Una questione legata al Rito Antico è quella dei silenzi. Molti si chiedono: Perché tanti silenzi? Perché il sacerdote parla a bassa voce? Che motivo c’è? In questo modo non si capisce nulla e ci si annoia.
Per quanto l’obiezione legata alla noia, la risposta va da sé e la questione non merita più di tanto. Si sa (anzi: si deve sapere!) che la Messa non è uno spettacolo che debba intrattenere piacevolmente, ma la ri-attualizzazione del Sacrificio del Calvario e questa sostanza basta e avanza.
Ma vediamo più specificamente il significato e l’utilità dei silenzi. Prima di tutto prendiamo in considerazione i silenzi del sacerdote e poi quelli dell’intera celebrazione. Ebbene, entrambi hanno un valore pedagogico altissimo.

I silenzi del sacerdote

Il sacerdote recita il canone a bassa voce per far capire la straordinarietà di ciò che sta avvenendo. Se egli parlasse con lo stesso tono di voce con cui recita nelle altre parti della Messa (come avviene nel Nuovo Rito), ci sarebbe non solo il pericolo di confondersi e di non saper riconoscere i vari momenti della celebrazione, ma anche di non far capire che la Messa non è una preghiera come tutte le altre, che nella Messa non è l’uomo che si offre a Dio, bensì è Dio-Figlio che si offre a Dio-Padre.
Ma c’è anche un altro importante motivo pedagogico dei silenzi del sacerdote. Servono per far capire che il celebrante sta agendo “in persona Christi”. Nel momento più solenne della Messa il sacerdote è Cristo stesso; egli non sta ricordando, sta riattualizzando!

I silenzi dell’intera celebrazione

La presenza di numerosi silenzi nella celebrazione dell’Antico Rito servono per far intendere al fedele molte cose. La prima è che bisogna contemplare, che non bisogna tanto partecipare, quanto aderire. Ricordiamo ancora una volta che durante la Messa il modello per eccellenza del fedele è la Vergine Maria. Ella, ai piedi della Croce, non parlava, ma contemplava, soffriva e offriva. Chi più dell’Immacolata ha fatto fruttificare quell’Avvenimento?
C’è poi un altro elemento molto importante: non si va alla Messa tanto per “dare” quanto soprattutto per “ricevere”. Certo, i fedeli uniscono i loro sacrifici al Sacrificio, ma questo non ha bisogno dei primi. Il Sacrificio di Cristo ha già in sé tutto.
Infine i silenzi servono per far capire come debba essere intesa la vera partecipazione, quella definita actuosa partecipatio. Essa non consiste tanto nel rispondere, quanto nell’adesione del cuore. L’actuosa partecipatio è la partecipazione “cordiale”, nel senso etimologico del termine, ovvero del cuore. Insomma, per rendere fruttuoso il Mistero della Messa bisogna condividere e nascondersi, piuttosto che apparire. L’adesione del cuore, piuttosto che la pura comprensione intellettuale. Da ciò si capisce anche perché il Rito Romano Antico è più adatto alla vita religiosa, proprio per la centralità della dimensione contemplativa.

Nel Nuovo Rito c’è quasi un invito a parlare

Nel Nuovo Rito c’è quasi un invito ad alzare quanto più possibile la voce, non solo perché è sottinteso un poco chiaro concetto di “partecipazione” (come abbiamo avuto modo di dire), ma anche perché, credendo erroneamente che la Messa sia un’opera umana, all’uomo spetterebbe presenziare in maniera significativa, altisonante, protagonistica. E quale migliore protagonismo se non parlare?

Il Concilio di Trento e i silenzi

Il Concilio di Trento (Sessione XXII – Canoni sul Santo Sacrificio della Messa n.9) è molto chiaro. Lo è sui silenzi quanto sulla lingua della celebrazione. Leggete cosa dice: “Se qualcuno dicesse che dev’essere condannato il rito della Chiesa Romana, nel quale parte del Canone e le parole della Consacrazione sono pronunciate a bassa voce; e qualora dicesse che la Messa deve essere celebrata soltanto in lingua volgare… sia scomunicato”.

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