelle parlate correntemente dai vari popoli?”.
Bisogna intanto considerare che la liturgia non ha una sola dimensione, ma ne possiede tre: la dimensione divina, la dimensione sacerdotale e la dimensione dei fedeli.
La liturgia si protende anzitutto verso Dio. In questo volgersi a Dio sta il primo aspetto essenziale. Ecco la prima grande dimensione della liturgia, quella che la estende in alto.
La liturgia ha un essenziale rapporto all’ordine sacerdotale. Questa seconda dimensione non ha bisogno di essere dimostrata; nella sua sostanza e negli atti divini la liturgia è competenza dell’ordine sacro.
La liturgia ha a che vedere col popolo cristiano a due titoli. Anzitutto perché è stata dotata, fatto unico nella storia umana, della funzione di trasmettere la grazia di Dio. In secondo luogo perché i fedeli sono uniti in una comunità familiare il cui capo è Gesù Cristo, così che i fedeli entrano da familiari nelle cose che riguardano Dio.
La liturgia attua un dovere di culto verso Dio. Essa comprende tutti gli atti con i quali l’uomo caduto e redento assolve i suoi doveri di culto – adorazione, ringraziamento, propiziazione ed impetrazione.
Il culto a Dio è l’intima ragion d’essere di tutta la liturgia, perciò a decidere sulla liturgia non possono essere anzitutto gli uomini o le esigenze degli uomini. E dunque la lingua liturgica non deve essere scelta secondo il maggior comodo degli uomini, ma secondo le ragioni del culto rivolto a Dio.
Inoltre, la liturgia è affidata al clero e non al popolo, per cui si comprende che non tutto possa essere afferrato dai fedeli.
Se nell’arricchire la sua liturgia la Chiesa non avesse considerato per primo il clero, adeguandosi anzitutto alla capacità di quello, non avrebbe dovuto arricchire, ma spogliare. Il livello medio culturale dei fedeli spesso non era all’altezza di quegli arricchimenti.
Sono i protestanti che hanno compiuto la spoliazione dei tesori della Chiesa. Infatti Lutero, disprezzando l’istituzione divina della gerarchia, riteneva che si dovesse fare solo quello che il popolo intero era in grado di fare e di capire. Così abolì quasi tutto, compresa la stessa Eucaristia.
Va pure tenuto presente che i fedeli hanno bisogno di avvertire il senso del Mistero, di qualcosa che li supera e li trascende. Sentire che qualcosa rimane nell’ombra e nel mistero ci spinge a intuire e amare una realtà ben più grande: la maestà e infinita trascendenza delle cose divine.
Un altro aspetto su cui riflettere è che tradurre la liturgia antica in lingua volgare renderebbe incomprensibile e persino strano quello che si ascolta, perché certe espressioni non suonerebbero naturali ai nostri contemporanei, venendo semplicemente tradotte. Scriveva il Card. Siri che per evitare questo bisognerebbe eliminare diversi testi e procedimenti, arrivando così alla spoliazione e all’abolizione pratica della liturgia. E al cambiamento e alla spoliazione non vi sarebbe mai fine, come avvenuto già tra i protestanti. Ma noi vediamo che tutto questo è diventato realtà a partire dalle riforme liturgiche del 1965 e del 1969.
È importante ricordare che la liturgia rappresenta la lex orandi, cioè la legge del pregare, di come la Chiesa prega. La lex orandi si traduce nella lex credendi, la legge del credere, della fede della Chiesa. C’è un vincolo tra quello che si dice e si attua nella liturgia e quello che si crede, la nostra fede cattolica. Dobbiamo custodire l’ortodossia della liturgia per salvare l’ortodossia della fede.
Sappiamo inoltre che l’unità è essenziale per la Chiesa Cattolica. E chiaramente il massimo elemento unitivo tra tutti gli uomini è la lingua. Perciò il grande mezzo umano dell’unità della Chiesa è l’uso di una lingua comune: il latino, appunto. La lingua comune della Chiesa non occorre sia comune a tutti e singoli fedeli. È sufficiente sia comune in quell’ambiente che forma il tessuto organico e giuridico della Chiesa stessa e dal quale dipendono e vengono formati i fedeli: il clero.
A questo punto si capisce che di mezzo per usare la lingua utile all’unità della Chiesa ogni giorno non esiste altro che la divina liturgia con tutto il suo Ordo (l’Ordine liturgico), dalla Santa Messa alla Ufficiatura, ai santi sacramenti.
Senza latino nella liturgia non è difficile immaginare che cosa succederebbe e quali difficoltà si creerebbero alla Chiesa. Chi vuol togliere il latino vuole semplicemente questo e non gliene importa dell’unità della Chiesa, e neppure di Gesù Cristo stesso, la cui ultima aspirazione fu l’unità dei fedeli.
Il latino in se stesso, con il greco, è la porta di tutta la più profonda cultura umanistica. Basti dire che la cultura umanistica ha rappresentato e rappresenta il più alto strumento, nel campo umano, per la più grande, profonda e solida apertura intellettuale. Non a caso i governi ateo-massonici del nostro ventunesimo secolo fanno di tutto per cancellare la cultura umanistica.
La lingua latina va attentamente considerata in sé e nella sua storia. Essa, più di tutte le lingue conosciute, ha architettura grandiosa, la logica perfetta nella disposizione del contenuto, la distinzione nei diversi piani del medesimo, la concisione rilevata eppure non disadorna, il senso potente del cursus e del ritmo, la connaturata capacità di sintesi, la cadenza pacata e solenne. Se cede in musicalità alla lingua greca, la vince nella forza. Questa lingua raggiunge un equilibrio meraviglioso tra la forma e la logica in cui imbriglia il contenuto. Essa si è accompagnata all’istinto del diritto, del quale il popolo romano fu il più mirabile fautore e di quel diritto divenne la stupenda ed insuperata forma espressiva. Per la sua potenza, la sua misura, il suo solenne ritmo, la lingua latina iscrive l’uomo, come non ha mai fatto alcuna lingua nella sua calma e potente maestà dominativa delle cose. È la lingua dell’uomo che è “signore”. Quando l’uomo lo si pensa o lo si coglie nel momento della sua forza intellettuale e morale, reggitore e dominatore, logico pacato e solenne, tale da incutere un vero rispetto, vien spontaneo di porgli sulle labbra per esigenza di armonia, la parlata latina.
Ora guardate ad un particolare della sua storia. Ci fu un momento in cui essa raggiunse la sua più perfetta capacità espressiva ed in cui diede avvio ai più fecondi ingegni della opulenta storia di Roma. Quel momento è chiamato il secolo d’oro della letteratura latina. Fu il secolo di Augusto, fu il momento della pace universale.
Allora il Figlio di Dio si fece Uomo ed entrò personalmente nella nostra storia. Fu all’apogeo della pace di Augusto. Nel momento in cui Dio si fece uomo, risuonava la lingua, che più di tutte le lingue si conviene all’uomo nella sua maestà di dominatore del creato. Non fu caso, come nulla è caso, perché tutto è Provvidenza.
Dio volle che all’Uomo, che era Figlio suo, si allineasse un modo di parlare glorioso, il più confacente alla dignità. Nel momento in cui la umana natura dava se stessa alla Incarnazione, l’umanità raggiungeva il suo trionfo. La dignità umana non andò mai più alto. In quel momento la lingua dell’Impero era il latino, e non poteva essere diversamente. Così fu poi per l’intera Chiesa e la sua liturgia.

Segue la raccolta degli estratti. I titoli sono nostri.

Il latino e la Liturgia di sempre

Il latino, lingua di Roma conquistatrice, tenne ovviamente tutto il campo nell’area occidentale dell’Impero. Essa non arrivò a sopprimere tutti i dialetti, neppure inibì specialmente nei ceti più elevati, una discreta infiltrazione del greco: ed ebbe la più larga diffusione progressivamente. Era capita da quanti vivevano nelle città romanizzate e nelle colonie, era la lingua ufficiale dello Stato atta ed abilitata a tutti i rapporti civili e culturali. Così fu per molti secoli.
Nell’area orientale dell’impero romano dominava il greco; tuttavia il latino vi era abbastanza capito ed anche parlato.
Nell’area occidentale la divina liturgia usò, ovviamente, la lingua parlata allora, ossia il latino, anche se a Roma, almeno da alcuni documenti che sopravvivono, dobbiamo ritenere sia stato usato in un primo momento il greco, od almeno “anche” il greco. Fu cosa di non lunga durata ed anche a Roma ed altrove, in Occidente, fu il latino quello che rimase e rimase solo.
Quando sopraggiunsero i barbari, nessun dialetto era lingua (a quanto si sa finora) e non vi era alcuna ragione perché il latino non continuasse ad essere la sola lingua delle manifestazioni liturgiche. Il latino continuò ad onta di tutto ad essere la lingua dei rapporti culturali tra gli stessi barbari e ad un certo livello restò la lingua dei contatti civili, degli atti pubblici, dei documenti notarili. Anche dopo l’arrivo dei barbari in Occidente per lungo tempo il latino fu qualche poco capito dovunque. Era dunque naturalissimo che anche la liturgia continuasse ad usarlo: essa non avrebbe trovato nulla per sostituirlo.
Nell’Oriente, dove prevaleva nettamente il greco, ma dove si usavano pure altre lingue orientali, e dove la divina liturgia si esprimeva in greco, in siriaco, in copto, tutto si immiserì. I barbari anche là premettero ferocemente, i mussulmani vi fecero un deserto che sarebbe arrivato fino ai nostri tempi, la cristianità superstite si spezzò a causa di eresie e quello che di essa rimase nella unità cattolica fu frammentario e discontinuo. Così, ben prima che finisse il millennio, nella liturgia il latino non ebbe più le concorrenti lingue orientali, che gli equivalessero come diffusione e come uso. Accadde di più: la cattolicità orientale, così ridotta, perdette quasi ogni fecondità, non fu missionaria e talvolta vivacchiò. Anche la civiltà, in quell’area, dopo talune brillanti sortite della vivace intelligenza e della esuberante fantasia araba, prese un andamento lentissimo, subì involuzioni, divenne statica e rinsecchita.
Al contrario l’Occidente restò il grande depositario della iniziativa, della espansione e di fatto anche dell’apostolato. Finì col prevalere e coi secoli guidò il mondo civile nonché il risveglio del mondo ancora barbaro. L’Occidente assunse funzione universale. Il latino seguì le fortune occidentali ed ebbe espansione universale; penetrando nei paesi di nuovo conquistati alla fede, raggiunse una diffusione universale e fu la lingua non solo liturgica ma altresì giuridica della grandissima parte della Chiesa.
Il latino resta così la lingua pressoché universale della Chiesa cattolica.
Si può concludere che a determinare si pregasse e si continuasse a pregare Dio nella lingua di Roma furono vicende e contingenze grandiose, le maggiori nella storia civile degli ultimi millenni. Che ha determinato è stato adunque un “fatto” non un “diritto”.
Un fatto è cosa ben diversa da un diritto e pertanto l’uso della lingua latina nella liturgia della Chiesa non appartiene all’immutabile deposito lasciato da Gesù Cristo: la Chiesa, per quanto concerne l’uso della lingua, mantiene tutta la sua libertà di iniziativa.
Tuttavia anche i semplici “fatti” possono diventare fondamento di un “diritto”; soprattutto possono determinare una “necessità di fatto”. Per tale motivo, che si parli in latino nella Chiesa resta questione da trattarsi con tutto rispetto e con nessuna leggerezza.
Fin qui si è parlato del come si introdusse l’uso del latino nella liturgia. Ora bisogna parlare della comprensione che ne ha avuto il popolo. È appunto questo che ci interessa.
Orbene, da almeno dodici secoli le masse popolari non capiscono il latino e da altrettanto tempo i fedeli non hanno la comprensione immediata e diretta dei testi recitati nella liturgia.
Attenzione! Questo non equivale affatto a dire che da dodici secoli il popolo capisce niente, perché, siccome vedremo più innanzi, la lingua non è l’unico mezzo di comprensione della divina liturgia. Vi sono altri mezzi per capire. Quando il latino cominciò a diventare incomprensibile ai fedeli, la Chiesa ha insistito costantemente nei Concili regionali e nelle disposizioni sinodiche, perché le parti destinate direttamente alla istruzione ed edificazione del popolo, fossero tradotte e spiegate ai fedeli nella loro lingua.
[…]
Il fiorire della vita cristiana, l’esser la società medioevale intrisa di dottrina rivelata, il trionfo in quel tempo di tutte le arti espressive della vita liturgia, attestano che nonostante la sua ignoranza della lingua latina il popolo seguiva e capiva la divina liturgia. Questo è vero anche se non teniamo conto delle traduzioni volute dalla Chiesa per il popolo fin dal primo deperire del latino e delle quali abbiamo parlato sopra.
[…]
La questione non ha che da essere posta per rivelare la sua naturale documentazione; tutti infatti sono in grado di osservare che nella liturgia prima ed oltre la lingua c’è il contenuto ed il significato dogmatico, c’è la regìa, la coreografia, il simbolismo, il gesto, il canto, il contorno, le persone, le vesti. Tutti questi elementi possono essere intesi senza la comprensione della lingua, mentre la stessa comprensione della lingua non sarebbe affatto sufficiente in via di massima a darne la completa intelligenza.
[…]
In realtà generazioni e generazioni a non finire hanno vissuto la vita liturgica, hanno appartenuto a confraternite, hanno cantato Uffici divini, senza sapere il latino e bene spesso senza saper leggere l’italiano; hanno così dimostrato ad usura di non essere affatto passivi dinanzi al sacro Rito. Nelle nostre campagne esistono ancora dei vecchi che sanno a memoria l’Ufficio della Vergine, dei Morti, della Settimana Santa e che possiedono una cultura dei sacri riti, non certo rifinita e scientifica, ma ricchissima di particolari cerimoniali e giuridici.
[…]
Che fa conoscere la sostanza dell’atto liturgico è il catechismo, non la lingua. Quasi mai a chi seguisse il testo con perfetta padronanza del latino e non avesse previa adeguata istruzione catechistica, capirebbe di afferrare il vero e grande significato del rito. Rimarrebbe forse avvinto dalla ricchezza di pensiero, dalla fusione stupenda della regìa, ma non sarebbe introdotto nell’intimo sacrario della realtà, che ha sotto gli occhi. Nella maggior parte dei secoli che ci separano dal tramonto del latino (come lingua parlata) il popolo cristiano, come popolo e non solo come cenacoli, aveva una cognizione religiosa assai superiore alla media di oggi.
[…]
Noi possiamo ora giungere ad una chiara conclusione. La difficoltà per la comprensione della liturgia, derivante dal latino oggi è certamente maggiore di ieri, il che può spiegare l’interesse destatosi intorno al problema. Ma la difficoltà è diventata maggiore non perché il latino l’abbia di natura sua, ma perché si sono anemizzati altri fattori riassunti in questi termini: catechismo, frequenza, profondità religiosa.
Dare al latino la colpa della diminuzione della frequenza popolare alle sacre funzioni è porre così male una questione da slittare nella ingiustizia e nella falsità. Infatti le componenti della cognizione popolare della liturgia sono diverse; la intelligenza del latino è solamente una di quelle. Il popolo va meno in Chiesa perché non tutti abbiamo fatto il nostro dovere davanti a Dio in modo tempestivo col grado di umiltà e sacrificio che si sarebbe richiesto. Dare al latino la responsabilità dei nostri difetti non è atto leale e veritiero e può essere facilmente multato di vigliaccheria. Se una soluzione vi può essere per la difficoltà recata dal latino, essa non può essere altra che questa, riportiamo il popolo alla profonda e nutrita cognizione del catechismo e del Vangelo, rieduchiamolo alla profondità e coerenza della vita religiosa e riavrà dalla liturgia tutti i benefici che ne hanno tratto per tanti secoli i suoi padri. Oltre questo noi possiamo fornire tanti sussidi (didascalie, pubblicazioni, versioni, etc.) che i nostri padri non avevano e possiamo pertanto arrivare a superarli, senza distruggere quello che invece ha molte ragioni per essere salvato.
[…]
Questa conoscenza solo relativa pone un problema che può formularsi così: “perché mai la Chiesa ha tollerato si avesse solo una conoscenza relativa immediata nella liturgia e non ha seguito il criterio di adattarsi via via all’uso delle lingue che si sono formate o che ha trovate nei popoli di recente conquistati alla fede?”.
[…]
Per rendersi conto che la Chiesa ha agito con saggezza sostenendo in tanti secoli l’uso della lingua latina per la liturgia e tollerando per il popolo una conoscenza relativa dei testi recitati in essa, occorre riflettere su qualche dato fondamentale.

LE TRE DIMENSIONI DELLA LITURGIA

La liturgia non ha una sola dimensione, ne ha bensì tre ed il giudizio di quanto la riguarda non può essere dato secondo una sola dimensione; deve invece darsi secondo tutte le dimensioni.
[…]
La liturgia si protende anzitutto verso Dio. In questo volgersi a Dio sta il primo aspetto che è essenziale ad essa. Ecco la prima grande “dimensione” della liturgia, quella che la estende in “alto”.
La liturgia ha un essenziale rapporto all’ordine sacerdotale. Tale seconda “dimensione” non ha alcun bisogno di essere dimostrata; nella sua sostanza e negli atti “divini” la liturgia è competenza dell’ordine sacro. Quando non occorre l’ordine sacro, si tratta di riduzione, di margine, di supplenza. È la dimensione “in latum” [“in ampiezza”].
La liturgia ha a che vedere col popolo cristiano e ciò a due titoli. Anzitutto perché è stata dotata, fatto unico nella storia umana, della funzione di veicolo della grazia di Dio, realizzando un rapporto che va dal cielo alla terra. Questa grazia è per tutti i fedeli, anzi è a disposizione di tutti gli uomini. In secondo luogo perché la società dei fedeli realizza una comunità familiare il cui capo è Gesù Cristo e stabilisce una entratura familiare dei fedeli nelle cose che riguardano Dio. […] Abbiamo qui la terza “dimensione”, quella che, tanto per intenderci, potremmo chiamare “in profundum”.
La liturgia compie un dovere di culto verso Dio. Essa accoglie tutti gli atti coi quali l’uomo caduto e redento assolve i suoi doveri di culto – adorazione, ringraziamento, propiziazione ed impetrazione – li interpreta e realizza secondo il criterio stabilito dalla condizione nuova, originata dal sacrificio della Croce.
[…]
Il culto a Dio è così sostanziato da una ragione superna e questa è così la intima ragion d’essere di tutta la liturgia, che a determinare anzitutto quanto concerne la stessa liturgia non sono e non possono essere anzitutto gli uomini o le esigenze degli uomini.
[…]
Non si può dire: “la determinazione della lingua liturgica deve essere fatta secondo che essa rappresenta un maggior comodo per gli uomini”. Occorre dire: “la determinazione della lingua liturgica va fatta anzitutto secondo quello che possono indicare le generali ragioni del Regno di Dio”. Il che è ben altro. Ragionare della liturgia come di una istituzione popolare in cui è sovrana una qualche volontà collettiva è mettersi nell’errore, con serio pericolo per la ortodossia.
[…]
La liturgia ha parti (e non facciamo qui ora questione di volumi o proporzioni) che sono fatte anzitutto e talvolta essenzialmente per l’ordine sacerdotale (vedi il Canone della Messa); ha parti che suppongono la disciplina canonica degli ecclesiastici e non suppongono affatto necessariamente la disciplina canonica dei fedeli. Tutta la liturgia ha come attori qualificati degli ecclesiastici.
[…]
Si rende chiaro dall’esame storico della elaborazione dei riti (nella parte non concernente la sostanza dogmatica immutabile), che la finalità del loro arricchimento è stato anzitutto il clero e che tale arricchimento, in quella forma e misura non si sarebbe avuto, se il clero non si fosse presentato capace di sostenere la dignità dei riti stessi. Ciò significa aver la Chiesa ritenuto pacifico e giusto che nei sacri riti vi fossero cose accessibili al clero, anche se non tutte e nella stessa ampiezza erano ugualmente accessibili alla massa dei fedeli.
Tutto questo costituisce quella che abbiamo chiamata “altra dimensione” della liturgia. Essa è pienamente logica ed è nella stessa natura di rappresentanza che il clero tiene presso Dio. Il sacerdote agisce certo ed anzitutto per divino mandato e per divino potere, tuttavia Gesù Cristo dando alla sua Chiesa fisionomia di famiglia e partecipando al sacerdozio la sua funzione di mediatore, ha voluto che il sacerdote rappresentasse pure i fedeli. Orbene il rappresentante, chiamato a fare questa parte perché attrezzato a supplire quello che non è nelle possibilità del rappresentato, deve fare sempre qualcosa di più del rappresentato. […] È naturale dunque che nella azione sacra il sacerdote faccia ben più del popolo e trovi nella azione sacra qualcosa che è dimensionato a sé e può eccedere la capacità dei fedeli meno istruiti.
Solo l’investimento del sacramento dell’Ordine è deputato al santo Sacrificio, ai sacramenti (eccettuato il Matrimonio e, in caso di necessità il Battesimo o l’amministrazione della SS. Eucarestia), alla benedizione costitutiva, al culto ufficiale e solenne; ai fedeli rimangono la assistenza, la partecipazione del canto, la partecipazione spirituale e qualche parte marginale. Solo il clero ha funzione “ministeriale”, intimamente connessa colla liturgia e questo non cambia affatto per la ragione che i fedeli sono membri del Corpo Mistico di Cristo. La diversità tra clero e popolo, tra Chiesa discente e Chiesa docente è segnata da una precisa ed inderogabile volontà di Gesù Cristo nonché da capacità precise; essa è marcata da rinunce, da distacchi e da sacri voti dei quali è inutile quanto falso provarsi a sminuire la importanza. Esiste una disciplina canonica che investe il clero e che non riguarda direttamente il popolo; tale fondamentale distinzione ha il suo logico riflesso nella liturgia.
[…]
Altra cosa è attenuare le distinzioni che mancano di ragionevoli fondamenti; altra cosa è combattere le distinzioni basate sul bene della società, sul risalto dei pubblici uffici, sulla maestà della legge, sul valore, capacità e merito degli individui e sullo stesso divino decoro. Abolire la distinzione delle “funzioni” è tentativo di abolire la società (sia essa religiosa o civile); abolire la distinzione del valore e del merito è tentativo per abolire l’uomo. Gli equivoci e i complessi di inferiorità del nostro tempo non dobbiamo portarli in chiesa, neppure per battezzarli.
Si avverta finalmente che se nell’arricchire la sua liturgia la Chiesa non avesse avuto la mira anzitutto del clero, adeguandosi anzitutto alla capacità di quello, non avrebbe dovuto arricchire, ma “spogliare”. Il livello medio culturale dei fedeli bene spesso non era all’altezza di quegli arricchimenti. C’è una terribile logica in quella spogliazione. È stata la logica protestantica. Essa è tuttavia una logica protestantica. Lutero ha creduto che il criterio fosse quello di fare solo quanto il popolo intero era in grado di fare e di capire e questo era logico in lui che respingeva la istituzione divina della gerarchia; orbene egli ha così dovuto abolire pressoché tutto. Collo stesso criterio si arriva ineluttabilmente allo stesso epilogo. E non sarebbe neppure una modernità, perché sarebbe cosa assai vecchia.

IL SENSO DEL MISTERO NEL LATINO

[…]
Finalmente la media dei fedeli ha bisogno di quello che si potrebbe chiamare il chiaroscuro. Ossia qualcosa la deve superare e trascendere. Non perché sia in se stesso appetibile il non sapere o il non comprendere; ma perché il rimanere qualcosa nell’ombra e nel mistero fa afferrare in via emotiva ed intuitiva una realtà ben più grande: la maestà ed infinita transcendenza delle cose divine. Può sembrare un paradosso il dirlo, ma non lo è affatto: è l’ombra che dà paragone e risalto alla luce; è il mistero che drappeggia stupendamente il proscenio della vita; è la debolezza a sopportare tutta la realtà, che invoca l’ombra. […] Il non pensare a tutto questo è posizione cerebrale ed inumana. Luci ed ombre danno una singolare polivalenza, inafferrabile agli aridi indagatori, eppur capace di rispondere a stati d’anima che nessuno legge e descrive. Claudel fu convertito dal canto del Magnificat sentito la notte di Natale in Notre Dame di Parigi: non si trattava solo del contenuto del mirabile cantico, ma piuttosto della profonda emozione che esso era capace di suscitare in quell’ambiente, in quella notte con quella musica.

IL LATINO ESPRESSIONE SENZA TEMPO

Tra i criteri della saggezza didattica esiste il criterio delle “dosi”.
È troppo difficile usare in volgare i testi liturgici complessivamente e per uso liturgico, in ragione della profonda differenza tra l’“ingenium letterario” col quale furono concepiti e l’“ingenium letterario” corrente.
[…]
Ora la diversità del “genio letterario” può avere la conseguenza di non potersi noi contare sulla recettività della gente, allorché è passato il momento di sua affermazione. Ciò significa che parlare alla folla col linguaggio, coi termini e colle movenze di un’altra età, può lasciarla inerte ove prima la eccitava, annoiata dove prima la divertiva, spinta al riso ove prima l’impegnava a serietà.
[…]
A tutto questo nella liturgia si aggiungono le forme. Il modo di svolgersi del responsorio, del canto antifonico dei semplici versetti non è più nel nostro uso, anche se il canto permette talvolta di riprendere alcuni ritmi. Per questo, ove quelle forme suonassero nella lingua italiana, farebbero per lo meno meraviglia alla massa media dei fedeli.
[…]
A questo punto è doverosa una osservazione. Mentre il brano scritto secondo un ingenio letterario diverso e recitato oggi in una lingua parlata può facilmente dare uno sconcerto più o meno grande in chi lo ascolta, l’inconveniente cessa se il testo stesso viene esibito in “traduzione”. Il fatto di “tradurre” è sufficiente in genere ad avvertire chi ascolta (anche in modo subcosciente) che quel testo viene da altro ambiente, da altro tempo ben diverso. […] La “traduzione” scarica delle responsabilità; tutto rimane non solo serio, ma diviene generalmente incantevole e la liturgia continua ad avere il seducente fascino, che ha, talvolta, tanto maggiore quanto più rivelata ai “lontani”.
[…]
La conclusione diventa ovvia: coll’adottare la lingua volgare per la liturgia si risolverebbe una questione e se ne aprirebbe un’altra. La quale è difficilmente solubile. Infatti (per ovviare alla situazione creata dalla diversità di “ingenium letterario”) ove si usasse la lingua volgare, occorrerebbe eliminare una quantità di testi e di procedimenti. Essi tenuti come sono, e resi accessibili con le traduzioni (siccome si è detto sopra), vanno benissimo e mantengono la solennità dalla quale il fedele ha sempre tratto edificazione, gioia ed esperienza di un senso di divina maestà.
La eliminazione di quanto fosse necessario eliminare per adattare i testi e le rubriche liturgiche all’ingenio letterario del nostro tempo diventerebbe la spogliazione e la pratica abolizione della liturgia. Esattamente come è accaduto a Lutero. Il cambiamento poi, per continuare ad adattare, sarebbe indefinito e sarebbe proprio l’adattamento ad esigere la progressiva spogliazione già attuata dai protestanti soprattutto luterani e calvinisti.

ABOLIRE IL LATINO O ESAMINARSI LA COSCIENZA?

[…]
Si è scritto da qualcuno (non troppi per la verità) che la causa, la grande causa per cui il popolo viene meno alle sacre funzioni ed è meno cristiano sta tutta nel latino della liturgia. Rimedio: abolire il latino e tutto fiorisce. Semplice! Abbiamo visto e toccato con mano che la causa del deperimento religioso è ben altra ed è terribilmente complessa.
[…]
No, non è il latino il grande colpevole; è ben altro! In taluni ambienti operai la gente va pochissimo a Messa e niente a Vespro. La ragione è che là da decenni, se non da secoli, è completamente inefficiente od è stato inefficiente l’insegnamento del catechismo. Altrove la ragione è che i pastori non hanno avuto in grado efficace quegli elementi che arrecano la onesta e fruttuosa popolarità, per cui si sta vicini al popolo. Quegli elementi cominciano sempre dalla umiltà e dal sacrificio. In tale caso è semplicemente vigliacco dare la colpa all’ordinamento ecclesiastico, diventare autentici iconoclasti e costruire chiese che non hanno neppure l’apparenza di un vecchio e mal conformato solaio.
[…]
Talvolta certe parrocchie rispondono poco ed hanno delle durezze resistenti. Badate di non scaricare i barili sul povero latino: cercate nel temperamento, difficile per gli altri; cercate nelle colpevoli carenze dei possibili strumenti di apostolato, cercate nella riottosità ad avere l’Azione Cattolica, nell’esempio di poco sacrificio, di impegno… Dare la colpa al latino è ripetere il gesto di chi calunnia per scolpare se stesso.

LITURGIA E FEDE DI PARI PASSO

Una grave istanza è quella della fedelissima custodia del deposito di verità ricevuto da Cristo. Ne abbiamo già parlato e qui è sufficiente riassumere e completare.
Le lingue attualmente parlate sono volubili. Le mutazioni alle quali vanno soggette, ove la liturgia si svolgesse a loro mezzo, metterebbero in pericolo il retto intendimento del contenuto. Si tenga presente che la Chiesa non ha la prospettiva di qualsivoglia associazione od ente umano, i quali possono tendere a campare il più possibile, ma che sanno di dover finire; essa i suoi conti di custodia del divino deposito li deve fare col criterio di durare fino a che durerà sulla terra il genere umano. […] In secondo luogo la liturgia costituisce una “lex orandi” [“legge del pregare”] che diviene “lex credendi” [“legge del credere”]. C’è pertanto un vincolo tra quello che si dice e si opera nella liturgia e quello che si crede. La custodia della ortodossia della fede implica la accurata custodia della ortodossia nella liturgia.

IL LATINO LINGUA UNIVERSALE

[…]
Quanto si afferma che la unità è essenziale per la Chiesa cattolica, altrettanto bisogna affermare che quella unità implica atteggiamenti spirituali complessi ed impegnativi. Alla unità nella Chiesa si deve sacrificare tutto ciò che non è la verità e la legge divina, ove occorra. È su questo principio teologico che si deve ragionare a proposito di lingua liturgica.
Ciò premesso, ecco alcune osservazioni importanti: il massimo elemento unitivo, immediato e direttamente operante tra gli uomini è da tutti i tempi la lingua. Il suo primato è tale che la lingua, non solo ha fatto da alveo a tutta la cultura, ma ha fuso popoli di razza e tendenze diversi. Se ne deve dedurre, crediamo senza pericolo di smentita, che grande mezzo umano della unità della Chiesa è l’uso di una lingua comune. La lingua comune è la latina. La lingua comune della Chiesa non occorre sia comune a tutti e singoli fedeli. È sufficiente sia comune in quell’ambiente che forma il tessuto organico e giuridico della Chiesa stessa e dal quale dipendono e vengono formati i fedeli: il clero. Il clero non potendo abitualmente usare il latino nella vita quotidiana per ovvie ragioni, deve però essere in grado di usarlo in modo piuttosto robusto ogni giorno.
A questo punto si capisce che di mezzo per usare la lingua utile alla unità della Chiesa ogni giorno, in modo cospicuo, non esiste altro che la divina liturgia con tutto il suo Ordo, dalla Santa Messa alla Ufficiatura, ai santi sacramenti.
[…]
Senza latino nella liturgia non è difficile immaginare che cosa succederebbe e quali difficoltà si creerebbero alla Chiesa. Chi vuol togliere il latino vuole semplicemente questo e non gliene importa della unità della Chiesa, nonché, in ultima analisi, di Gesù Cristo stesso, la cui ultima aspirazione fu la unità dei fedeli.

GRANDEZZA E IMPORTANZA CULTURALE DEL LATINO

[…]
Il latino in se stesso con il greco è la porta di tutta la più profonda cultura umanistica. Non è qui nostro impegno discorrere compiutamente di quella. Basti qui dire che la cultura umanistica ha rappresentato e rappresenta tuttavia il più alto strumento, nel campo umano, per la più grande, profonda e solida apertura intellettuale.
[…]
La lingua latina va attentamente considerata in sé e nella sua storia. Essa, più di tutte le lingue conosciute, ha architettura grandiosa, la logica perfetta nella disposizione del contenuto, la distinzione nei diversi piani del medesimo, la concisione rilevata eppure non disadorna, il senso potente del cursus e del ritmo, la connaturata capacità di sintesi, la cadenza pacata e solenne. Se cede in musicalità alla lingua greca, la vince nella forza. Questa lingua raggiunge un equilibrio meraviglioso tra la forma e la logica in cui imbriglia il contenuto. Essa si è accompagnata all’istinto del diritto, del quale il popolo romano fu il più mirabile fautore e di quel diritto divenne la stupenda ed insuperata forma espressiva. Per la sua potenza, la sua misura, il suo solenne ritmo, la lingua latina iscrive l’uomo, come non ha mai fatto alcuna lingua nella sua calma e potente maestà dominativa delle cose. È la lingua dell’uomo che è “signore”. Quando l’uomo lo si pensa o lo si coglie nel momento della sua forza intellettuale e morale, reggitore e dominatore, logico pacato e solenne, tale da incutere un vero rispetto, vien spontaneo di porgli sulle labbra per esigenza di armonia, la parlata latina.

IL LATINO AL SORGERE DEL CRISTIANESIMO

[…]
Ora guardate ad un particolare della sua storia. Ci fu un momento in cui essa raggiunse la sua più perfetta capacità espressiva ed in cui diede avvio ai più fecondi ingegni della opulenta storia di Roma. In quel momento essa era la prima lingua ufficiale del mondo civile, perché in quel momento essa cristallizzava le leggi e dava espressione ai decreti del Senato romano ed ai rescritti dei Cesari. Quel momento è chiamato il secolo d’oro della letteratura latina ed anche se qualche voce maledica e leggera si è levata a contestare una simile qualifica, quel momento rimane tale. Fu il secolo di Augusto, fu il momento della pace universale. Un disegno grandioso non elaborato da uomini, attuato attraverso il momento greco, perfezionato nel momento romano, allora si compieva. Il silenzio dalle guerre pareva, in tale luce meridiana, indicare la scadenza di una attesa della umanità.
Allora il Figlio di Dio si fece Uomo ed entrò personalmente nella nostra storia. Fu all’apogeo della pace di Augusto. Nel momento in cui Dio si fece uomo, risuonava la lingua, che più di tutte le lingue si conviene all’uomo nella sua maestà di dominatore del creato. Non fu caso, come nulla è caso, perché tutto è provvidenza.
Dio volle che all’Uomo, che era figlio suo, si allineasse un modo di parlare glorioso, il più confacente alla dignità. Nel momento in cui la umana natura dava se stessa alla Incarnazione, l’umanità raggiungeva il suo trionfo. La dignità umana non andò mai più alto. In quel momento la lingua dell’imperio era latina.
L’accostamento di questa immortale lingua a Gesù Cristo ed in lui alla sua Chiesa ed alla secolare preghiera della sua Chiesa va decisamente fuori della pura contingenza: essa esprime una delle tante armonie che la storia vera disegna attorno alla incarnazione. Gesù Cristo non parlò latino, ma il mondo nel quale apparve pensava in latino.
A questo punto è possibile riprendere un discorso interrotto là ove abbiamo parlato della storia della lingua liturgica. Sì, abbiamo visto come e perché avvenne dai fatti contingenti che la lingua di Roma gestisse la stessa liturgia divina e divenisse praticamente universale; ora siamo in grado di capire che a determinare il fatto non è entrato solamente il cumulo delle circostanze, ma un peso, il peso stesso dei fini sostanziali di tutta la storia umana. Il latino nella liturgia va considerato con intelligente e religioso rispetto.

Da Card. Giuseppe Siri, Non per noi Signore. Lettere pastorali, Vol. 1, Stringa Editore, Genova, 1971, pp. 252-274.