Aborto. Le parole che non salvano e quelle da dire

Tempo fa, mi ha molto colpito il racconto di un colloquio tra un noto medico e una donna in gravidanza, che doveva essere aiutata ad accogliere il suo bimbo malato.
Non avrei mai pensato che si potesse rispondere a quella mamma – perché già lo era – con le parole che riporterò per i lettori, e che di fatto l’hanno spinta ad abortire.
Dio abbia pietà di quella mamma, di quel medico e di noi tutti, ispirandoci un fedele annuncio cristiano in ogni situazione.
Come disse una volta Padre Pio a un uomo rivelandogli la condizione del padre defunto, «Davanti a Dio tutto si paga, nel bene e nel male!».
Inserirò nel racconto, in grassetto, dei commenti che ritengo necessari.

Claudia venne qui, da sola, nel 1992, a 18 settimane di gravidanza e mi disse:
– “Professor Noia, varie persone mi hanno fatto il suo nome, perché lei mi può dire se questo bambino ha i reni o no.”
– “Va bene – rispondo – facciamo alcuni esami”.

Fin da subito, il medico non aiuta la mamma a considerare anche Dio e l’anima del suo bambino, e non solo il corpo e le malattie fisiche.

E lei: “Fate tutto il necessario, perché io devo decidere”.
Fatti gli esami, il risultato era chiaro:
– “I colleghi che l’hanno inviata da noi avevano ragione, la mancanza di tutti e due i reni è confermata”.
E lei: “Che sarà di questo bambino?”.
– “Crescerà dentro di lei, lei si legherà a lui col suo amore, ma il bambino, non avendo la possibilità di urinare, non svilupperà il sistema che porta alla maturazione dei polmoni. Come conseguenza, dopo la nascita il bambino vivrà solo alcune ore”.

Gravissimo! Il medico doveva aggiungere: “Ma se lei accoglie questo suo bambino e lo fa battezzare, il suo figliolo dopo andrà in Paradiso e là potrete stare per sempre insieme. Lei sarà per sempre la sua mamma, e lui sarà per sempre suo figlio”.
Ecco la conseguenza del mancato annuncio:

Claudia: “Allora, se è così, vado a fare l’aborto volontario”.
Ribatto: “La legge 194 mi permette di fare un’opera di dissuasione, per cui le vorrei offrire un’opzione diversa, soprattutto da punto di vista medico-psicologico”.

Parole di tono burocratico, che non fanno presagire nulla di buono.

– “In che senso?”.
– “Ha mai sentito parlare della sindrome post-abortiva? È una sindrome grave che colpisce le donne che scelgono l’interruzione di gravidanza”.

Non parla di Dio, anima, amore e Paradiso, ma di “sindrome post-abortiva”, il che può solo spingere la mamma a pensare a se stessa.

– “E allora cosa mi propone?”.
– “Le propongo di accompagnare il bambino”.

Accompagnarlo alla morte, senza nessuna prospettiva spirituale ed eterna.

– “Ma cosa significa?”.
– “Lei fa le cose che fanno tutte le altre mamme, le visite, i controlli, gli esami”.
Lei: “Ma si rende conto di quello che mi chiede?. Lei mi propone di accompagnare una creatura a cui io mi legherò moltissimo, pur sapendo che la perderò… È una cosa sovrumana”.

Ecco la domanda che viene dal cuore della mamma. Come risponde il medico? E noi come rispondiamo?

– “Non è sovrumana, anzi è estremamente umana. Se per esempio venisse un ematologo e le dicesse che purtroppo il suo bambino di tre anni è inguaribile e tra qualche mese morirà, lei lo curerebbe e accompagnerebbe, non è vero?”.
Claudia: “Ma in quel caso….”
Io: “Cosa cambia se ha tre anni o tre mesi?”.
Lei: “Vorrei evitare che questo bambino soffra”.
Io: “La prima sofferenza è quella di togliergli la vita.
Ma soprattutto di togliergli l’amore, perché lei soffrirà se accompagna il bambino, ma soffrirà in modo molto maggiore se lo uccide. Con la differenza che nel primo caso lei soffre accompagnandolo, ma poi il dolore si stempera nella consapevolezza di aver amato suo figlio fino alla fine, e questo le farà un bene che non può immaginare. Ricordi che le parlo in nome di esperienze che ho conosciuto personalmente. Nell’altro caso, lei avrà distrutto suo figlio, il suo progetto, sarà quasi come una separazione da una parte di sé stessa, per questo poi arriva la depressione”.

Il medico dice parole vane, di nuovo riducendo tutto alla prospettiva terrena e lasciando la mamma nell’oscurità e nella disperazione.

Claudia: “No, non ce la faccio. Non ce la faccio”.
E se ne va a fare l’interruzione.

Così è avvenuto l’irreparabile. È anche la conseguenza delle parole vane del medico. Ora quel piccolo si trova nella beatitudine solo naturale del Limbo e non vedrà mai più Dio in Paradiso. Non ha vissuto, non si è compiuto per lui il meraviglioso progetto di Dio. La sua mamma, insieme a del personale sanitario, si è macchiata dell’uccisione del proprio figlio e non potrà mai più vederlo.
E noi, se veramente abbiamo fede, non permettiamo che questo avvenga per altre mamme e bambini!

Citiamo dal Catechismo di Papa San Pio X:

100. I bambini morti senza Battesimo dove vanno?
I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non è premio soprannaturale né pena; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il paradiso, ma neppure l’inferno e il purgatorio.

Fonte del racconto riportato