L’inizio

Maria era di origini marchigiane. Venne alla luce il 16 ottobre 1890 a Corinaldo, in provincia di Ancona.
La mamma, Assunta, aveva passato un’infanzia un po’ difficile, essendo stata abbandonata in un convento subito dopo la nascita. Aveva già sei anni quando la adottarono due sposi poveri ma di forte fede cattolica. Ancora giovane fu presa in moglie da Luigi Goretti, uomo anche lui di ottimi principi. Insieme ebbero sette figli, voluti e accolti con grande amore, nonostante la loro umile condizione di braccianti.
Ma arrivò il momento di lasciare Corinaldo per il Lazio, in cerca di lavoro e sopravvivenza. Allora Luigi Goretti pronunciò delle parole che dicevano tutto sulle loro difficoltà e il loro coraggio: “Dio sempre provvede”.

Già alla loro prima “tappa”, nella provincia di Frosinone, si ritrovarono per convenienza di lavoro associati con Giovanni e Alessandro Serenelli, padre e figlio, anche loro marchigiani.
Da quel momento, la storia della famiglia Goretti fu segnata da grandi sofferenze.

Croce e coraggio

Serenelli padre era un uomo dedito all’alcol. Il figlio, Alessandro, non aveva conosciuto la sua povera mamma, morta in una casa di cure per malattie mentali qualche mese dopo averlo messo al mondo. Le sue esperienze di lavoro e le compagnie con cui era capitato avevano finito di guastarlo. Sapeva leggere e scrivere, cosa insolita per un contadino in quegli anni, ma purtroppo le sue letture preferite erano riviste indecenti.
Per una lite di Giovanni Serenelli con il primo proprietario terriero che li aveva assunti, furono tutti costretti a spostarsi nelle Paludi Pontine.
La terra in quella zona era fertile, ma non essendo stata ancora bonificata si correva pure il rischio di prendersi la malaria, che aveva già decimato tante famiglie.
Così, il 6 maggio 1900, dopo aver fatto un buon raccolto e con la piccola Teresa nata da poco, Luigi Goretti si ammalò e morì di malaria, polmonite e meningite.
Era l’addio a quel padre di famiglia che aveva sempre raccolto alla sera i suoi figlioli a pregare il Rosario, e che metteva nel lavoro la sua forza di uomo. Ora, la moglie e i bambini come potevano andare avanti?
Ma in mezzo a tanta sofferenza, si levò un’altra persona dal coraggio eroico pronta a fare la sua parte.
Era proprio lei, Maria, di appena nove anni d’età, che tra le lacrime disse alla mamma: “Mamma, non ti abbattere, io penserò alle faccende di casa, tu prenderai il posto di papà in campagna. Vedrai, Dio non ci abbandonerà”.
Queste sono le prime parole che si conoscono di lei.
Per circa due anni, fino al giorno del suo martirio, la piccola santa caricò su di sé tutte le faccende di casa, per la sua mamma, i fratellini, le sorelline e i Serenelli, andando sempre con i piedini scalzi a causa della povertà. Istruiva ed esortava gli altri figlioli nella fede, aiutandoli a presentarsi e comportarsi in chiesa nel modo migliore.
Le due famiglie vivevano nella stessa grande abitazione, distanziate solo dall’ambiente di una cucina d’uso comune.
Presto, Giovanni Serenelli arrivò a ricattare Assunta Goretti, la mamma di Maria, facendole capire che se voleva poter mantenere i figlioli doveva cedere ai suoi desideri disonesti. Incontrando il rifiuto di Assunta, cominciò da allora a trattarla con soprusi e angherie.

Un ritratto felice

Ora vediamo un po’ meglio chi era la nostra giovanissima santa.
A quel tempo la Cresima, il sacramento per ricevere il più grande aiuto dello Spirito Santo, si dava ai bambini prima della Comunione. I genitori di Maria avevano voluto farla cresimare prima della partenza dal paese di origine, insieme al fratello maggiore, perché non sapevano se poi sarebbe stato possibile nei tempi giusti.
Era il 4 ottobre 1896 e tre anni dopo i Goretti arrivavano nelle Paludi Pontine. Ormai Maria, come risulta dai cosiddetti processi canonici fatti per accertare la sua santità, aveva grazie al papà e la mamma una buona educazione cristiana. Sapeva fare le sue valutazioni e la sua scelta era sempre per il bene.
Racconta mamma Assunta:

Maria era desiderosa di imparare le cose della fede e più volte mi ha chiesto di parlare in proposito. Non ricordo sia mancata alla Santa Messa e pur non sapendo leggere si era imparata a memoria l’Ave Maria, il Padre Nostro e le altre preghiere e soprattutto il Santo Rosario che le era indispensabile come l’aria che respirava.

Maria, chiamata in famiglia anche Marietta, rimase turbata una volta sentendo una ragazzina dire parole sporche con un giovane. La mamma le raccomandò di non pensare più a parole simili. E la figlia osservò: “Se io dovessi parlare come lei, è meglio morire”.
L’educazione data dalla mamma contò molto. In particolare riguardo alla purezza, che vista anche nell’atteggiamento esteriore si chiama “modestia”: “Ebbi cura della sua modestia e non permisi mai che vestisse o spogliasse i fratellini, come pure facevo dormire in una camera i maschietti e in un’altra le femmine che, morto mio marito, facevo dormire in camera mia”.
Maria andava ogni tanto a sbrigare delle commissioni, soprattutto da quando le faccende domestiche toccavano in pratica solo a lei. Però non si fermava mai a parlare. Era presa dalle necessità di casa, e poi con la riservatezza custodiva meglio il suo cuore purissimo. Un testimone, ricordando questo, ha aggiunto: «Tutti invidiavano sua madre perché aveva una figlia così buona!».
Ci fa sapere ancora mamma Assunta:

Maria nel mangiare contentava prima gli altri e poi se stessa e non assaggiava nulla se prima non aveva fatto la parte a me ed ai fratellini. E se le sembrava che io avessi preso poco, insisteva perché prendessi dell’altro: “Prendete mamma: io sono più piccola di voi!”.

La mamma aveva da sempre notato in lei un carattere buono e docile, e non ebbe mai a lamentarsi della sua Marietta. Anzi, qualche volta la sgridò e la malmenò ingiustamente. La figliola riceveva tutto questo senza portare il broncio; in più era sempre pronta a servire la mamma e le prometteva di fare sempre meglio.
Qualche mese dopo la morte del padre, fu presa dal desiderio ardente di fare la Prima Comunione. Alla sua età, dieci anni, non era normalmente permessa, anche se di lì a poco Papa San Pio X avrebbe abbassato il termine a sette anni, perché i bambini fossero fortificati dalla Comunione proprio nel fiore dell’innocenza.
Mamma e figliola ne parlarono così:

“Mamma quando faccio la Comunione io?”, domandò Marietta.
Le rispose la mamma: “Cuore mio, come la puoi fare se non sai bene la dottrina? Non sai leggere, non ci sono soldi per farti il vestito, le scarpe, il velo; non hai un minuto di tempo libero; c’è sempre da fare…”.
“Mamma cara, ma così non la faccio mai!”.
“Ma che ci può fare la sventurata mamma tua, cuore mio? Tocca di vedervi venire su come bestioline”.
“Ebbene mamma, Dio provvederà. A Conca c’è la sora Elvira che sa leggere. Io vi prometto di sbrigar prima tutte le faccende di casa, ed il tempo libero voi me lo lasciate per andare a Conca ad imparare la dottrina”.

Maria imparava ascoltando un sacerdote, don Alfredo, e la sora (signora) Elvira, con grande attenzione e una memoria stupefacente. Ma si faceva notare anche per l’allegria e la viva intelligenza. E così, con tutto l’impegno, il velo ricevuto in prestito, le scarpine bianche avute in regalo e il vestito fatto dalla mamma, arrivò anche per lei il giorno della Prima Comunione.
Durante la Santa Messa, che ovviamente, cento e più anni fa, era la vera Messa tradizionale cattolica, il sacerdote parlò della bontà e della purezza di Gesù che deve rimanere nei nostri cuori, mentre al peccato dobbiamo fare la guerra, anche a costo della vita; poi bisogna ricordarsi sempre della Madonna, onorarla e pregarla con l’Ave Maria…
In quell’occasione, la fanciulla Maria rinnovò una sua promessa già formulata da molto tempo: “O Gesù, piuttosto che offenderti mi faccio ammazzare!”. Parole profetiche…
C’era comunque nella vita di Maria, oltre alla mamma, un’altra persona a lei molto cara, la giovane signora Teresa Cimarelli. La fede che condividevano aveva fatto nascere tra loro una sincera amicizia.

Il martirio

L’infelice Alessandro Serenelli, ormai ventenne, cominciò a rivolgere le sue attenzioni su Maria, come Serenelli padre aveva fatto con mamma Assunta. Prese a molestarla, nel giugno del 1902. La sua vittima si divincolò ogni volta, ma fu minacciata da Alessandro perché non raccontasse niente a nessuno.
La situazione era grave. Se Maria avesse parlato dell’accaduto, chissà cosa sarebbe potuto succedere. Nel lavoro, i Goretti erano sempre associati con i Serenelli e praticamente dipendevano da loro.
Maria in quel mese intensificò la preghiera, turbata per le aggressioni che subiva.
Da parte sua Alessandro, vendicò la rabbia di non poter prevalere su di lei tormentandola con pretese impossibili nelle faccende domestiche. E poi maturò la decisione di ucciderla se non gli avesse ceduto.
Nel primo pomeriggio del 5 luglio 1902 Maria se ne stava alla porta di casa, con accanto la sorellina di due anni, e rattoppava una camicia che era proprio di Alessandro. Le conveniva fermarsi in quel punto dell’abitazione, più fuori che dentro, per sfuggire agli attacchi del giovane. Maria si era sempre mantenuta nella più grande modestia fra la gente all’esterno, ma ora aveva in casa la minaccia più terribile alla sua purezza e alla sua vita.
Alessandro, con una scusa, si fece sostituire su un carro da mamma Assunta ed entrò in casa, passando accanto a Maria senza dirle niente. Andò a prendere un punteruolo in una camera e tornando indietro lo lasciò nella cucina, vicino all’uscio dov’era la fanciulla. Poi si avvicinò a lei e la invitò a entrare in casa. Maria non rispose e non si mosse. Alessandro la prese brutalmente per un braccio e la trascinò dentro la cucina.
Leggiamo il racconto fatto tempo dopo dallo stesso Alessandro:

Ella intuì che io volevo ripetere l’attentato delle due volte precedenti e mi diceva: “Dio non vuole queste cose, tu vai all’inferno. Sì, sì, Dio non vuole queste cose, tu vai all’inferno”.
Io allora vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere alle mie brutali voglie, andai su tutte le furie e, preso il punteruolo, cominciai a colpirla… In quel momento io capivo bene che volevo compiere un’azione contro la legge di Dio e che volevo indurre Maria al mio peccato e appunto l’uccidevo perché si opponeva.
Ella ripeteva: “Che fai Alessandro, tu vai all’inferno!”.
Nel momento che vibravo i colpi, non solo si dimenava per difendersi, ma invocava ripetutamente il nome della madre e gridava: “Dio, Dio, io muoio! Mamma, Mamma!”.
Io ricordo di aver visto del sangue anche sulle sue vesti e di averla lasciata mentre ella ancora si dimenava, però capivo bene che l’avevo colpita mortalmente. Buttai l’arma dentro il cassone e mi ritirai nella mia camera, mi chiusi dentro e mi buttai sul letto.

Ed ecco l’accorrere di Giovanni Serenelli, il padre di Alessandro, di mamma Assunta, di conoscenti, dei carabinieri, di una folla che voleva far giustizia dell’assassino…
La mamma svenne al vedere la sua figliola martoriata dalle ferite e coperta di sangue, priva di forze in braccio a Mario Cimarelli, marito della cara Teresa.
Quando entrambe si furono un po’ riprese, parlarono un momento e Maria rivelò alla mamma angosciata: “È stato Alessandro, mi voleva far fare del male ed io non ho voluto”.

Addio e perdono

Alle otto di sera, Maria arrivava su una barella all’ospedale di Nettuno. Il cappellano del luogo di cura la confessò prima dell’operazione che si voleva tentare. I medici poi fecero di tutto per salvarla, ma aveva quattordici ferite da colpi di punteruolo, una anche al cuore, e non c’era più rimedio. Nelle sue condizioni non fu nemmeno possibile l’anestesia. Durante l’intervento, riferì uno dei medici, Maria rimase lucida e invocò più volte la Madonna.
Dal letto dove fu portata, Maria parlò ancora con la sua mamma Assunta: “Alessandro mi voleva fare le cose malamente e io non ho voluto.”
“Marietta, perché non l’hai detto a mamma tua, che almeno non facevi questa morte?”.
“Mamma cara, mi vergognavo perché non sapevo come dirvelo. E poi mi giurò Alessandro che mi avrebbe ammazzata, se ve lo avessi riferito. E tanto mi ha ammazzata lo stesso”.
L’arciprete Temistocle Signori disse a Maria qualcosa del Signore Gesù in croce e le domandò se perdonava il suo assassino.
Questa fu la risposta di Maria: “Sì, per amore di Gesù gli perdono, e voglio che venga con me in Paradiso”.
Anche mamma Assunta, povera e sofferente ma ricca di fede, perdonò senza esitazione il disgraziato Alessandro. Nel processo in cui gli fu data la condanna a trent’anni di carcere – evitò l’ergastolo in quanto minorenne per la legge di allora – il presidente del tribunale subito dopo la sentenza domandò a mamma Assunta: “Signora Assunta Goretti, perdonate voi all’uccisore di vostra figlia?”.
“Per conto mio”, rispose la mamma della martire, “sì, gli perdono di cuore, signor Presidente”.
Dalla folla salì un mormorio di commenti. Ci fu chi disse: “Io non gli perdonerei!”.
Ma la madre disse: “E se neppure Gesù Cristo perdonasse a noi?”.
Tornando all’ultima giornata terrena di Maria, la nostra piccola santa sentiva dolori atroci ma conservò la serenità e la padronanza di sé. Continuava a premurarsi per la mamma e le affidava i fratellini, rimasti senza la sorella che era per loro come una seconda mamma.
Le venivano spontanee tante espressioni d’amore per la Madonna, che non sfuggirono al cappellano, il quale propose alla fanciulla di iscriversi all’Associazione delle Figlie di Maria. Lei sorrise e ne fu felice. Si tenne la breve cerimonia dell’iscrizione, in presenza anche di una pia nobildonna e di due suore. Il cappellano le mise al collo una medaglietta della Madonna, che Maria ricoprì di baci.
Fu allora che la Madonna, tanto onorata e imitata dalla piccola martire che ne portava anche il nome, le donò di apparire al suo sguardo sempre innocente. Ai presenti, Maria diceva: “Possibile che non la vediate? È così bella!… tutta luce!… tutta fiori! Mettetemi vicino alla Madonna… io voglio stare più vicino alla Madonna!”.
“Quando vidi che mia figlia era proprio alla fine”, ricorderà mamma Assunta, “la baciai e lei mi ribaciò, le diedi a baciare anche il crocifisso e la medaglia della Madonna che avevo al collo”.
All’ultimo istante, Maria invocò il nome della sua cara Teresa come in cerca d’aiuto e poi si riadagiò serenamente sul cuscino, lasciando questa vita.
Erano le 15.45 del 6 luglio 1902, domenica, festa del Preziosissimo Sangue di Gesù.

Parla il buon pastore

Sulla tomba di Maria avvennero guarigioni miracolose, tanto da indurre la Chiesa a iniziare un processo canonico, per accertare e poter proclamare universalmente la sua santità.
Fu Pio XII il Papa che seguì la causa della nostra Santa. Nel 1945 riconobbe l’autenticità del suo martirio. Due anni dopo avvenne la beatificazione.
Maria Goretti fu canonizzata, cioè proclamata santa, il 24 maggio 1950. La fama della sua grandezza attirò in quel giorno più di mezzo milione di fedeli dall’Italia e dall’estero. Alla cerimonia, celebrata all’aperto in Piazza San Pietro per dare spazio all’immensa folla, fu presente anche mamma Assunta con i figli e le figlie, di cui una era diventata suora.
Ed ecco un assaggio delle parole pronunciate da Papa Pio XII. Tra parentesi, potete leggere i “Sì” di risposta alle domande del grande Pastore, che si levarono come un immenso grido dai giovani e meno giovani presenti:

Se è vero che nel martirio di Maria Goretti sfolgorò soprattutto la purezza, in essa e con essa trionfarono anche le altre virtù cristiane. Nella purezza era l’affermazione più elementare e significante del dominio perfetto dell’anima sulla materia; nell’eroismo supremo, che non si improvvisa, era l’amore tenero e docile, obbediente ed attivo verso i genitori; il sacrificio nel duro lavoro quotidiano; la povertà evangelicamente contenta e sostenuta dalla fiducia nella Provvidenza celeste; la religione tenacemente abbracciata e voluta conoscere ogni giorno di più, fatta tesoro di vita e alimentata dalla fiamma della preghiera, il desiderio ardente di Gesù Eucaristico, ed infine, corona della carità, l’eroico perdono concesso all’uccisore; rustica ghirlanda ma così cara a Dio, di fiori campestri, che adornò il bianco velo della Prima Comunione, e poco dopo il suo martirio… O giovani, fanciulli e fanciulle, pupille degli occhi di Gesù e nostri, – dite – siete voi ben risoluti a resistere fermamente, con l’aiuto della grazia divina, a qualsiasi attentato (Sì!) a qualsiasi attentato che altri ardisse fare alla vostra purezza? (Sì!)
E voi, padri e madri, al cospetto di questa moltitudine, dinanzi alla immagine di questa vergine adolescente, che col suo intemerato candore ha rapito i vostri cuori, alla presenza della madre di lei, che, educatala al martirio, non ne rimpianse la morte, pur vivendo nello strazio, ed ora s’inchina commossa ad invocarla, – dite – siete pronti ad assumere il solenne impegno di vigilare, per quanto è da voi, sui vostri figli, sulle vostre figlie, al fine di preservarli e difenderli contro tanti pericoli che li circondano, e di tenerli sempre lontani dai luoghi di addestramento all’empietà e alla perversione morale? (Sì!)
Ed ora, o voi tutti che ci ascoltate, in alto i cuori! Sopra le malsane paludi ed il fango del mondo si estende un Cielo immenso di bellezza. È il Cielo che affascinò la piccola Maria; il Cielo a cui ella volle ascendere per l’unica via che ad esso conduce: la religione, l’amore di Cristo, l’eroica osservanza dei comandamenti…

Da queste parole si comprende qual è la grandezza della nostra fede cattolica e di Santa Maria Goretti, degna di venerazione. Si vede anche la differenza tra la figura grandiosa di Pio XII e la meschinità degli ultimi cinquant’anni di vita della Chiesa, con il suo “dialogo col mondo” e le sue pagliacciate anticattoliche sempre più tristi.
In realtà anche i Papi successivi hanno fatto del bene, anzi a volte un bene straordinario. Tra l’altro, fu proprio Paolo VI a firmare nel 1968 l’enciclica Humanae vitae, con la quale diede un insegnamento certo e d’ispirato amore paterno riguardo alla vita, al matrimonio e al male causato dalla contraccezione.
Pio XII si è sempre fatto avanti per affermare il bene della Chiesa, dell’umanità e, come abbiamo visto, in particolare dei giovani a lui tanto cari. Ricordandolo, sentiamo che il suo regno continua senza fine in Cielo e in mezzo a noi.

Il figlio torna a casa

Non era forse anche Alessandro Serenelli un figlio? Figlio di una mamma mai conosciuta, di un padre capace di infami bassezze… Ma figlio anche e prima di tutto di un Padre, Dio, che ha per ogni figlio uno sguardo di tenerezza infinita.
Subito dopo l’atroce delitto, accorrevano gli uomini per fare giustizia sommaria, per uccidere il giovane Alessandro. I carabinieri se lo portarono via montando a cavallo mentre lui fu costretto a correre in mezzo a loro sul suolo polveroso, a piedi nudi, per dieci chilometri.
Però non tutte le creature umane gli erano contro. Proprio la sua vittima, la purissima fanciulla Maria, e la povera madre di lei, lo avevano perdonato senza nemmeno aspettare il suo pentimento.
Alessandro fu processato a Roma e dopo la condanna a trent’anni di carcere rimase recluso prima in Sicilia e successivamente in Sardegna. Al processo dichiarò, spavaldamente, di aver agito in quel modo per assicurarsi il pane con la prigione.
Passarono alcuni anni, finché una notte, mentre dormiva nella sua cella del carcere di Noto, fece un sogno. E gli apparve proprio Maria, vestita di bianco e sorridente. Coglieva dei gigli in un giardino e glieli porgeva, uno alla volta. Alessandro tentava di prenderli, ma quelli si trasformavano in fiammelle color rosso sangue, che gli ricordarono le ferite inferte alla fanciulla.
Dopo quel sogno, si fece strada nel cuore di Alessandro la coscienza del perdono ricevuto, e cominciò a pentirsi di tutto il male commesso.
Gli rimaneva da scontare una lunga detenzione. Ebbe la possibilità di parlare con il vescovo di Noto, al quale poi manifestò la decisione di riscattarsi. Si confessò.
Uscì dal carcere nel 1929, all’età di 47 anni, dopo che la condanna gli era stata abbreviata di tre anni per buona condotta.
Da allora la sua vita fu quella di un umile lavoratore e cristiano esemplare.
Era il giorno di Natale del 1937 quando Alessandro si recò a Corinaldo, per chiedere perdono a mamma Assunta trasferitasi di nuovo là.
Si gettò in ginocchio, riuscì a dire solo: “Assunta perdonatemi!” e pianse.
“Eh, vi ha perdonato lei, vi ha perdonato Iddio… Vi perdono anch’io!”, disse Assunta, e lo abbracciò.
Sarà stato il primo abbraccio di una mamma ricevuto da Alessandro, e quanto era costato a quella mamma e a quel figlio! Ma finalmente l’Amore trionfava. Insieme andarono alla Santa Messa nella chiesa gremita e fecero la Comunione.
In seguito Alessandro trovò ospitalità dai Cappuccini di Ascoli Piceno, per il suo desiderio di stare raccolto in preghiera oltre che di rendersi utile.
Anche lui ci ha lasciato un importante messaggio. È una lettera sigillata che trovarono fra le sue cose quando morì, il 6 maggio 1970, all’età di 89 anni.
L’ormai anziano Alessandro dice a noi, a me e a te, le parole di un figlio che sembrava essersi perduto per sempre, ma che è poi tornato a casa e conosce le ragioni del suo ritorno:

Sono vecchio di quasi 80 anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia giovinezza infilai una falsa strada, la via del male che mi condusse alla rovina.
Vedevo attraverso la stampa, gli spettacoli ed i cattivi esempi, che la maggior parte dei giovani segue quella via, senza darsi pensiero ed io pure non mi preoccupai. Persone credenti e praticanti le avevo vicino a me, ma non ci badavo, accecato da una forza bruta che mi sospingeva verso una cattiva strada. A 20 anni consumai il delitto passionale, del quale oggi inorridisco al solo ricordo.
Maria Goretti, ora santa, fu l’Angelo buono che la Provvidenza aveva messo dinanzi ai miei passi per salvarmi. Ho impresse ancora nel cuore le sue parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me ed intercedette per il suo uccisore. Seguirono 30 anni di prigione, se non fossi stato minorenne sarei stato condannato a vita. Accettai la sentenza meritata, rassegnato espiai la mia colpa. La piccola Maria fu veramente la mia luce, la mia protettrice: con il suo aiuto mi portai bene nei 27 anni di carcere e cercai di vivere onestamente, quando la società mi accettò tra i suoi membri. I figli di San Francesco, minori Cappuccini delle Marche, con carità serafica mi hanno accolto tra di loro non come servo ma come fratello e con loro convivo da 24 anni. Ora aspetto sereno il momento di essere ammesso alla visione di Dio, di riabbracciare i miei cari, di essere vicino al mio angelo protettore ed alla sua cara mamma Assunta. Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, seguire il bene sempre. Fin da fanciulli pensino che la religione con i suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno ma è il vero conforto, l’unica via sicura in tutte le circostanze anche le più dolorose della vita. Pace e bene.

Tratto da Isidoro D’Anna, Che la forza sia con voi. Prontuario per giovani di spirito, Fede & Cultura, 2015, pp. 86-101.