Una riflessione del compianto Card. Giacomo Biffi.

Il Natale è la festa della luce. Le nostre città diventano tutte più sfavillanti. Sembra che ci sia un’intuizione acutissima – o almeno un istinto inconsapevole – che ispira questo fenomeno, oltre il gioco incontestabile degli interessi economici.
È il cuore del cristiano del nostro popolo, che accendendo le luminarie pare voglia sforzarsi di onorare meglio Colui che è ‘lo splendore del Padre’: ‘Luce da Luce’, come ripetiamo nel Credo.
È probabilmente un omaggio inconscio, espresso in termini scenografici, a colui che è ‘la luce vera, quella che illumina ogni uomo’ (Gv 1,9).
O forse, e più verosimilmente, questo tripudio di lampade è la nostalgia e il rimpianto dell’uomo moderno, che quanto più si sente smarrito nel buio dell’esistenza, non conoscendone più né il significato né il fine, tanto più vuol esprimere il suo orrore per le tenebre dello spirito e la sua sete di verità.
Noi siamo fatti per la verità. Se la verità di Dio non ci illumina più, il nostro essere si fa pallido ed esangue, come le piante cresciute in cantina. Anche se i nostri giorni sembrano chiassosi e variopinti, senza questa luce noi ci addentriamo a poco a poco in un’esistenza senza colore e senza gioia.
Celebrare seriamente il Natale vuol dire anche rischiarare i nostri pensieri e i nostri passi, purché ci decidiamo a esporci senza schermi al sole del Verbo di Dio, che è venuto ‘ad abitare in mezzo a noi’ (Gv 1,14).
Il Natale è la festa della vita. Abbiamo tutti l’impressione come di un’accresciuta vitalità che contraddistingue il tempo natalizio. Si fanno programmi eccezionali di svago; si ricercano cibi inconsueti; si ravvivano le amicizie, le parentele, i rapporti umani con la consuetudine dei regali. Parrebbe che in questi giorni la gente voglia vivere con più slancio e più intensità.
Forse è, anche qui, il riconoscimento che con la venuta del Figlio di Dio un torrente di conoscenza e di amore ha fatto irruzione nel mondo e tutti noi siamo stati riscattati dall’eredità di Adamo, che è la condanna a morire.
Gli uomini non se ne rendono conto, ma la loro frenesia natalizia è un tentativo ignaro e involontario di rendere in qualche modo mondanamente sperimentabile quanto san Giovanni, l’apostolo che ha posato il capo sul cuore di Gesù, ha scritto nella sua prima lettera: ‘La vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi’ (1 Gv 1,2).
O, più probabilmente, la frenesia natalizia è un tentativo di mascherare il vuoto che c’è nel cuore dell’uomo, è l’appello disperato a superare i sintomi di morte che intristiscono la società dei nostri tempi. Non li elenchiamo, perché la cosa più giusta fa dare è rianimare la speranza e ritrovare l’energia e l’esuberanza di vita del Verbo che si è fatto carne: vita e speranza assicurate a tutti coloro che decidono di accoglierlo e di credere nel suo nome.

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