L’8 dicembre 1856, giorno dell’Immacolata Concezione, Ferdinando II assistette a Napoli alla Santa Messa con tutta la famiglia, gli alti funzionari governativi e molti nobili del suo seguito. Dopo la celebrazione, il Sovrano si recò alla festosa sfilata delle truppe nazionali in quello che all’epoca era il Campo di Marte, l’attuale Capodichino.
In quel momento, un soldato di idee mazziniane, Agesilao Milano, che accusò Ferdinando II di essere un «tiranno da cui doveva liberarsi la nazione», si lanciò sul monarca e riuscì a ferirlo con un colpo di baionetta. Il Re fu ferito ma rimase stoicamente al suo posto e, dopo essere tornato a Palazzo Reale, fu visitato dai medici con esito tranquillizzante.
Si racconta che il giorno precedente, 7 dicembre, era stato riportato al Re un messaggio profetico da parte di un religioso, Fra Luigi di Sant’Antimo, il quale mentre era raccolto in orazione aveva udito la voce della Vergine Maria che l’avvertiva dell’imminente attentato. L’avvertimento, arrivato presto a Palazzo Reale, avrebbe dato modo al Re di non farsi trovare del tutto impreparato.
A memoria dell’evento e per ringraziare la celeste Patrona della speciale protezione, Ferdinando II volle l’edificazione di una chiesa dedicata all’Immacolata a Campo di Marte e una piccola cappella nel punto dove avvenne il tentato regicidio.
Qualche tempo dopo questi fatti, il Re chiese al suo medico di controllare se la ferita al petto infertagli dal Milano si fosse infiammata. Il medico lo rassicurò che la cicatrice era intatta e senza segni di infiammazione, e comunicandogli ciò, qualificò infame l’attentatore Agesilao Milano.
Il Re lo rimproverò: «Non si deve dir male del prossimo; io ti ho chiamato per osservare la ferita e non per giudicare il misfatto; Iddio lo ha giudicato, io l’ho perdonato. E basta così».
Mai il Sovrano ebbe parole di accusa contro il suo attentatore, che tentò anche di graziare, dimostrando ai sudditi ciò che dovrebbe dimostrare qualsiasi sovrano che intimamente si professa cattolico, ovvero che chi ha l’autorità di governo ha il dovere di sforzarsi di essere il primo umile esecutore della legge per eccellenza, il Vangelo.

Da «Il Settimanale di Padre Pio» n. 47 del 3 dicembre 2017.