Quali sono le buone maniere per noi?

Forse molti fra i lettori avranno capito che il potere politico in Occidente vuole impadronirsi di noi e dei nostri figli. A ogni legge che fanno, la dittatura democraticamente eletta aumenta la sua invadenza, e non è certo previsto l’uso delle buone maniere per convincerci a obbedire. Ma ci sarà dato sempre di compiere la volontà di Dio e non quella degli uomini.
Comunque, finché abbiamo una parvenza di normalità possiamo pensare alle buone maniere, quelle che si usano tra liberi cittadini.
Intanto, il tu e il lei. È segno di buona educazione dare del lei a chi non è più giovane, ai sacerdoti e ai religiosi di ogni età, ai superiori sul lavoro, ai clienti magari anche giovani e così via. In particolare, due persone non più tanto giovani che s’incontrano per la prima volta, se non intuiscono la disponibilità immediata al tu farebbero bene a darsi del lei.
Eppure Gesù, il Signore, da noi non vuole certo il lei. No, perché ci ama, e ci ama infinitamente, a tu per tu. Quindi si può capire che se in una relazione c’è lo Spirito Santo che riscalda e unisce i cuori, prima o poi si dovrebbe arrivare al tu. Altrimenti, rimane sempre una riserva, come una voce che ci fa sentire non ancora tanto desiderati e amati, non ancora stretti al cuore dell’altro.
E poi la domanda rivolta a un estraneo. Ci vuole tatto e gentilezza, anche solo per chiedere un’informazione. Quel passante, quella persona che fa la fila, quell’addetto di negozio non sono i nostri schiavi o i nostri amici. Bisogna dire “Scusi” per attirare l’attenzione, e poi fare la domanda o la richiesta. Ricordiamoci che poche parole, apparentemente così banali, potrebbero essere le sole che scambieremo con quella persona. E noi abbiamo la responsabilità di rendere felici e portare in Paradiso tutte le persone che incontriamo.
Dio ci chiederà conto se lasceremo a una persona, sia pure di sfuggita, un senso di amarezza o disagio, invece di farle sentire che una vita più bella, probabilmente eterna, è possibile anche per lei.
Questo vale anche quando qualcuno ci chiama per strada, magari mostrando un’esigenza fastidiosa, oppure ci scrive o ci telefona, anche se è un estraneo e non gli abbiamo dato certo il nostro numero.
Ogni persona, dietro il suo ruolo e magari la sua insistenza, nasconde un’anima e un cuore. Il Signore Gesù nel Vangelo ci dice chiaramente che tutto quello che avremo fatto o non fatto a un’altra persona, l’avremo fatto o non fatto a Lui. E ce ne chiederà conto.
Possiamo far fronte ai comportamenti molesti con pazienza e ricordandoci che anche quella è un’anima da salvare.
E che dire quando si scrive un messaggio amichevole a una persona, e quella pensa bene di non degnarci di una risposta? Difficile certo indovinare se non ha voluto risponderci o se c’è un altro motivo. Ma in generale, non rispondere mostra disprezzo per l’altro, e siamo proprio all’opposto della carità o amore divino che troviamo nel Signore Gesù. Se poi quelli che non vogliono rispondere sono preti o religiosi, allora forse farebbero bene ad aprire gli occhi, se non l’hanno mai fatto, sulle parole del Vangelo che parlano di Gesù il Buon Pastore.
Poi oggi tanti, anche nell’ambito di rapporti confidenziali, nella corrispondenza salutano con un “Ciao”, invece di chiamare l’altra persona “Caro” o “Cara”. “Ciao Alberto”, “Ciao Michela”… invece di “Caro Alberto”, “Cara Michela”… È il segno della banalità della vita di oggi, e mostra la mancanza di calore e di autenticità nelle relazioni.
Un “Ciao” lo si può dire a tutti, anche al cane, e invece lo si dice a chi magari ci ha dimostrato stima e vicinanza. È proprio segno che è venuta meno la civiltà cristiana, che è come dire, semplicemente, la civiltà.
Nella civiltà, ormai tramontata, le persone erano importanti le une per le altre, erano “care” e “carissime”. Erano degne. Questo, in realtà, lo si ritrova ancora tra chi vive le relazioni in modo più verace. Purtroppo però tanti trattano confidenti e amici come se potessero tranquillamente sostituirli con altri.
E la parola “grazie”? Non bisogna essere avari nel ringraziare. Anzi, a volte un “Grazie a te” è la migliore risposta per chi ci ha ringraziato, mendicanti compresi. Non è facile stare da quella parte dell’atto di elemosina, mentre ci ce la chiede ci fa ottenere, se siamo in grazia di Dio, un merito che varrà per la vita eterna. E ci dà modo di servire il Signore Gesù in un’altra persona.
Un esempio di buone maniere e riconoscenza è quando uno entra in un locale e, avendo un altro che arriva dietro di lui, gli porge la porta aperta. Allora ci sta bene un bel “Grazie”, seguito da un bel “Prego”, che sia una discreta ma sincera manifestazione di amore per quella persona.
E se non c’è un ringraziamento? Pazienza, se è vero che il nostro atto era per amore e non solo per sentirci giusti. In più, ecco l’occasione forse unica: dire o recitare mentalmente un’Ave Maria per quella persona, con il cuore. Forse non la rivedremo più, e in quella circostanza Dio ce l’ha affidata.
Un’altra parolina della buona educazione è “Scusa”, “Scusi”. Serve a dimostrare considerazione per l’altro, a provargli che lo vediamo come una persona e non come una comparsa nella nostra vita. Inoltre, chiedere scusa è necessario per fare pace e per riavvicinare le persone, quando abbiamo un po’ bisticciato, anche se siamo stati offesi per primi. Dio vuole la pace con il prossimo, e se chiedere scusa ci pesa, guardiamo il Crocifisso e meditiamo ancora una volta sulle sofferenze del Signore Gesù per noi.
Tutte queste buone maniere saranno ricevute ancora meglio se avremo un sorriso per gli altri, un sorriso che sia al tempo stesso amorevole, gentile e dignitoso.
Con un sorriso mettiamo il punto a queste riflessioni.

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