Una lettrice scrive a «Il Settimanale di Padre Pio» chiedendo lumi su due questioni: lo Stato deve essere cattolico? La libertà religiosa come va intesa? Riportiamo l’autorevole risposta dell’ottimo settimanale, curato dai Francescani dell’Immacolata.

[…] Riflettiamo sul fatto che il fine della società non è diverso dal fine dell’uomo. Come Dio ha il diritto di essere il primo nel cuore dell’uomo, così deve essere posto al centro di ogni società, se si vuol trovare ordine e stabilità. Valgono anche qui le parole di Cristo: «Chi non è con me è contro di me» (Mt 12,30): una società senza Cristo è una società contro Cristo.
Oggi la vita è organizzata in modo tale che Dio non solo non è al primo posto, ma non è proprio preso in considerazione. Il rovesciamento dell’ordine è la causa principale dei mali politici e sociali che ci affliggono. Una ricostruzione politica e sociale non può che partire dalla ricostruzione di quest’ordine: ossia dall’assegnare a Dio la priorità non solo nella vita privata ma anche in quella pubblica.
Oggi si fa confusione tra il principio cattolico secondo cui nessuno può essere costretto con la forza a credere (la Dottrina cattolica infatti definisce la fede come la libera adesione dell’intelletto alle verità rivelate) con il principio (non cattolico) del diritto all’errore in materia religiosa e morale. Questo principio è stato fermamente respinto dai Papi, ad esempio Pio XII insegna che l’errore «non ha oggettivamente alcun diritto, né all’esistenza, né alla propaganda, né all’azione» (Discorso del 6 dicembre 1953). Ciò significa che quando la Chiesa insegna che l’uomo aderisce alla Fede solo attraverso un atto libero della volontà, non intende in nessun modo attribuire alcun diritto all’errore.
Qualcuno può essere tentato di preferire alla nostra società laicista contemporanea il modello pluralista americano, dove si professa pubblicamente l’esistenza di Dio (e ciò è sì un male minore rispetto alla dittatura del laicismo relativista) ma vi è altresì l’equiparazione dei culti. E questo un cattolico non lo può accettare in coscienza. Si può dunque tollerare come un male minore il pluralismo religioso ma ciò non significa che esso sia un diritto e neanche un piccolo male.
Un cattolico deve aspirare con tutte le forze a una società integralmente cristiana e allo stesso tempo fortemente deplorare il neutralismo religioso che lo Stato moderno impone. Per fare ciò occorre credere nella forza soprannaturale dell’aiuto di Dio più che in quella naturale dell’uomo. Non si tratta di essere utopisti, ma cristiani, cioè “soprannaturali”. Non dobbiamo cadere nell’errore di pensare che tutto quello che ora è visibile nella società sia storicamente irreversibile. Proprio la storia ci insegna che grandi personalità profondamente cristiane (soprattutto i santi) hanno cambiato il corso degli eventi, con la loro fermezza nel dar sempre a Dio il posto che gli spetta.
Un esempio di società cristiana nel passato è quella sacrale medioevale in cui «la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata ben addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli» e «la religione di Gesù Cristo, posta solidamente in quell’onorevole grado che le conveniva, cresceva fiorente all’ombra del favore dei principi e della dovuta protezione dei magistrati» (Leone XIII, Enciclica Immortale Dei del 1° novembre 1885). Da contrapporsi all’attuale modello di Stato etico hegeliano (nelle sue diverse espressioni: dal liberalismo al fascismo) e al dispotismo assoluto di Ancien Régime (in cui la volontà del principe si sostituisce alla legge), che accettano entrambi il principio della “ragion di Stato”, fondato sull’emancipazione machiavellica della politica dalla morale, e portano direttamente alle derive che attualmente stiamo osservando e deplorando.

Da «Il Settimanale di Padre Pio», n. 30 del 30 luglio 2017.