Per il tramite di un amico, il quale ahinoi abita lontano, abbiamo avuto la grazia di conoscere il Maestro Francesco Gentile e la sua arte.
È lui il Pittore di Padre Pio. Data la sua età non molto avanzata, facendo due calcoli si può capire che lo è divenuto dopo la morte del nostro amatissimo Santo. E riflettendo un attimo, arriviamo a immaginare che deve esserci di mezzo comunque una chiamata.
Siamo di fronte a un’arte sui cui non solo il Cielo si è chinato sorridente, ma che Dio ha voluto così come è sorta e come possiamo vederla. Sul sito internet dell’Artista si può ammirare una lunga serie di opere, quasi tutte meravigliose, di una bellezza incantevole e soprannaturale, palpitanti di vita e di colore.
Il Maestro Gentile si è poi fatto terziario francescano. Diciamo pure che il titolo di Maestro, nella nostra corrispondenza, l’ha subito declinato, con vero spirito cristiano e fraterno.
Francesco Gentile è anche autore di vari libri. Uno di questi s’intitola Il Pittore della Morgia. La Morgia è la roccia sopra la quale è costruita Pietrelcina, il paesino originario di Padre Pio. E i soggetti più importanti nella produzione del Maestro Gentile sono proprio il Santo e il suo paese natale.
Nel libro si narrano gli eventi misteriosi che hanno portato Francesco Gentile a dipingerePaese - Francesco Gentile per vocazione, per chiamata.
Con il permesso dell’Autore, riportiamo il capitolo in cui il nostro racconta come Padre Pio è intervenuto nella sua vita e come lo ha accompagnato.
Dalle sue mani di uomo sono uscite opere che esistono perché il Cielo le attendeva, e perché l’umanità ne aveva profondamente bisogno.

Il sito del Pittore Francesco Gentile:
http://www.francescogentile.com/

Da Il Pittore della Morgia, pp. 11-18. Per eventuali copie si può contattare l’Autore attraverso il sito.

LO STRANO SOGNO

Nella vita spesso si attraversano dei momenti di stanchezza, o una strana forma di spossatezza della quale si riescono forse a definire i sintomi ma non le cause. Le energie psicofisiche vanno indebolendosi creando nell’essere uno stato d’animo incomprensibile. Noi, a questa situazione, diamo la solita risposta: “…sto attraversando un periodo di depressione”.
Ma a volte certe inspiegabili situazioni esistenziali sono espressione di qualcosa di altro, che va oltre noi. C’è una realtà inaspettata e nuova con cui dobbiamo misurarci: l’invasione, nel cuore dell’essere umano, del Signore che ci chiama a nuova vita.
Il soggetto che vive questa trasformazione interiore, abituato a vedere se stesso nei termini di una realtà di vita tutta terrena, inizialmente non attribuisce il suo disagio a una nuova situazione, e difficilmente si apre al divino se non è già predisposto ad un nuovo cammino esistenziale, definito cammino di conversione.
È questo ciò che è capitato anche a me. Un bel giorno mi è sembrato che tutto mi crollasse addosso: gli amici abituali si allontanavano senza sapere il perché, i vecchi hobby, la pesca, la passione per la pittura, il piacere della buona cucina non erano più importanti, passati improvvisamente in secondo piano, come se tutto mi fosse divenuto estraneo e distante. Allora facevo violenza a me stesso, cercando di forzare le situazioni, sperando di trovare un filo di logica terrena, ma più mi affannavo più mi ritrovavo confuso. Forse non riuscivo ancora ad abbandonarmi, il Signore mi chiamava, ma io non ero pronto.
Con la ragazza con cui ero fidanzato, non vi erano più punti d’incontro e la situazione precipitava di giorno in giorno. Sul posto di lavoro tutto mi appariva angoscioso e soffocante.
Asino con bambino - Francesco GentileÈ stata proprio in una di queste situazioni angoscianti e deprimenti, mentre mi trovavo nel corridoio del mio ufficio per riprendermi da un improvviso malessere, che ho trovato su un mucchietto di segatura una piccola immagine di Padre Pio, poggiata in cima ben visibile, come se qualcuno l’avesse messa lì proprio per me.
Abituato, per educazione ricevuta, a trattare con rispetto le immagini sacre, la raccolsi, guardandola attentamente, la baciai e la riposi in una tasca della giacca.
Non conoscevo la persona raffigurata nella piccola immagine, non ne avevo mai sentito parlare, ma decisi di riportarla a casa e la donai a mia madre dicendole: “L’ho trovata per terra, ha una faccia buona, pregaci sopra”.
Ma mia madre non aveva bisogno di raccomandazioni perché aveva familiarità con la coroncina del Santo Rosario e la preghiera in genere.
Passarono dei giorni ed una mattina al risveglio, durante la prima colazione, mia madre mi disse: “Francesco, ho fatto uno strano sogno. Suonavano alla porta di casa, io aprivo… e di fronte a me c’era un frate. Indossava il saio e aveva il cappuccio in testa e degli strani guanti di lana alle mani. Mi sembrava di conoscerlo; somigliava alla figura del santino che tu mi ha regalato. Il frate mi ha detto: “Hai qualcosa da offrirmi?” Gli ho risposto: “Padre, non sto attraversando un periodo economico florido, ho cambiato casa da poco e con tutte le spese affrontate ho poco da offrire, vedo ciò che posso darle.” Presa la borsetta ho notato di avere solo trecentotrenta lire, allora sono ritornata sull’uscio e ho detto: “È tutto quello che ho trovato, forse è poco, ma è tutto quello che ho”. Il frate mi ha risposto: “Se date col cuore è sufficiente”. Poi mi sono svegliata; mi è sembrato tutto cosi vero. Che strano sogno!”
Dissi a mia madre di controllare quanto avevamo in totale: in tre solamente trentatremila lire. Poi, come tutti i giorni alle sette del mattino uscii di casa con mia sorella per andare al lavoro ed arrivare puntuali alle otto. Appena arrivato in ufficio, mi giunse una telefonata da parte di mia madre che, con la voce rotta dal pianto, mi disse: “Quando siete usciti di casa, dopo un po’, alzando il tappeto davanti il portone, ho trovato un calendario con il volto di quel frate in copertina e all’interno un conto corrente postale dove poter inviare la nostra offerta”.
“Tutto questo è davvero strano”, pensai dentro di me.

Una giornata con P. Pio

Le stranezze continuarono a verificarsi intorno a me. Io continuavo a vivere periodi di negatività, soprattutto nel rapporto con la mia fidanzata che non mi dava più la serenità di un tempo; mia madre, che pensava già di vedermi sposato e con una famiglia mia, piangeva e si disperava per me e invocava l’aiuto del frate di quella piccola immagine che tempo addietro le avevo riportato a casa. Un giorno mi disse: “Perché non mi porti a San Giovanni Rotondo dove c’è la tomba di questo santo uomo? Si trova prima di Foggia,” ed era come se lo dicesse sentendosi chiamata. Ed io pur di non vederla soffrire, le dissi che appena mi fosse stata consegnata l’auto nuova avremmo affrontato questo viaggio. Nel frattempo, un giorno senza aver mai fatto parola di tutto questo alla mia ragazza, andando a casa sua le chiesi se le sarebbe piaciuto fare un breve viaggio con noi. Ma lei, senza che io le avessi mai parlato di nulla né le avessi detto qual era la meta del viaggio, mi fissò nello sguardo, e quasi con astio mi disse: “A me di questo Padre Pio non m’interessa niente, vacci da solo”. In quel momento tutto mi crollò addosso, anche l’ultimo muro che cercavo di far rimanere in piedi si sbriciolava come sabbia.
Questo episodio fu l’occasione che mi portò a lasciarla definitivamente. Era chiaro cheViottolo con ponticello.jpg non avevamo più niente da condividere eppure non fu per me una separazione priva di sofferenza.
Venne finalmente il giorno della consegna della nuova automobile. Avrei cosi potuto mantenere la promessa fatta a mia madre. Armatomi di carta stradale e stabilito il percorso venne deciso il giorno della partenza.
Ma quando andai in garage a prendere l’auto, non appena la misi in moto, avvertii nel motore un rumore di ferraglie indescrivibile. Mi venne quasi un attacco di panico tanto che portai subito l’auto da un amico meccanico.
Una volta aperto il cofano, con mio grande stupore le prove che effettuò rivelarono un armonioso e silenzioso motore, perfettamente funzionante. “Ma cosa vuoi di più da un’automobile? Non vedi come gira bene? E poi scusami Francesco… ma se la macchina è nuova… che problemi vuoi che abbia?”. Non sapevo più che pensare e tranquillizzatomi decisi di partire.
Non era tutto molto strano? Un motore che poco prima faceva un rumore insopportabile e poi improvvisamente funzionava come un orologio svizzero.
Iniziavo a pensare di non sentirmi bene e che forse quel viaggio non dovevo affrontarlo.
Ma mia madre ci teneva tanto per cui alle dieci di mattina partimmo alla volta di San Giovanni Rotondo.
Durante il viaggio capitarono altre stranezze: mi sembrava come se quello fosse un itinerario a me abituale. La macchina camminava come un razzo, anzi a volte avevo l’impressione che andasse da sola. Giunti sul posto, parcheggiai sulla strada adiacente il convento. Sceso dall’auto avvertii subito un senso di benessere, così fu anche per mia madre e mia sorella. Entrammo in chiesa e decidemmo di confessarci e di sentire la Santa Messa, poi di far visita alla tomba del frate. L’aria era tutta magica e non era un’impressione: sembrava di sognare.
Visto un confessionale libero mia sorella per prima andò a confessarsi. Dopo andai io. Era molto tempo che non mi accostavo più ai sacramenti. Mi colpì la voce del mio confessore, molto anziano, sofferente, con un accento napoletano. Dopo di me andò mia madre e quando terminò, tornata al banco, disse: “Beata quella madre che ha partorito quel giovane frate che mi ha confessato”. Ma come? se ci siamo confessati tutti e tre nello stesso confessionale, come è possibile che mia madre e mia sorella si erano confessati da un giovane frate ed io invece da uno anziano? Tutto questo era veramente molto strano e mentre pensavo ciò, dal confessionale uscì un giovane padre cappuccino che poteva avere una trentina di anni circa.
Solo dopo due anni, da una cassetta audio avuta in regalo da un cappuccino, ho riconosciuto in Padre Pio la voce del frate che mi aveva confessato.
La giornata proseguì con la partecipazione alla Santa messa, poi l’atteso momento: la visita alla tomba. Scesi in silenzio e con un’avvolgente commozione inaspettata avvertii un forte profumo di fiori (non saprei dire quali), ma pensai che poteva essere il gioco delle correnti d’aria da un ingresso all’altro. Mi immersi in una preghiera che sgorgava dal profondo del mio cuore come torrente d’acqua. Non so quanto ho pregato e cosa ho chiesto, ma so che quando terminai ero stanco e sereno. Conclusa la visita alla tomba (quasi mi dispiaceva lasciarlo solo), ci avventurammo a girare senza meta nella basilica. E fu lì che iniziai a sentirmi spingere dietro le spalle. Mi girai: nessuno! Strano; ma questa sensazione l’avvertii ancora un’altra volta.
Il sentirmi spingere alle spalle da… nessuno! mi fece ritrovare in un corridoio lungo nel quale erano esposti tanti quadri di pittori famosi. Non potei fare a meno di notare che non vi era alcun ritratto del volto di P. Pio.
Io, che non dipingevo più da circa quattro anni, rimasi rattristato e deluso nel non trovare un ritratto del frate e così, ritornato sulla sua tomba, mi misi in raccoglimento e dissi rivolgendomi a Padre Pio nella certezza che Lui mi ascoltasse: “Padre, mi sento tanto disilluso e amareggiato dall’incomprensione verso la mia arte; non dipingo più da anni, ma se gradisci te lo faccio io un ritratto”. Sentii un senso di benessere che m’invadeva, mentre le mie ansie, i miei problemi e le tante insicurezze degli ultimi mesi sembravano dissolversi al pensiero del ritratto di Padre Pio che mi ero impegnato a realizzare.

La promessa

Quella mia promessa mi tornò in mente durante tutto il viaggio di ritorno.
Avvertivo in me una energia tale che non vedevo l’ora di tornare a casa e correre a comprare delle nuove tele su cui realizzare il ritratto promesso al caro Padre.
Così, giunti a casa, feci scendere mia madre e mia sorella e senza neppure fermarmi a casa pochi minuti, mi recai all’unico negozio di articoli per pittura dove acquistai tele di formato medio grande.
Il giorno successivo di buon mattino scesi in quel che è stato per lunghi anni il mio studio artistico: un garage.
Iniziai a pensare come affrontare quel ritratto che era per me qualcosa di molto di più che una prova d’artista.
Riflettevo a voce alta: “Se Padre Pio aveva le stimmate e perché era caro a Gesù. Gli era talmente caro che Cristo gli ha voluto donare le sue stesse sofferenze… io devo rappresentare tutto questo”.
Così nacque in me l’idea di realizzare un quadro con Gesù che si stacca dalla spalla sinistra di P. Pio e si eleva dietro di Lui sorridendo. Mi misi subito all’opera iniziando a disegnare la bozza. Una volta terminato il disegno sostai meravigliato davanti alla tela e pensai che tutto il tempo che non avevo dedicato all’arte non mi aveva affatto arrugginito. Poi… non ricordo più nulla.
Una forte ansia, un desiderio crescente di vederlo finito mi stava iniziando ad avvolgere, non riuscivo a capire più niente.
Mi immersi totalmente nel lavoro passando alla fase di colorazione: ero assetato d’arte dopo quattro anni di non lavoro e la mano scorreva sulla tela veloce, quasi sfuggendo al controllo della mia volontà. Senza quasi rendermene conto, dopo poco l’opera era terminata. La cosa mi meravigliò molto. Non so capire neppure oggi, a distanza di anni cosa mi sia successo e quanto tempo io abbia effettivamente trascorso a dipingere quel primo quadro raffigurante Padre Pio. Razionalmente non so spiegare come io abbia potuto portare a termine un lavoro così importante in così breve tempo. La cosa che mi fece rabbrividire fu l’accorgermi di avere tra le mani la spatola. Non avevo dipinto con i pennelli, come ero solito fare, avevo usato la spatola, attrezzo del tutto nuovo per me. Ero sconcertato a tal punto che, colto da improvviso ed inspiegabile timore, fuggii via dal garage lasciando la tela appena dipinta incustodita.
Confuso per quello che mi era accaduto, decisi di andare a parlarne con l’amico Padre Angelico, frate minore del convento di Colleromano in Penne. Suonai nervoso al portone del convento e, dopo alcuni istanti che mi parvero interminabili, vennero ad aprirmi.
Padre Angelico, dopo avermi ricevuto con le consuete affabili parole di benvenuto, vedendomi sconvolto, mi chiese cosa mi fosse accaduto. Gli raccontai tutto ciò che mi era capitato, tanto da infondergli la curiosità di vedere l’opera finita in così breve tempo.
Mi chiese di recarci subito insieme allo studio. Una volta arrivati, mentre l’amico frate osservava il mio dipinto, io fui preso da uno strano tremito in tutto il corpo. Non so se era emozione o felicità ma sapevo che era una cosa buona e restai in silenzio ad aspettare il suo commento. “Ma questo è Padre Pio, – disse commosso Padre Angelico – è veramente un bel quadro e poi mi piace l’idea di rappresentare Gesù alle sue spalle come se in presenza del frate si avverta sempre anche la presenza di nostro Signore. Bravo! Sei stato davvero bravo. E adesso che lo hai finito… che intendi farne?”.
“Non lo so proprio” – risposi. “Per il momento attendo che si asciughi.”
I giorni successivi, scendevo ad ammirarlo come se non fosse stato farina del mio sacco ed in una di queste occasioni, fui preso da una tale commozione che iniziai a dialogare con la figura che mi aveva totalmente ipnotizzato.
Gli dissi, con le lacrime agli occhi: “Tu sei uscito facile, Ti ho realizzato quasi senza accorgermene. Vorrei tanto riuscire a dipingere anche il ritratto del mio caro padre, che mi manca tanto. Ti prego, aiutami”.
Cosi, presa una foto del mio papà mi misi subito a disegnarla sulla seconda tela rimasta; dopo circa quattro ore l’opera era terminata.
Anche quella era stata, mio malgrado, realizzata a spatola, con l’unica spatola che avevo.
Meravigliato di me stesso, mi resi conto che lo stile era buono e che rendeva con grande immediatezza sia la mia ispirazione artistica sia l’idea che avevo nella mente e che cercavo di far vivere sulla tela.
Così decisi di recarmi subito ad acquistare un assortimento completo di spatole che rispondessero alle mie esigenze pittoriche. Questo per me è stato l’inizio di un risveglio artistico con una nuova bella tecnica con cui sentivo di potermi esprimere al meglio: la spatola.