di Corrado Gnerre

Il Protestantesimo ha dato un contributo notevole anche a quello che sarebbe stato il cosiddetto modernismo teologico.
Il modernismo teologico è «l’indirizzo eterodosso, delineatosi fra gli studiosi cattolici alla fine del secolo scorso [1800, n.d.a.] e nei primi anni del presente [1900, n.d.a.], che si proponeva di rinnovare e interpretare la dottrina cristiana in armonia col pensiero moderno» (Enciclopedia Cattolica, 1952). San Pio X lo definì nell’enciclica Pascendi del 1907 «la sintesi di tutte le eresie» perché è «un complesso di errori in tutti i campi della dottrina cattolica (Sacra Scrittura, dogmi, culto, filosofia)» (Enciclopedia Cattolica). Più sinteticamente possiamo dire che il modernismo è la relativizzazione del dogma con la conseguente centralità del “soggettivo”, per cui non ci sarebbe nulla di definito e di definitivo (men che meno le verità cattoliche), ma tutto sarebbe in divenire.
Utilizzando sempre un metodo sintetico e schematico, vediamo quali sono i motivi che spiegano il rapporto protestantesimo-modernismo.

Il nuovo concetto di fede

Per Lutero la fede non è più l’adesione dell’intelletto alle verità rivelate, così come afferma il Cattolicesimo, bensì un atto di fiducia cieco. Pertanto il ruolo della volontà, ben presente nel concetto cattolico di fede, si svincola dall’intelligenza per sfociare nel volontarismo. In tal modo lo stesso ruolo del subcosciente, dell’intimo, del soggettivo, del vissuto diventano decisivi. Tutti tratti, questi, enfatizzati dal modernismo. Si pensi, per esempio, alla convinzione secondo cui la situazione esistenziale del singolo potrebbe giustificare anche una situazione oggettiva di peccato. Oppure alla concezione soggettiva della coscienza, che da “luogo” in cui riconoscere cosa è oggettivamente bene e cosa è oggettivamente male, diventa invece “luogo” in cui poter decidere cosa è bene e cosa è male.

La nuova teologia sacramentale

Spesso si afferma che sul piano sacramentale la differenza tra il Cattolicesimo e il luteranesimo è che questo avrebbe ridotto i Sacramenti da sette a due (che poi, peraltro, non sono nemmeno due perché nell’Eucaristia viene tolta la transustanziazione). In realtà questa affermazione è molto riduttiva e non spiega ciò che deve essere spiegato.
La differenza significativa è che Lutero non riconosce più il sacramento come «segno efficace della grazia» riducendolo di fatto a valore simbolico. Va da sé che questa dimensione simbolica “soggettivizzi” il sacramento stesso redendolo funzionale al più intimo e personale sentimento religioso e questo non è più un mezzo per aderire a qualcosa di oggettivo e fuori dell’uomo.

Il passaggio dall’esegesi all’ermeneutica

Anche in merito al “Sola Scriptura” va fatta un’importante precisazione.
Questa non è solo uno spostamento di individuazione di una fonte rivelativa, per cui possiamo semplicemente dire che le fonti da due diventino una: la Scrittura per l’appunto. No, si tratta di qualcosa in più, perché, togliendo la Tradizione, Lutero fa sì che la Scrittura non rimanga così come è, bensì si offra come terreno d’interpretazione soggettiva. Dunque Lutero determina il passaggio dall’esegesi all’ermeneutica: la Rivelazione non è più nel dato oggettivo dello scritto, bensì nell’interpretazione di chi legge lo scritto.
Siamo (embrionalmente) al pentecostalismo, ovvero alla convinzione della Rivelazione come qualcosa di mutevole e di ancora “aperto”.
Altro elemento tipico del modernismo teologico.

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