Quali sono i veri motivi del celibato sacerdotale?

Il celibato del clero maschile non è semplicemente un requisito o un obbligo, ma lo stile di vita del frate o del prete, cioè dell’uomo che si è consacrato interamente a Dio.
Non a caso il celibato del clero maschile si trova nella Chiesa Cattolica, mentre si è perso nelle chiese scismatiche (ortodosse) ed eretiche (protestanti). La Chiesa Cattolica è l’unica e sola vera Chiesa di Cristo, che ha mantenuto la continuità con le origini e la fedeltà al suo Signore. Osserviamo però che solo un piccolo resto di cattolici è rimasto perseverante nella retta fede.
Nei nostri tempi, infatti, si sente mettere in discussione il celibato del clero maschile, mentre ancora non ci si avventa sulla castità delle suore. Tuttavia c’è da prevedere il male anche nei confronti delle religiose, visto che un maestro dei falsi cattolici, eretici e apostati, è quel Lutero che da ex monaco agostiniano sposò con rito sacrilego una suora fuggita dal convento ed ebbe con lei diversi figli.
Riguardo al celibato di frati e preti, ci sono dei noti fondamenti già nella Sacra Scrittura. Nel primo, il Signore Gesù con linguaggio figurato parla di «eunuchi per il regno dei cieli». Sono quegli uomini che per rispettare il comando sull’indissolubilità del matrimonio o per dedicarsi interamente a Dio rinunciano lietamente al richiamo dei sensi (Mt 19,12):

Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca.

Poi nella prima Lettera ai Corinzi (7,32-33), San Paolo, l’apostolo delle genti celibe per amore di Cristo, afferma:

Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!

Ma il fondamento più grande del celibato del clero, maschile e femminile, è Gesù stesso. Lui, «mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28), lo Sposo Divino secondo le sue stesse parole (Mt 25,1-13; 9,15; Mc 2,19-20; Lc 5,34-35), sul cui petto appoggia dolcemente il capo nell’ultima cena l’Apostolo Giovanni, che è proprio la figura del sacerdote e del religioso innamorato perdutamente di Cristo, il discepolo che vede e vuole portare solo Gesù ad ogni creatura.

E San Paolo, altro ardentissimo innamorato di Cristo, scrive (Fil 3,7-8.10):

Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura… E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

In una vera vocazione al matrimonio, l’uomo e la donna sono e restano innamorati l’uno dell’altra, e nessuno si può intromettere nella loro intimità coniugale. In una vera vocazione alla vita consacrata, il Signore Gesù e la persona umana sono innamorati l’uno dell’altra, indissolubilmente uniti, e nessuno si può intromettere nel loro sacro ed eterno vincolo d’amore.
Rinnegare il celibato del clero vuol dire rinnegare l’amore esclusivo per Cristo. Vuol dire mettere l’amore per Cristo sullo stesso piano o al di sotto dell’amore per la creatura.
Quelli che mettono in discussione il celibato ecclesiastico sono gli stessi che hanno trascinato la Chiesa e i seminari nel fango, per poi proporre come rimedio altro fango.
Per il frate o il prete si tratta di seguire con cuore fedele e innamorato il Signore Gesù. E quando ci s’innamora, non si soffre certo perché non si hanno rapporti con altre persone. Altrimenti non è vero amore, ma solo finzione.
Il tenore di vita spirituale del clero è essenziale per mantenere anche la fedeltà al celibato. Quindi per esempio vanno coltivate l’obbedienza, la ritiratezza dalle occasioni mondane, la preghiera, la devozione a Maria Santissima.
Dai tempi del Concilio Vaticano II e della successiva riforma liturgica, illecita secondo quanto stabilito per sempre da Papa San Pio V, si è venuta a creare una situazione molto grave per il clero.
Il Concilio in parte è stato equivocato nel senso di una ribellione alla sacralità della vita, e in parte, con la novità del cosiddetto «dialogo col mondo», ha causato un avvicinamento sconsiderato alle pretese del mondo, che alla fine sono diventate dominanti nella Chiesa.
Sono seguite la riforma liturgica, che ha devastato il culto reso a Dio da clero e fedeli, e le riforme che hanno reso maneggiabile la SS. Eucaristia anche da laici, uomini e donne.
Se il sacerdote oggi deve celebrare la S. Messa secondo la riforma, non è certo per obbedienza, perché questa è dovuta solo alle disposizioni date per sempre da Papa San Pio V. Il motivo è la prudenza, perché bisogna evitare le rappresaglie e le vendette dei superiori modernisti, cioè di tutti quelli che hanno rinnegato la retta fede cattolica.
Con i cambiamenti e le riforme il clero, maschile e femminile, è stato istruito sempre più a considerare vero ciò che è falso, e falso ciò che è vero. E come si può allora conoscere e amare Cristo, che è venuto «per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37)?
Anche nell’abito, il clero si è profondamente degradato.
Gli abiti delle religiose sono stati accorciati e i veli hanno cominciato a lasciare scoperti i capelli, come se la persona della suora non fosse più riservata a Cristo ma guardabile nella sua nudità da chiunque.
Al prete è stato permesso di sostituire l’abito talare cattolico con il clergyman protestante, e sempre più è stato tollerato che se ne vada in giro vestito in borghese, o persino in maglietta e bermuda come quelli della parrocchia di chi scrive. È impossibile vivere una sacra appartenenza al Signore Gesù quando ci si concia in questo modo. E chi si occuperà delle pecore disperse che non riconoscono né l’aspetto né la voce dei pastori trasandati?

Riportiamo adesso molto in sintesi delle indicazioni sulla storia del celibato ecclesiastico, prendendole dalla seguente opera di un benemerito Cardinale:

Card. Alfons M. Stickler (1910-2007) Il celibato ecclesiastico. La sua storia ed i suoi fondamenti teologici, nella rivista «Ius Ecclesiae», Vol. V – Num. 1 – Gennaio-Giugno 1993.

http://www.iusecclesiae.it/it/taxonomy/term/2920

Ancora alla fine del XII secolo dopo Cristo, esistevano sacerdoti che erano sposati prima di ricevere l’ordine sacro. Anche S. Pietro, del resto, era sposato.
Tuttavia, fin da allora, chi dopo sposato aspirava al sacerdozio o anche al diaconato doveva avere il consenso della sposa, anche perché era richiesto di mantenere una continenza totale con la propria moglie.
Ciò risulta già da documenti molto antichi, che appartengono al Concilio di Elvira in Spagna (primo decennio del IV secolo dopo Cristo) e al Concilio Africano del 390, ma anche all’autorità del Romano Pontefice, come si legge ad esempio nella lettera «Directa» scritta da Papa Siricio nel 385 e da un’altra dello stesso Papa inviata nel 386 ai Vescovi africani. Anche Papa Innocenzo I (401-417) ebbe occasione di ricordare l’obbligo della castità completa per Vescovi, sacerdoti e diaconi. Tale obbligo trova poi conferma da parte di altri Pontefici nel corso della storia della Chiesa.
Quindi la continenza (sessuale) è stata un requisito per il clero maschile fin dalle origini del Cristianesimo.
Con il Concilio di Trento (1545-1563), al fine di salvaguardare il celibato ecclesiastico che era stato attaccato dagli eretici protestanti, fu disposto di fondare dei seminari dove scegliere i giovani per educarli al sacerdozio. Lentamente questa prescrizione venne attuata ovunque nella Chiesa Cattolica, permettendo di avere tanti candidati celibi e di evitare di dover ordinare gli sposati.
L’autorità suprema della Chiesa si è inoltre opposta ai tentativi eretici, sempre più rinnovati dopo il Concilio Vaticano II, di ordinare come sacerdoti dei «viri probati», cioè uomini sposati, senza esigere la rinuncia all’uso del matrimonio, oppure di permettere il matrimonio dei preti.
Il Card. Stickler, lo ricordiamo, scriveva l’articolo sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II ed è passato a miglior vita nel 2007, quando era Papa Benedetto XVI; due Pontefici che avevano rettamente mantenuto l’ininterrotta Tradizione della Chiesa su questo punto.
Scrive tra l’altro il Card. Stickler che il sacerdote è chiamato a riconoscersi in Cristo, a identificarsi con Lui, a vivere l’essenza del proprio sacerdozio in intima unione con quello di Cristo-Sacerdote. Il sacerdozio è un’intima unione di vita con Cristo.


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