di Raimondo Giuliani

La mitezza fu per eccellenza la virtù di Gesù; Egli stesso infatti scolpì le meraviglie del suo divin Cuore in queste brevi parole: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).
San Francesco di Sales volle di conseguenza far ruotare tutta la sua vita spirituale intorno all’umiltà e alla mitezza del Signore. «Le due care virtù – scrisse infatti una volta lo stesso Santo – che brillarono nella persona di Nostro Signore – e ce le ha raccomandate perché per mezzo di esse il nostro cuore si dedichi al suo servizio e si applichi alla sua imitazione in modo singolare – sono riassunte nella frase: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. L’umiltà ci perfeziona verso Dio, la dolcezza nei confronti del prossimo».
In particolare, il santo Vescovo di Ginevra si distinse in modo peculiarissimo nella mitezza e nella dolcezza di cuore verso il prossimo.
La mitezza, si sa, è detta a giusto titolo la virtù dei forti, perché solo un animo forte sa conservarsi mite e mansueto di fronte a offese o maltrattamenti.
«La dolcezza e soavità di cuore – confermò una volta lo stesso san Francesco – è una virtù più rara della castità, ed è, senza dubbio, assai più eccellente di questa, e di tutte le altre virtù, essendo essa il fine della carità, la quale, al dir di san Bernardo, è perfetta, quanto non solo è paziente, ma ancora benigna. Bisogna pertanto fare una stima grande di questa virtù e porre ogni studio per acquistarla».
Lo stesso Santo ne parlava così frequentemente e con accenti tali, che chiaramente appariva, fra tutte, la sua prediletta. Portava tranquillamente la fronte serena, aveva sulle labbra una grazia singolare, il volto spirava una dolcezza tale che incantava tutti. Le sue parole poi, i gesti e tutte le sue azioni non andavano mai disgiunti da una grande soavità e dolcezza, tanto che pareva che questa virtù avesse preso in lui forma d’uomo, e che egli fosse la dolcezza stessa.
La santa Madre di Chantal ebbe a dire che non si vide mai un cuore così dolce, così soave, così benigno e affabile come il suo; e san Vincenzo de’ Paoli attestò che era l’uomo più benigno che avesse mai conosciuto, e che, la prima volta che lo vide, notò subito nella serenità del suo volto e nel suo modo di conversare un’immagine espressa della dolcezza di Gesù Cristo.
Non solo, ma testimoniando di lui al Processo di Canonizzazione, il medesimo san Vincenzo affermava: «Monsignor di Sales desiderava ardentemente essere un ritratto del Figlio di Dio. Ho constatato che si era talmente conformato a questo Modello, che mi sono chiesto spesso, con stupore, in che modo una semplice creatura poteva – data la fragilità umana – arrivare ad un così alto grado di perfezione e raggiungere la cima di una elevatezza così sublime […]. Il suo fervore si faceva evidente tanto nei suoi discorsi pubblici, quanto nei suoi colloqui familiari […]. Ripetendo fra me le sue parole, ne provavo un’ammirazione tale che ero portato a vedere in lui l’uomo che meglio ha riprodotto il Figlio di Dio vivente sulla terra».
«La mansuetudine di Francesco di Sales – diceva altrove la sua figlia spirituale primogenita, santa Giovanna di Chantal – era incomparabile; e io penso che non si possano trovare parole capaci di esprimere la bontà e la benignità che Dio aveva diffuso nella sua anima. Il suo volto, i suoi occhi, le sue parole e tutte le sue azioni non spiravano che dolcezza e mansuetudine, che egli comunicava anche a coloro che lo guardavano. Era solito dire che lo spirito di dolcezza è il vero spirito del cristiano, perché Nostro Signore dice di imparare da Lui ad essere miti e umili di cuore». E ancora: «Nel parlare, il suo tono di voce era il più umile, il più dolce e schietto che si potesse udire; senza artificio, senza ornamento, senza sforzo. Parlava con riflessione, senza dire cose a sproposito o che potessero offendere. Ci ha insegnato molte volte che, con la modestia e la costanza di spirito e di comportamento, si dicono molte cose tacendo, e in questo egli era ammirevole. Era molto sincero nelle parole e diceva che la cura di non mentire è un gran segreto per attirare lo Spirito di Dio nei nostri cuori. Non derideva, né offendeva alcuno».
Il santo Vescovo di Ginevra non abbandonava mai questa mitezza e dolcezza di cuore, neppure quando aveva a che fare con persone in preda ad impeti di collera. Una volta, il Governatore di Malta, sdegnato per l’insuccesso subito in un concorso da un candidato da lui raccomandato, entrò dal Vescovo, gettandogli in faccia le ingiurie più volgari: «Se voi non foste vescovo – gli disse – v’insegnerei a rispettarmi!», e uscì bruscamente. Ai presenti, indignati di fronte a un tale comportamento, il mite Santo disse con semplicità: «Devo essergli grato per avermi evitato la pena di opporre le mie ragioni al suo impeto di collera».
Un giorno, mentre predicava, due avvocati gli fecero presentare una carta piena d’ingiurie. Egli la prese, pensando che contenesse qualche avviso da darsi al popolo, ed ebbe la pazienza di leggerla e poi continuare il sermone con tutta pace. Terminata la predica e preso un poco di riposo, si informò da chi avesse avuto quel biglietto e andò subito a trovare quegli avvocati l’uno dopo l’altro, pregandoli di dirgli in qual cosa avesse loro dato disgusto. Intesane la ragione, assicurandoli che non era mai stata sua intenzione di farlo, chiese loro perdono in ginocchio. Restarono quelli confusi e gli domandarono essi pure perdono.
Tanta dolcezza e amabilità, tuttavia, non furono un dono di natura per san Francesco di Sales, ma egli stesso rivelò una volta che, in più occasioni, aveva dovuto «prendere a due mani le redini della collera [propria] per frenarla». «Dobbiamo avere la dolcezza? – diceva – Bene, che la collera metta il mio cuore sottosopra, che la mia testa fumi da tutte le parti, che il mio cuore ribolla come una pentola sul fuoco, non smetterò di essere gentile e dolce più che posso, e tutte le ragioni che l’istinto mi presenterà per sfogarsi, le soffocherò e non ne ascolterò nessuna».
Imperturbabile era la sua pace, non solo di fronte al prossimo che lo faceva soffrire, ma anche di fronte a calunnie e dicerie riguardanti l’Ordine della Visitazione da lui fondato; arrivò infatti a scrivere che egli lodava Dio perché la sua piccola congregazione veniva calunniata, essendo questo uno dei segni più evidenti dell’approvazione del Cielo. E a chi gli diceva che in giro circolavano voci infamanti sul suo conto, sapeva rispondere con serenità: «Non si dice altro che questo su di me? Vedo bene che non sanno tutto e mi credono migliore di quel che sono».
Il confessionale era il luogo privilegiato della sua missione sacerdotale, dove restava per lunghe ore; tutti avevano diritto di presentarsi a lui, specialmente i poveri più malconci, malati e sporchi, rifiutati spesso dagli altri confessori. Davanti a queste pietose scene, esclamava: «Dunque non ci siamo che Dio e io per amare questi peccatori? Vogliono che rifiuti le mie lacrime a coloro per i quali Gesù ha versato tutto il suo Sangue. Io sono bene di essere il loro vescovo, ma preferisco mostrarmi madre!».

Fonte: «Il Settimanale di Padre Pio», n. 2 del 14 gennaio 2018.