di Luciano Garibaldi

Per inquadrare storicamente l’evento cui è dedicata la “Giornata del Ricordo”, è opportuno ricordare che al summit di Yalta tra le tre potenze che stavano per vincere la seconda guerra mondiale, la sorte dell’Istria e della Venezia Giulia era rimasta sfumata. La matita di Stalin, nel tracciare la linea di demarcazione tra le due zone d’influenza, occidentale e sovietica, in Europa, si era fermata all’Austria.
Invano il premier britannico Churchill (e poi il suo ministro degli Esteri Eden, nei suoi incontri con i colleghi ministri degli Esteri americano, Stettinius, e sovietico, Molotov) aveva sollecitato chiarezza. Nessuna soddisfazione.
Sia Roosevelt sia Stettinius, se non erano disposti ad avallare la pretesa sovietica di togliere all’Italia, oltre alla Dalmazia e all’Istria, l’intera Venezia Giulia fino all’Isonzo, non erano neppure preparati al braccio di ferro. Per gli americani, era ancora il tempo dell’«eroica Armata Rossa che liberava l’Europa dal giogo nazista».
Ebbe inizio così, tra gli inglesi dell’8a Armata (punta avanzata il XIII Corpo) e gli jugoslavi della 4a Armata (punta avanzata il IX Korpus), una vera propria gara di velocità a chi arrivava primo. Si sa come finì. La corsa la vinse il IX Korpus che già il 20 aprile 1945, mentre ancora gli inglesi combattevano sull’Appennino, raggiunse i confini della Venezia Giulia, prese Fiume e tutta l’Istria interna.
Pur di mettere gli inglesi di fronte al fatto compiuto, Tito pose addirittura in secondo piano la liberazione delle due capitali jugoslave Zagabria e Lubiana, che difatti resteranno ancora per più d’una settimana in mano ai tedeschi. Le truppe più combattive, proprio il IX Korpus, punta di diamante dell’esercito rosso jugoslavo, dovevano conquistare per prima cosa le terre italiane. Soltanto dopo si sarebbe pensato a come liberare il territorio nazionale.
Il boccone più ghiotto era ovviamente Trieste. E qui Tito si spuntò le unghie. Infatti, al termine di una entusiasmante galoppata, della cui posta in gioco i suoi componenti erano peraltro tutti perfettamente consapevoli, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe di Cassino, entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero a Freyberg il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere che aveva «preso» Trieste. La rabbia degli uomini di Tito e dei loro complici comunisti italiani si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari in Russia del periodo 1917-1919.
Fin dall’ottobre 1945 il governo De Gasperi presentò agli alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi». In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei Lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani furono almeno ventimila.
I primi a finire in foiba furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari della RSI che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).
Soltanto a Trieste, dal 1° maggio al 12 giugno, nei tragici 40 giorni in cui l’Ozna (la polizia politica di Tito) fu libera di fare irruzione nelle case e trascinare via la gente, furono arrestate 17.000 persone, 8000 furono rilasciate dopo qualche maltrattamento (e molti dopo aver pagato), 6.000 furono internate (e circa la metà morirono di stenti e torture nei Lager sloveni e croati), 3.000 furono subito gettate nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe dl Carso.
A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi, alla quale – come dichiarò Churchill – erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa. Entro la fine del ’46, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.
Identica sorte attendeva Pola. Anche qui il presidio tedesco decise di resistere fino all’arrivo degli inglesi dell’8.a Armata. Ma gli inglesi si erano fermati a Trieste: cercare di avanzare lungo la costa istriana avrebbe significato rischiare lo scontro armato con gli jugoslavi e, subito dopo, con i russi che stavano a guardare dietro le linee.
Così, il giorno 9 maggio, l’ammiraglio tedesco Waue si arrese al IX Korpus. Immediatamente dopo, in omaggio alla più classica etica militare comunista, fu messo al muro e fucilato con il suo stato maggiore e una decina di ufficiali e marò italiani della X MAS.
Il Pci, in esecuzione degli ordini arrivati da Mosca, si era dichiarato pienamente solidale con Tito, concordando con la richiesta del capo jugoslavo di annettersi l’Istria e la Venezia Giulia, compresa ovviamente Trieste. I capi comunisti triestini Luigi Frausin e Vincenzo Gigante, non disponibili ad assecondare le richieste di Tito, erano stati fatti cadere, con una spiata, nelle mani della Gestapo.
Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluderà con la firma del trattato di pace il 10 febbraio 1947, a Parigi, nel salone dell’orologio del Quai d’Orsay. L’Italia è sola. Dall’altra parte del tavolo stanno i rappresentanti di 21 nazioni, i vincitori della seconda guerra mondiale. Di qua, a rappresentare i vinti, gli italiani, sta l’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna. De Gasperi non è andato. Ha inghiottito la sua dose di fiele durante le riunioni alla conferenza della pace (agosto-ottobre 1946), quando Molotov, il ministro degli Esteri sovietico, leggendo un discorso scrittogli da Palmiro Togliatti, ha affermato che l’Istria e la Venezia Giulia «sono terre e popolazioni slave e non italiane».
Per tutta la durata della Conferenza, il Pci, che pure in Italia è forza di governo, esercita un’azione micidialmente contraria agli interessi italiani e favorevole a quelli jugoslavi. De Gasperi potrebbe certamente ottenere di più se avesse dietro di sé l’unità di tutto il popolo. Ma i comunisti lo tradiscono, e di questo tradimento raccolgono i frutti Tito e la Russia.
Il comunista Emilio Sereni, che ricopre la determinante carica di ministro per l’Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finiscono tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all’opinione pubblica la drammaticità della situazione (tra le domande ve ne sono non poche firmate da esponenti comunisti italiani rimasti dall’altra parte della linea Morgan, che tuttavia si sentono prima di tutto italiani), minimizza e falsifica i dati. Rifiuta di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c’è più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parla di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostiene la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, afferma che le notizie sulle foibe sono «propaganda reazionaria».
Il trattato di pace ha regalato alla Jugoslavia l’Istria, Fiume, Zara e le isole dalmate, con il diritto a Belgrado di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, che dovranno venire indennizzati dal governo di Roma. I sopravvissuti, e i loro eredi, attendono invano ormai da 73 anni.
Senza parlare delle falsificazioni storiche, ad opera di molti, troppi storici italiani, ospitati dai massimi editori, prima all’insegna del negazionismo, ora all’insegna del giustificazionismo.
E senza parlare della continua e reiterata indifferenza dei mezzi d’informazione (quotidiani, settimanali e televisioni) nei confronti di questa grande, nobile e sfortunata comunità di italiani.

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