Sono sposata solo civilmente con mio marito. Mia figlia mi dice di sposarmi in chiesa perché così ha sentito dire a catechismo: i conviventi non sono ammessi alla Comunione. Anche oggi sono andata a parlare con un sacerdote e mi ha ripetuto la stessa cosa. Io mi sono sempre astenuta dal fare la Comunione. Il fatto è che io e mio marito non abbiamo mai realmente pensato ad un matrimonio religioso, essendoci sempre trovati bene così. Inoltre gli sfarzi e le spese di un matrimonio religioso ci sono sempre sembrati eccessivi e contrari al vero spirito cristiano. Ora dopo tanti anni (siamo sposati da 10 anni ed abbiamo una figlia di 8 anni) mi sembra quasi una presa in giro andarci a sposare in chiesa. Io ho 40 anni e mio marito 47. Fare una cerimonia nuziale a quest’età mi sembra quasi voler tornare giovani fidanzati quando non lo siamo più […].

Cara signora, la ringrazio per aver posto sul tavolo una questione che evidentemente va risolta nella sua dimensione religiosa e non sociologica come il mondo e anche lei sembra percepire.
Se lei è cristiana non può vivere con suo marito senza sposarsi, cioè senza il sigillo sacramentale del suo matrimonio, perché esso non è riconosciuto davanti a Dio. Al sacramento del Matrimonio è legata la grazia dello stato matrimoniale.
Lo sfarzo e le spese del Matrimonio non fanno parte del Sacramento. Se uno crede veramente al Signore gli interessa la benedizione del sacerdote sulle nozze più di qualsiasi altra cosa, così come previsto dalle norme del Matrimonio cristiano. Confondere il Matrimonio con le spese della festa nuziale è un grave errore.
Anche se lei facesse un Matrimonio senza invitati e senza festa, un Matrimonio segreto, come previsto in certi casi pure dal Codice di Diritto Canonico (cfr. cann. 1130-1133), questo sarebbe valido davanti a Dio e porterebbe la grazia nuziale nel suo cuore.
Non è la festa che rende valido il Matrimonio, né quanti soldi si spendono per farlo, ma la volontà degli sposi di accogliersi ed amarsi per tutta la vita nella grazia di Dio e secondo la legge di Dio e della Chiesa!
Perdere per così futili motivi la grazia del Sacramento e in più la possibilità di comunicarsi è da veri stolti! Non si può buttare via il bambino insieme alle fasce sporche! Non si può perdere lo stato di grazia solo per motivazioni sociologiche (i matrimoni sono troppo costosi e sfarzosi): la spesa non vale l’impresa! La perdita incolmabile della grazia non vale il ragionamento che fa.
La invito pertanto a dare retta alla Chiesa e anche a sua figlia, che evidentemente vede le cose più chiaramente di come le vede lei, forse perché non ancora contaminata dallo spirito mondano che annebbia le menti degli adulti.
Si sposi in Chiesa e potrà tornare serenamente a vivere la vita cristiana insieme a suo marito e a tutti gli sposi cristiani. Potrà non solo essere più felice nel suo Matrimonio, ma anche partecipare insieme a tutta l’assemblea cristiana alla Confessione e alla Comunione sacramentale, in attesa della beata speranza del Regno che si acquista con la pratica efficace dei Sacramenti che danno la grazia di Cristo.

Fonte: «Il Settimanale di Padre Pio» n. 47 del 3 dicembre 2017

Piccola aggiunta di Lucechesorge:
Il Matrimonio è una vocazione, come pure la vocazione di consacrarsi a Dio, entrando nel clero o restando laici. Per conoscere la propria vocazione bisogna avere il cuore puro. Quindi prima bisogna cominciare a vivere in grazia di Dio e nella purezza, e poi sapremo quale è la nostra vocazione e con chi dobbiamo viverla. Ricordiamoci che Sant’Agostino fu convivente ed ebbe da una di quelle relazioni anche un figlio, ma quando purificò il suo cuore comprese che la sua vocazione era un’altra. Poi si battezzò e fece battezzare il figlio, e diventò sacerdote, Vescovo, Santo e Dottore della Chiesa.