I cruenti orrori della Riforma anglicana

di Giovanni Apollinare

Mentre si celebra il 500° anniversario della riforma protestante, ricordiamo le persecuzioni di massa perpetrate in Inghilterra nel XVI secolo, quando il re Enrico VIII consumò la sua separazione dalla Chiesa Cattolica, innescando una catena di violenza che ha funestato la nazione per più di 200 anni.

Martin Lutero era un teologo. Se si leggono le 95 tesi che, come si dice, egli affisse alla porta della Schlosskirche di Wittemberg, nell’ottobre 1517, è chiaro che il suo interesse si concentrava sulla natura del peccato, il pentimento, l’assoluzione, la penitenza e la salvezza. Qualsiasi altro interesse ci fosse stato nel suo vasto ordine del giorno, in sé o nei suoi sviluppi successivi, gli argomenti iniziali erano presentati come un dibattito scritturistico circa la via della salvezza.
La riforma anglicana, invece, non si basa su un dibattito teologico. Re Enrico VIII disprezzava Lutero e tutto quello che egli presentava (1). La robusta difesa dei Sette Sacramenti, da parte di Enrico VIII, nell’Assertio Septem Sacramentorum del 1521, è stata la prima confutazione delle idee di Lutero da parte di un re, il quale non ha risparmiato i suoi colpi, usando espressioni come «sporco villanzone» e «veleno mortale».
Come gratitudine per la sua vigorosa apologetica, papa Leone X assegnò a Enrico il titolo di “Defensor Fidei”, e il suo libro ebbe numerose ristampe.
Circa dieci anni più tardi, l’interesse di Enrico passò dai Sacramenti alla preoccupazione per la politica delle relazioni con le donne e per la sua dinastia. Quando papa Clemente VII gli rifiutò l’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona, Enrico concluse che la più efficace soluzione al suo problema era di escludere la Santa Sede. Una volta stabilito, il piano fu messo in esecuzione nel 1533.
Nel gennaio 1533, divenne bigamo, sposando Anna Bolena, sua amante gravida. In marzo, la domenica di Passione (precedente alla Domenica delle Palme), fece consacrare come 69° arcivescovo di Canterbury il quasi sconosciuto Thomas Cranmer, incline al protestantesimo.
In aprile, il Parlamento approvò lo Statuto per la restrizione degli appelli, annullando ogni ricorso legale a Roma. In maggio, Cranmer pronunciò il tanto desiderato annullamento del matrimonio di Enrico con Caterina e procedette con l’incoronazione regale di Anna Bolena.
Enrico finalmente aveva ciò che voleva, ma la sua nuova moglie aveva richiesto un costo molto alto. Per averla, Enrico aveva cambiato la religione del suo Paese e ora non gli rimaneva che stabilirla in tutta la Nazione. Per raggiungere questo obiettivo, Enrico aveva bisogno di fedeli avvocati e teologi che ristrutturassero la religione.
In Thomas Cromwell trovò il primo e in Thomas Cranmer il secondo. Mentre Cromwell arricchiva se stesso facendo razzie nei monasteri, Cranmer legittimava spiritualmente ogni mossa di Enrico.
Enrico procedeva con sicurezza, conoscendo l’ambizione degli scagnozzi che lo circondavano, ma come si sarebbe giustificato davanti al resto della nazione? Divenne subito evidente che, nonostante l’approvazione dell’atto di supremazia del 1534, che lo faceva capo della Chiesa anglicana, la sola copertura legale non sarebbe stata sufficiente a garantirgli la cooperazione del popolo inglese. Non bastavano nemmeno i sermoni di Cranmer e degli altri nuovi vescovi.
Con poca alternativa, Enrico ricorse al più fondamentale strumento del suo potere: la violenza. Una possibilità era quella di bruciare la gente per eresia, ma avrebbe suscitato troppa disapprovazione. Il problema era che Enrico credeva senza esitazione nella stessa teologia tradizionale in cui credeva il suo popolo. Non aveva cambiato le sue opinioni religiose, dal tempo in cui scriveva la Assertio. Questo escludeva l’uso sistematico di processi per eresia.
La soluzione ideata dai suoi consiglieri fu più radicale. Il tradimento era originariamente un reato perseguito dalla legge comune, che ricevette una base statutaria dal re Edoardo III, nell’Atto di tradimento, del 1351, il quale è ancora in forza, benché ampiamente modificato; è stato usato l’ultima volta nel 1945 contro William Joice, Lord Haw-Haw.
La punizione per l’alto tradimento era di essere appesi, soffocati e squartati vivi. La prima esecuzione di questo tipo avvenne nel 1238, e a farne le spese fu un colto uomo d’armi che tentò di assassinare re Enrico III… La vittima era trascinata fino al luogo dell’esecuzione su una grata; là veniva impiccata con un cappio non stretto, in modo che rimanesse viva; dopo di che gli venivano tagliate le parti intime, squartato l’addome, tirate fuori le budella e bruciate al fuoco davanti alla vittima. Una volta morto, il cadavere era fatto precipitare a terra, dove veniva decapitato e tagliato in quatto parti, ciascuna delle quali veniva esposta al pubblico ludibrio in uno dei quattro angoli del Regno. Per le donne, la pena era di essere bruciate e tagliate in quattro.
La prima vittima di Enrico fu una suora di 28 anni, Elisabetta Barton. Aveva delle visioni che le guadagnarono un certo seguito tra l’alto clero, e fu ricevuta in udienza anche da Enrico VIII. Ma quando le sue profezie cominciarono a parlare dell’errore commesso da Enrico nell’abbandonare Caterina per sposare Anna, oltrepassò la misura. La condanna della sua visione, infatti, diede a Cranmer l’occasione di colpire un certo numero di chierici conservatori, che la sostenevano. I giudici, infatti, ottennero dalla povera suora la confessione che le sue estasi erano false, che era caduta in eresia e in tradimento. Il 20 aprile 1534 la suora fu impiccata a Tyborn e decapitata, assieme a 5 chierici che la seguivano (2 monaci, 2 frati e un prete diocesano). La sua testa è stata appesa sul London Bridge. Fu l’unica donna in Inghilterra a soffrire questo tipo di pena capitale.
Poiché la nuova religione fu promulgata da Londra, nelle campagne cresceva un grande malcontento. Particolare opposizione trovavano i “dieci articoli” pubblicati da Cranmer nel 1536 che fissavano il nuovo credo della chiesa, il saccheggio dei monasteri da parte di Cromwell, e i suoi tentativi di aumentare il suo personale potere nel nord.
Il 1° ottobre 1536, ci fu un assembramento a Louth, nel distretto di Lincoln. Si aggiunsero migliaia di persone che occuparono Lincoln, esigendo la fine dei cambiamenti. Enrico rispose minacciando la repressione militare, e così fu disciolta la sollevazione popolare.
In seguito, Nicolas Melton (detto Capitan Cobbler), vicario della chiesa di San Giacomo, a Louth, dove cominciò la sollevazione, insieme ad altre persone che la condussero, furono appesi, soffocati e squartati.
In seguito, 40.000 persone occuparono York esigendo il ritorno alle antiche tradizioni. Fu il famoso “Pellegrinaggio della Grazia”. Dopo aver ottenuto la resa delle 300 guardie del castello reale di Pontefract, i Pellegrini furono convinti dai rappresentanti del Re che le loro richieste sarebbero state accolte. I Pellegrini allora si ritirarono, e fu allora che cominciò la loro repressione. Ne furono giustiziati circa 250, tra i quali c’erano i capi della rivolta: Robert Aske, il Barone Darcy e sir Francis Bigod. Le cronache del tempo confermano la modalità atroce delle esecuzioni: impiccati, sbudellati e squartati.
Una delle più scioccanti esecuzioni fu quella di Margaret Pole, decapitata senza processo, perché Enrico VIII era infuriato contro suo fratello, il cardinale Reginaldo Pole, che era fuggito all’estero perché non condivideva le grassazioni di Enrico.
Non tutti erano giustiziati per tradimento. Un piccolo numero fu giustiziato per eresia, come nel caso di John Forest, membro della comunità francescana di Greenwich. La sua eresia consisteva nell’identificare la Chiesa del Credo con la Chiesa di Roma. Persistendo in questa fede, egli fu giustiziato a Smithfield, alla presenza di Comwell, Cranmer e Latimer.
I successori di Enrico furono tre suoi figli: Edoardo VI (1547-1553, figlio di Jane Seymour), Maria (1553-1558, figlia di Caterina d’Aragona) e Elisabetta I (1558-1608, figlia di Anna Bolena).
Nel 1549, a Whitsun, durante il regno di Edoardo VI, Cranmer introdusse forzatamente il primo compendio anglicano di Liturgia: il Libro della Preghiera Comune. Questa imposizione suscitò rivolte nell’ovest del Paese. La protesta era a motivo dell’imposizione della lingua inglese, dal momento che già si era stabilita una letteratura cattolica nella lingua propria della Cornovaglia. Edoardo mandò i soldati che gli erano fedeli, aiutati da mercenari italiani e tedeschi a sopprimere la rivolta. Si stima che le vittime furono circa 5.500.
Nel clima di repressione generale, furono condannati al rogo anche dei non cattolici. Il 2 maggio 1550 finì sul rogo un anabattista, Joan Bocher; il 25 aprile fu condannato al rogo George van Parris, appartenente a una setta protestante.
Dopo Edoardo, venne Maria e ci fu la restaurazione cattolica. Secondo il Foxe’s Book of Martyrs, sotto Maria la Cattolica furono giustiziati per eresia 289 protestanti.
Successivamente, quando Elisabetta salì al trono, approvò nel 1559 l’Atto di supremazia, con il quale restaurava la Chiesa anglicana. Ma i cambiamenti avrebbero portato ancora molte sofferenze al popolo inglese.
Nel 1569, il conte di Northumberland sollevò una rivolta, a sostegno di Maria, Regina degli Scozzesi e cattolica. Ma fu sconfitto dalle truppe di Elisabetta, e giustiziato assieme ad altri 450.
Il 25 febbraio 1570, il papa san Pio V, con la bolla Regnans in excelsis, scomunicava la regina Elisabetta e minacciava la scomunica a coloro che le avessero obbedito. Seguì una dura repressione anti-cattolica in tutta l’Inghilterra.
Per porre fine alla persecuzione, papa Gregorio XIII nel 1580 attenuò il tenore della precedente bolla, permettendo una provvisoria obbedienza a Elisabetta, finché le circostanze non fossero cambiate.
Elisabetta scatenò una persecuzione di massa. A partire dal 1585, la tensione arrivò al punto che, tutti i sacerdoti ordinati dopo il 1559, trovati in Inghilterra, erano automaticamente colpevoli di tradimento, come anche coloro che li avessero protetti. Ciò nonostante, i sacerdoti cattolici continuarono ad arrivare. Tra questi, il gesuita Edmondo Campion merita di essere ricordato per la gloriosa testimonianza di fede, data nel processo che lo condannò a morte.
Il chierico anglicano William Harrison disse che Enrico VIII ha giustiziato 72.000 tra ladri e farabutti. Non sappiamo se in questo numero ci sono anche i martiri della persecuzione anti cattolica.
Benché grottescamente gli anglicani abbiano catalogato Maria la Cattolica come “sanguinaria”, nel Foxe’s Book of Martyrs, la verità è che Enrico, Edoardo ed Elisabetta hanno imposto con la forza la loro volontà in materia religiosa sulla nazione, con la complicità dei loro stretti e interessati collaboratori.
Sanguinari, a dir la verità, sono stati loro, ma come dice Olavo de Carvalho: «È tipico della mentalità criminale l’ostentazione dell’onestà. Confidando nelle sue performances, il capo criminale si permette di bleffare spudoratamente, sapendo che nell’ambiente di culto riverenziale montato attorno alla sua persona, nessuno si permetterebbe di percepire che egli parlava di se stesso, quando accusava gli altri: “Il corrotto è quello che denuncia di più, perché pensa di essere così intelligente, da farla sempre franca”» (2).
Le fratture e le ferite causate da questa interminabile violenza religiosa non hanno funestato solo i loro regni, ma anche i secoli successivi, conducendo alla guerra civile del 1688 e alla rivolta giacobita. Benché, probabilmente, Enrico sia andato alla tomba senza prevedere le gravi conseguenze dei suoi atti, il prezzo di sangue per la sua ambizione dinastica è stato pagato dal popolo inglese per più di 200 anni dopo la sua morte.

NOTE
1) Il materiale utilizzato per la stesura del presente articolo è stato tratto, tradotto e rielaborato da:
Dominic Selwood, The English Reformation’s bloody horrors, in Catholic Herald, 27 ottobre 2017, pp. 26-27.
2) Olavo de Carvalho, O minimo…, Edizioni Record, San Paolo (Br) 2015, p. 282.

Fonte