In Italia una donna su due è senza figli (spesso per scelta)

di Teresa Moro

Fare figli non va di moda, non va di moda per niente. A fotografare la situazione è l’Istat: le donne che non hanno (ancora) figli in una fascia d’età che va – convenzionalmente – dai 18 ai 49 anni sono circa 5 milioni e mezzo, ossia la metà delle persone di sesso femminile ricomprese tra questa fascia anagrafica in Italia.
Si tratta, in realtà, di un dato noto da anni e che ha fatto coniare la definizione di “inverno demografico”, ma è la prima volta che il numero di figli viene posto in relazione al numero di donne fertili. E si tratta anche di un dato che ci avvicina agli Stati Uniti, dove – secondo un censimento non recentissimo, del 2014 – le donne (in questo caso tra i 15 e i 44 anni) senza figli erano il 47%.
Quali sono le cause alla base di questo fenomeno? Dare una risposta univoca è impossibile, perché entrano in gioco variabili molto personali.
Innanzitutto c’è da dire che vi sono anche coppie (un figlio non lo fa solo la donna…), e purtroppo sempre di più, che non riescono ad avere figli per questioni fisiche o patologiche si parla di circa 1 coppia su 5.
Tolta questa fetta di persone, rimane comunque un cospicuo numero di donne senza figli: come mai? Proviamo ad avanzare alcune ipotesi.
Di certo c’è un problema legato alla mentalità corrente, che porta a pensare che fare figli sia una tra le tante cose da fare, ma dopo aver curato la propria carriera e soddisfazione personale. Un ragionamento paradossale, dal momento che è sempre più evidente che le donne si realizzano massimamente nella maternità (fisica ma anche spirituale), piuttosto che in ruoli di comando.
Legato a questo c’è il problema che molte donne arrivano a concepire come possibile l’idea di fare figli in età avanzata, quando l’orologio biologico ha già battuto il tempo. Si tratta di una questione fisica, scientificamente documentata: dopo i trent’anni concepire è più difficile, anche per le coppie in perfetta salute, figuriamoci dopo i trentacinque…
Un altro aspetto problematico è poi quello del welfare: in Italia la famiglia non solo non è sostenuta, ma spesso chi ha tanti figli è anche osteggiato. Afferma in proposito Sveva Avveduto, direttore dell’IRPPS (Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali) del CNR su Vanity Fair: «Per motivi economici, che poi si legano a quelli di lavoro. Oltre che un impegno morale e di vita, crescere un figlio è una importante responsabilità economica. Molte donne hanno un lavoro precario e sottopagato, o addirittura non lavorano: questa situazione porta a rinunciare alla maternità, anche se desiderata. Si aspetta il momento giusto, il contratto giusto, la situazione giusta, spesso fino a quando non è troppo tardi, perché poi subentrano difficoltà biologiche».
Al contrario, è anche vero che in molte circostanze è proprio il lavoro che impedisce la maternità: lavoro che per molte non è una scelta, ma una necessità per sbarcare il lunario.
Ancora: viviamo un momento storico in cui l’uomo è debole, mancante di virilità. Come si può non tenerne conto quando si parla di maternità e demografia? Un figlio si fa in due e una donna ha estremo bisogno, nel realizzare questo passaggio di vita, di avere accanto a sé un uomo che sappia supportarla (e, lo dico da donna, talvolta anche “sopportarla” nel corso della gravidanza e del puerperio…). Se mancano gli uomini, mariti e padri, i figli faticheranno a nascere e a crescere.
Ma forse il motivo più profondo per cui non si fanno più bambini è che i figli richiedono sacrifici – ancora prima che economici – personali. Un figlio è una presenza totalizzante per la donna, almeno nei primi anni di vita, e incide profondamente sul rapporto di coppia: non si è più liberi di fare quello che si vuole, si ha sempre qualcuno cui rendere conto, bisogna essere pronti a rispondere anche quando la stanchezza avrebbe il sopravvento, e via discorrendo.
Eppure questo ragionamento, per quanto innegabilmente vero, manca di una parte. Guardiamo all’etimologia della parola “sacrificio”: sacrum facere, rendere sacro. In relazione alla maternità questo si rivela sotto un duplice fronte: da un lato, un figlio è un dono sacro nella sua natura così dipendente dalla cura degli adulti, ma così indipendente nella sua massima dignità di persona, fin dal compimento; dall’altra, è altresì vero che i figli aiutano i genitori a santificarsi, a realizzare la propria vocazione e a migliorarsi giorno dopo giorno. Quante cose non si fanno per un figlio? Quanti vizi non si abbandonano?
Infine, un’ultima nota: l’egoismo è sterile, triste; l’amore, invece, soprattutto quello donato gratuitamente, (pro)crea.

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