2001: Odissea nelle parrocchie. Alle dipendenze di Don Salumi

Teodoro, il protagonista dell’Odissea che narriamo, per certi seri motivi capitò alle dipendenze del suo parroco di quel tempo. Non che ricevesse uno stipendio, ma svolgeva un servizio all’altare, ovviamente inquadrato nella liturgia e nella dottrina non più cattoliche. Ma Teodoro ignorava dove e come fosse capitato. Della S. Messa tridentina non aveva nemmeno mai sentito parlare. O se era al corrente che esistesse, nessuno di certo gli aveva mai fatto comprendere la differenza.
Il vecchio parroco era passato ad altra vita, si spera migliore. Possiamo chiamare il suo successore Don Salumi, anche perché da quanto a Teodoro era stato riferito, Don Salumi si occupava tra le varie cose di ammazzare i maiali, o di farseli ammazzare. Teodoro non ha potuto verificare l’informazione, ma tempo dopo l’avvio dei rapporti con il nuovo parroco lo sentì parlare un giorno, scherzando ma con la faccia piuttosto seria, di ammazzare un maiale in sacrestia.
Nella chiesa o salumeria spirituale giravano minigonne in abbondanza, anche lì tramandate di madre in figlioletta. Se no, c’era il capo d’uniforme alternativo per le femmine del Nuovo Culto, cioè i pantaloni, possibilmente attillati. Fede tradizionale e cultura erano bandite, e il menù si ripeteva uguale giorno dopo giorno.
Il coro sfoggiava una vena artistica da baraccone. Almeno una volta Teodoro si sorbì una specie di canto tribale importato dall’Africa, con il ritornello che diceva «Osanna-eh, Osanna-eh», accompagnato da un violento battimani dei parrocchiani riformati. Le chitarre erano i soli e categorici strumenti di afflizione musicale: non uno ma tre chitarristi strimpellavano e stordivano i sensi in contemporanea.
Il parroco non rivolse mai a Teodoro niente di personale, spirituale o affettuoso. Il ruolo di Teodoro era solo quello di guardare e ascoltare in silenzio, se proprio non voleva fare qualche risatina o commento di appoggio.
Don Salumi era maestro nel fare come pare e piace: celebrava la “messa” come gli pareva, confessava come gli pareva, si vestiva, parlava e predicava come gli pareva. Quindi anche i suoi affezionati parrocchiani facevano come loro pareva.
Teodoro cercò di stabilire un qualche rapporto con diversi di loro, ma bisognava stare al loro gioco. Del resto, Teodoro era un cattolico alle prime armi e non sapeva bene cosa dire. Era la norma per loro pronunciare il nome di Dio invano e dire parole sporche, come le oscenità pronunciate anche davanti a una bambina. Una di loro era “fidanzata”, cioè passava gli anni a baciare sulla bocca un ragazzo, commettendo peccato mortale, e si vantò un giorno di essere esplicita su argomenti sessuali con i bambini o ragazzini del catechismo che le veniva affidato.
E poi, come i loro capi e maestri, dettavano legge a livello universale. Avevano per esempio decretato che mangiare carne di venerdì non era peccato, neppure in Quaresima. Teodoro provò a mettere in questione la cosa, ma la parrocchiana catechista citata, che amava molto sentirsi parlare, disse che aveva avuto la rassicurazione di un prete. E Teodoro di nuovo non seppe cosa dire, cioè non riuscì ad affermare che conta quello che la Chiesa ci ha sempre insegnato, non la compiacenza di qualcun altro.
Nella chiesa salumeria, quello che c’era come arredi e vasi sacri per la S. Messa si trovava democraticamente imbrattato. Un foglio di plastica trasparente, sudicio e dai contorni irregolari, faceva da appoggio a due oggetti contundenti sopra l’altare, i candelabri della situazione. Per la “messa” stile salumiere si usava un vino, se di vino si trattava, bianco e disgustoso, a giudicare dall’odore. Dietro l’altare ci si doveva inginocchiare sopra un tappeto lurido e in male arnese.
Sì, ci si doveva inginocchiare, ma il parroco non s’inginocchiava mai durante la “messa”. Una volta che capitò il Vescovo per la “messa”, però, il parroco s’inginocchiò, guarda caso.
Il Messale sull’altare aveva per Don Salumi la stessa dignità di un giornalino a fumetti: lui cambiava, accorciava, o meno frequentemente aggiungeva delle parole. Questo persino durante la Consacrazione, sempre che fosse valida, quando il parroco non pronunciava le parole «perché diventino per noi il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo Nostro Signore», ma «perché diventino il corpo e il sangue di Gesù».
Don Salumi poi nella liturgia non pronunciava mai la parola “peccato”, cambiandola sempre in un generico «male». E “male” può essere qualunque cosa secondo qualunque opinione, come vuole il relativismo. I suoi parrocchiani potevano quindi dormire sonni tranquilli. Anzi dormivano giorno e notte, 24 ore su 24, e per non pochi forse era un sonno di morte spirituale.
Lo stesso valeva per i rituali, soprattutto battesimi e matrimoni, in cui i candidati diventavano cristiani da salumeria e sposi da salumeria. Com’è ovvio, giovani donne in minigonne e miniabiti figuravano spesso tra le madrine prescelte per quei sacramenti del Nuovo Culto, quali eroiche garanti della fede cristiana del bambino o della bambina.
Don Salumi aveva la facoltà di trasformare le confessioni in confezioni, sebbene con un sapore di sugna. Un vago gesto da salumeria, da interpretare come segno della croce, concludeva ognuno di quei piacevoli incontri.
Una volta, nel preciso momento in cui la “messa” doveva iniziare, un ragazzetto comparve alla porta della sacrestia, e ridendo chiese a Don Salumi se poteva confessarlo. Il prete acconsentì con un sorrisetto. Poi, invece di accompagnare il ragazzino in luogo riservato, si spostò con quello solo verso un angolo della minuscola sacrestia e iniziò a confessarlo in presenza di Teodoro e di un’altra persona.
Teodoro lasciò immediatamente la stanza, sapendo che il segreto della confessione è sacro e inviolabile. Mentre passava in chiesa per la porta della sacrestia, Teodoro poteva già sentire il ragazzino che molto divertito recitava una specie di lista della spesa, la sua presunta confessione. Pochi secondi dopo, il mini-penitente faceva ritorno dai suoi devoti genitori, segnato con l’assoluzione del loro amato parroco.
Dalle omelie del parroco veniva fuori un’intrepida visione suina della vita e del Cristianesimo. Citiamo per esempio una delle sue epocali sentenze proferite dal pulpito. La più significativa riguardava il Papa di allora, Benedetto XVI, l’uomo che agli occhi di Teodoro non era un semplice uomo, poiché con il suo sorriso gli parlava di un regno soprannaturale d’amore. Durante una delle sue “messe”, Don Salumi dichiarò con aria gioviale: «Tutti dicono che questo Papa è antipatico, mentre il Papa di prima era tanto simpatico!». Certo, guardando all’interno di un porcile, per quanto grande, le opinioni di «tutti» è probabile che siano le stesse.
Teodoro trascorse alcuni mesi attaccato alla catena di Don Salumi, e a posare lo sguardo sulle facce indifferenti dei parrocchiani, facce senza amore né gioia. Un bel giorno però, dato che stava stava traslocando in città dove la parrocchia era un’altra, annunciò che sarebbe andato a servire là. E fu una grande liberazione.


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