Siamo al fine settimana e forse possiamo concederci un raccontino di vita semiserio.
Ecco, ieri l’altro, venerdì, me ne stavo in fila (non indiana) davanti a un bancone pieno di roba da mangiare dal sapore solitamente alieno. Ma non lagniamoci troppo… E al mio fianco una signora sui sessant’anni, dal fisico imponente e molto ben vestita, faceva le sue richieste. A un certo punto, parlando con un tono deciso e piuttosto freddo, diciamo pure ministeriale, ha precisato alla commessa: «…con prevalenza di calamari rispetto ai gamberetti».
Ora, dal punto di vista del servizio la matrona è stata davvero generosa. Infatti, i gamberetti di questi cucinatori da supermercato sono rigorosamente col guscio: una seccatura. Io non li avrei presi per niente.
La scelta delle parole invece mi ha dato molto da pensare. Qualcosa evidentemente non quadrava, e alla fine, pensa che ti ripensa, mi è venuta in mente la “traduzione”: “con più calamari che gamberetti”. Non ho potuto trattenere un sorriso ironico.
Ma poi è nata una riflessione sul modo di esprimersi delle persone e degli scrittori in particolare.
Se uno ha qualcosa di veramente importante e buono da dire, bisogna che riesca a farsi ben comprendere da chi lo ascolta, o lo legge.
Spesso gli attori della scena di questo mondo, anche quando sembrano onesti, si guardano allo specchio. E scrivono allo specchio, come se parlassero a se stessi mentre si guardano e si godono. Non pensano a chi riceverà il messaggio, e a come lo riceverà. Le conseguenze nel pubblico sono la noia, l’incomprensione e, purtroppo, per chi sta al gioco, anche la compiacenza nel gioco degli specchi. Si dà ragione a qualcuno che si guarda allo specchio perché ci ricorda che anche noi ci guardiamo allo specchio, in una maniera simile alla sua.
Prendiamo però il caso che il contenuto sia sostanzialmente buono. Allora, per comunicarlo, bisogna usare un linguaggio che più persone possibili riescano a capire. Il tono troppo informale normalmente va evitato, perché è poco dignitoso. D’altra parte, bisogna che gli altri ci capiscano facilmente e siano in grado di ripetere mentalmente e verbalmente quello che abbiamo scritto.
Una frase un po’ contorta o rigida o ricercata deve essere ritradotta mentalmente, come quella dei calamari e dei gamberetti, e questo costa fatica. Allora, il lettore in modo inconsapevole rifiuta lo sforzo. E di solito fa bene, perché chi scrive senza curarsi di essere compreso e amato, in fondo non ha niente d’importante da trasmettere.
Con l’occasione, ricordiamo che la volgarità, usata anche da certi soggetti impegnati nel mondo cattolico, è il segno di un cuore sporco. Difficilmente si è in grazia di Dio, quando ci si rotola così nel fango. L’oscenità di linguaggio poi è sempre peccato mortale.
Chi si macchia di questi peccati o li favorisce dovrebbe ritirarsi per un certo tempo a esaminare la propria vita, invece di spargere altro sudiciume. È urgente pentirsi con cuore sincero e confessare tutti gli scandali commessi e assecondati.
Per finire, non è che potete mandarmi un bel polletto arrosto zippato via e-mail? Oggi è domenica e potrei addentarlo tranquillamente, mentre di venerdì noi cattolici osservanti mangiamo solo polli di mare. Grazie.