La distruzione dei Monasteri femminili

La distruzione dei Monasteri femminili è in atto. Fin da quando apparve la costituzione sulla vita contemplativa Vultum Dei quaerere (visionabile qui) del 29 giugno 2016, Corrispondenza Romana ha denunciato il programma di “sovietizzazione” dei Monasteri.

Ora un ulteriore passo è stato fatto dalla istruzione Cor Orans sulla vita contemplativa femminile, del 1 aprile 2018 (si può leggere qui), che costituisce un’applicazione del precedente documento. Pochi, con l’eccezione del vaticanista Aldo Maria Valli, che ha dedicato tre articoli a questo tema sul suo blog, si sono resi conto della gravità del pericolo.

Va ricordato che la Chiesa ha sempre incoraggiato la vita contemplativa dei religiosi e delle religiose. La separazione dal mondo della vita religiosa costituisce uno stato di vita perfetta ed è necessaria al Corpo Mistico di Cristo come manifestazione della propria santità e come sorgente permanente di grazia.

Una delle caratteristiche principali delle comunità monastiche è stata la loro configurazione giuridica. Secondo la tradizione della Chiesa i monasteri femminili, sono sui juris, cioè case autonome e indipendenti in relazione al loro regime interno.

L’unica forma che esse hanno di dipendenza è quella dal vescovo o, in alcuni casi, dal superiore del ramo maschile del medesimo ordine. Tale configurazione riflette il proprium [la caratteristica specifica] di ogni monastero, che è la separazione dalla società profana. Monaco vuol dire “solo”: solitudine, e preghiera sono i pilastri su cui vive ogni monastero.

Il regime di clausura significa però una separazione dal mondo, non dalla società che le monache sostengono con la loro preghiera e penitenza. Perciò Pio XII nella enciclica Sacra Virginitas del 25 marzo 1954, spiega che la rinunzia al mondo delle monache, protetta dalla clausura, non equivale ad una diserzione sociale, ma consente anzi un servizio più ampio prestato alla Chiesa e alla società.

Lo stesso Pio XII, con la Costituzione apostolica Sponsa Christi del 21 novembre 1950, previde la nascita di Federazioni di monasteri, come strumento per aiutare la vita di alcune comunità monastiche che, in seguito alla guerra, si erano trovate isolate e in difficoltà materiali. L’esperienza non si rivelò felice e avrebbe suggerito l’abbandono di queste strutture, che invece sotto il pontificato di papa Francesco si sono moltiplicate, assestando un colpo mortale ai monasteri femminili.

La nuova disciplina prevista dalla Cor Orans vuole sopprimere ogni forma di autonomia giuridica, per creare macro-comunità presentate come “strutture di comunione”. Nascono una serie di organismi burocratici e farraginosi, che l’Istruzione pontificia puntigliosamente elenca.

Abbiamo la Federazione di monasteri, perché «nella condivisione del medesimo carisma i monasteri federati superino l’isolamento e promuovano l’osservanza regolare e la vita contemplativa» (n. 7); l’Associazione dei monasteri, perché «nella condivisione del medesimo carisma, i monasteri associati collaborino tra loro» (n. 8); la Conferenza di monasteri, «al fine di promuovere la vita contemplativa e di favorire la collaborazione tra i monasteri in contesti geografici o linguistici particolari» (n. 9): la Confederazione, come una «struttura di collegamento tra Federazioni di monasteri per lo studio di temi relativi alla vita contemplativa in relazione al medesimo carisma, per dare indirizzo unitario ed un certo coordinamento all’attività delle singole Federazioni» (n. 10); la Commissione Internazionale, quale «organo centralizzato di servizio e di studio a beneficio delle monache di un medesimo Istituto, per lo studio di temi relativi alla vita contemplativa in relazione al medesimo carisma» (n. 11). Abbiamo infine la Congregazione monastica, che è una «struttura di governo tra più monasteri autonomi del medesimo Istituto, sotto l’autorità di una Presidente, che è Superiora maggiore e di un capitolo generale che nella Congregazione monastica è la massima autorità» (n. 12). Manca solo l’Assemblea Federale. Recita il n. 133: «La comunione che esiste tra i monasteri si rende visibile nella Assemblea federale, segno di unità nella carità che ha principalmente il compito di tutelare tra i monasteri federati il patrimonio carismatico dell’Istituto e promuovere un adeguato rinnovamento che ad esso si armonizzi, salvo il fatto che nessuna Federazione di monasteri di monache o Confederazione d federazioni rappresenta l’intero Istituto».

L’appartenenza a questi organismi burocratici è obbligatoria. Nelle disposizioni finali della Cor Orans si precisa che «quanto disposto nella Costituzione Apostolica Vultum Dei quaerere per tutti i monasteri circa l’obbligo di entrare in una Federazione di monasteri si applica anche ad altra struttura di comunione come l’Associazione di monasteri o la Conferenza di monasteri».

Con l’obbligo di appartenere a queste strutture i monasteri perdono, di fatto anche se non di diritto, la loro autonomia per confluire in una massa anonima di macro-comunità al cui interno si organizzano corsi di formazione, dibattiti, riunioni di aggiornamento, momenti di confronto che vedranno le suore entrare ed uscire dai monasteri per vivere in una situazione di perenne instabilità psicologica e materiale.

Ogni comunità è chiamata a elaborare un programma di formazione permanente sistematico ed integrale, che abbracci tutta l’esistenza della persona. Le suore hanno bisogno di questa «formazione permanente» per coltivare «la capacità spirituale, dottrinale e professionale, l’aggiornamento e la maturazione della contemplativa, in modo che possa svolgere in maniera sempre più adeguata il suo servizio al monastero, alla Chiesa e al mondo» (n. 236).

Ogni monaca «è incoraggiata ad assumere la responsabilità della propria crescita umana, cristiana e carismatica, attraverso il progetto di vita personale, il dialogo con le sorelle della comunità monastica e in particolare con la sua Superiora maggiore» (n. 237).

La responsabilità della formazione spetta alla Superiora Maggiore, «che promuove la formazione permanente della comunità mediante il Capitolo conventuale, i giorni di ritiro, gli esercizi spirituali annuali, la condivisione della parola di Dio, periodiche revisioni di vita, ricreazioni in comune, giornate di studio, dialogo personale con le sorelle, incontri fraterni» (n. 238).

Per assicurarle questa formazione, viene di fatto abolita la stessa clausura papale, perché è data licenza di entrare nel monastero anche a coloro le cui competenze sono necessarie per la formazione (n. 203), ovvero per creare il caos all’interno della comunità.

Le parole chiave sono «superare l’isolamento» (n. 7), la «fedeltà dinamica al proprio carisma» (n. 70), il «valore irrinunciabile della comunione» (n. 86). Dove questi elementi mancano, i monasteri possono essere soppressi. In quelli che sopravvivono, deve essere distrutta l’atmosfera di pace, raccoglimento e ordine che fino ad oggi vi ha regnato. Chi vive nei monasteri e chi aspira ad entrarvi è avvertito.

Un tempo le monache anelavano al riconoscimento canonico diocesano e poi a quello pontificio, come suprema garanzia della stabilità della loro vita in comune. Oggi chi aspira alla vita contemplativa e non vuole perdere la propria vocazione sarà meglio che si orienti verso la costituzione di associazioni religiose di fatto, indipendenti dall’autorità ecclesiastica, guardandosi bene dal richiedere quel riconoscimento canonico che segnerebbe la fine della propria vita spirituale.

Veronica Rasponi

Fonte:
https://www.corrispondenzaromana.it/la-distruzione-dei-monasteri-femminili/


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